Le 59 pagine del rapporto con cui l’Ipc (Classificazione integrata delle Fasi dell’Insicurezza alimentare) dichiara la carestia a Gaza City dipingono uno scenario post-apocalittico, da fine del mondo. Sono la cruda didascalia alle immagini che arrivano da Gaza, inferno in terra: la riduzione di un’intera popolazione all’ombra di se stessa.
Bambini, anziani, adulti, disabili, malati, una massa di esseri umani che sembrano fantasmi, privati di dignità e sollievo. Si muovono in uno spazio azzerato, spesso non riescono nemmeno a farlo più perché non hanno i mezzi, non hanno le forze, perché la strada è disseminata di ordigni e palazzi pericolanti e il cielo è uno stormo di caccia e droni.
LE PERSONE rovistano tra i rifiuti per trovare quasi niente, perché il cibo che c’è non si butta via. Tentano di riposare dentro tende che sono ormai stracci circondati di liquami e acque reflue. Serre e fattorie sono rase al suolo, barche dei pescatori fatte a pezzi. Fiumi di persone si accalcano fuori dai centri della Ghf dopo ore di cammino sperando in qualche briciola, mentre intorno fischiano i proiettili e ogni pacco è un tesoro da strappare ad altri affamati.
Chi ne ottiene uno, affronta altre ore di cammino sotto il sole e tra la polvere per sfamare la famiglia, con qualche scatolame, un po’ di farina, fino all’impresa successiva. Carne, pesce, uova, verdure sono un pensiero remoto. Lo è il latte per i neonati, che sia quello in polvere o quello che non scende più dai seni delle madri denutrite. Gaza è l’inferno in terra, campo di concentramento dove Israele impone fame, morte e una gara alla sopravvivenza utile a sfibrare qualsiasi forma di solidarietà comunitaria, di patto sociale.
Ed ora è la carestia. La Ipc – legata all’Onu e finanziata da mezzo pianeta – l’ha dichiarata solo cinque volte dal 2004, anno della sua fondazione. Al momento è sofferta da 514mila palestinesi a Gaza City e nelle cittadine intorno: un quarto della popolazione vive impigliata nella fase 5 prevista dall’Ipc, l’ultima. Perché si possa parlare di carestia sono necessari tre criteri: almeno il 20% delle famiglie affronta una grave carenza di cibo, almeno il 30% dei bambini soffre di malnutrizione acuta e due su 10mila persone muoiono ogni giorno a causa di una «denutrizione totale».
Altri 1,07 milioni di palestinesi, il 54% della popolazione, sono in stato di emergenza (fase 4) e 396mila, il 20%, in stato di crisi (fase 3). La a carestia si allargherà entro fine settembre a Deir al-Balah, al centro, e a Khan Younis, a sud. Il rapporto si fonda su analisi dettagliate della quantità e la qualità degli aiuti in ingresso, prezzi del cibo, numero di cucine comunitarie attive e pasti sfornati, ricoveri negli ospedali e situazione catastrofica del settore sanitario, sul livello di distruzione dell’economia di produzione alimentare gazawi, e così via.
L’IPC DICE anche altro: che il bilancio delle vittime del genocidio è al ribasso. «I dati (del ministero della salute di Gaza) si concentrano sui decessi correlati a traumi…I dati sottostimano sistematicamente la mortalità complessiva». Non tengono conto, aggiunge, dei dispersi tra le macerie, dei morti per fame e malattie, di chi si spegne lontano dagli ospedali e non viene denunciato.
«Questa carestia è interamente causata dall’uomo, può essere fermata e invertita – avverte infine l’Ipc – Il tempo del dibattito e dell’esitazione è passato…Qualsiasi ulteriore ritardo, anche di pochi giorni, si tradurrà in un’escalation totalmente inaccettabile della mortalità».
Non è una catastrofe naturale, «è il diretto risultato delle azioni prese dal governo israeliano», ha tuonato ieri Volker Turk, l’alto commissario Onu ai diritti umani. Su X il segretario generale delle Nazioni unite, Antonio Guterres, ha scritto: «Quando sembra che non ci siano più parole per descrivere l’inferno di Gaza, ne è stata aggiunta una nuova: “carestia”…Non riguarda solo il cibo; è il collasso deliberato dei sistemi necessari alla sopravvivenza umana. In quanto potenza occupante, Israele ha obblighi inequivocabili».
Le madri ricorrono all’acqua di legumi ed erbe per sostituire il latte. Sono metodi che si portano dietro rischi catastrofici. Questa non è sopravvivenza, è una morte lentaRa’ed al-Baba
Alle loro voci si sono aggiunte le organizzazioni internazionali, da Amnesty a Oxfam. Si è alzata anche quella, attesa, del governo israeliano che – come fa da mesi – opta per il totale negazionismo immaginando che il mondo sia sordo e cieco: «L’intero rapporto Ipc è basato sulle bugie di Hamas…non c’è carestia a Gaza», ha scritto su X il ministro degli esteri Sa’ar, millantando «un flusso massivo di aiuti che hanno inondato la Striscia nelle ultime settimane».
Il premier Netanyahu ha sfoderato la carta dell’antisemitismo («una moderna calunnia del sangue»), accusato Hamas e definito il rapporto «una bugia. Israele non ha una politica di fame. Ha una politica di prevenzione della fame». Ma dal 2 marzo scorso ha imposto un blocco totale agli aiuti, appena scalfito da poche decine di camion nell’ultimo mese, del tutto insufficienti, e dalla «distribuzione» mortale della israeliano-statunitense Ghf che ha permesso a Israele di uccidere direttamente oltre 2mila palestinesi e che serve in realtà a concentrare i palestinesi a sud (ieri una fonte interna alla Ghf, forte di video girati sul posto, ha detto alla Cbs che a sparare sono anche i mercenari Usa, «sparano alle persone, indiscriminatamente…si vantavano di quante persone avevano ucciso, se erano riusciti a sparare agli animali»).
IERI, MENTRE cresceva l’attesa per la pubblicazione del rapporto dell’Ipc, Gaza piangeva l’ennesima morte per fame: una neonata si è spenta all’ospedale Nasser di Khan Younis. Sono 271 i morti di stenti dal 7 ottobre con un’impennata feroce da luglio. Tra loro 112 bambini.
Il dottor Ra’ed al-Baba dell’ospedale Al-Awda ha raccolto in un’immagine l’orizzonte di morte che Gaza ha di fronte: «Le madri ricorrono all’acqua di legumi ed erbe per sostituire il latte. Sono metodi che si portano dietro rischi catastrofici, gastroenteriti, avvelenamenti da cibo, anemia, ritardo della crescita. Questa non è sopravvivenza, è una morte lenta».