Questo testo è stato pubblicato su Global, la newsletter di Federico Rampini. Per riceverla occorre iscriversi qui.
La quota di cinesi convinti che il proprio tenore di vita migliorerà è scesa al 28%, circa la metà di quanto fosse a inizio secolo. La fonte è uno studio condotto da ricercatori di Stanford e Harvard con la collaborazione di importanti università della Repubblica Popolare. Merita attenzione, perché è uno dei tentativi più seri e meno ideologici di misurare qualcosa che di solito si racconta per aneddoti: l’umore profondo della società cinese dopo il Covid.
Il paper si intitola «Getting Ahead in Today’s China: From Optimism to Pessimism» ed è stato pubblicato dallo Stanford Center on China’s Economy and Institutions. Gli autori sono tre: Michael Alisky, Scott Rozelle (economista di Stanford, tra i massimi esperti mondiali di sviluppo rurale cinese) e Martin King Whyte, sociologo di Harvard che da vent’anni studia le percezioni cinesi della disuguaglianza. Whyte è anche l’autore del celebre libro «Myth of the Social Volcano» (2010), in cui demoliva la tesi allora dominante secondo cui la crescente disuguaglianza cinese avrebbe prima o poi fatto esplodere una rivolta popolare. Le sue tre inchieste nazionali del 2004, 2009 e 2014 – interviste faccia a faccia con campioni di tremila adulti, condotte con il Research Center for Contemporary China dell’Università di Pechino – avevano mostrato l’esatto contrario: una popolazione sorprendentemente tollerante verso i divari di reddito, convinta che la ricchezza dipendesse soprattutto da talento e impegno, e a gran maggioranza ottimista sul proprio futuro economico. Nel 2014, nonostante la crescita del Pil fosse già rallentata dal 10,1% del 2004 al 7,4%, il 73% dei cinesi si aspettava un reddito familiare migliore nei cinque anni successivi, contro il 57,9% di dieci anni prima. Il «vulcano sociale», insomma, restava dormiente proprio mentre l’Occidente se lo aspettava in eruzione.
Da allora – dieci anni cruciali – non esisteva più nessuna rilevazione nazionale comparabile. Nel mezzo ci sono stati la guerra commerciale di Trump, la pandemia, i lockdown durissimi dello zero-Covid e la loro brusca cancellazione a fine 2022 con l’ondata di contagi e morti, la crisi immobiliare con i default di Evergrande e degli altri grandi promotori, la disoccupazione giovanile esplosa oltre il 21% nell’estate 2023 (prima che Pechino sospendesse la pubblicazione del dato e poi lo ricalcolasse, escludendo gli studenti, al 14,9%), e il crollo demografico: le nascite sono scese da 17,86 milioni nel 2016 a 9,02 milioni nel 2023, con un tasso di fecondità di 1,16 figli per donna, ben sotto il livello di sostituzione. Tutti segnali che facevano sospettare un cambiamento d’umore, ma restavano appunto sospetti, non dati.
Per colmare il vuoto, il team ha commissionato tre sondaggi online condotti nel 2023 dal Survey and Research Center for China Household Finance dell’Università di finanza ed economia del Sudovest, a Chengdu, ripetendo alla lettera le domande delle inchieste 2004-2014: campioni molto ampi, tra i 7.500 e i 13mila rispondenti a trimestre, ponderati per età, genere, istruzione e provincia sui dati del censimento 2020 per renderli rappresentativi della popolazione adulta nazionale.
I numeri che ne escono sono un ribaltamento quasi totale rispetto al decennio 2004-2014. Alla domanda se «nel nostro Paese l’impegno viene sempre ricompensato», si dichiarava d’accordo il 61,6% dei rispondenti nella media 2004-2014: nel 2023 solo il 28,3%, mentre i contrari sono passati dal 15,7% al 31,3%. È lo stesso genere di crollo che si ripete alla domanda se diventare ricchi o restare poveri dipenda dalla responsabilità individuale: il consenso è passato dal 45,5% al 27,6%. Alla domanda se esista ancora «una grande opportunità per persone come te di migliorare il proprio tenore di vita» le risposte affermative crollano dal 58,6% della media 2004-2014 al 27,7% del quarto trimestre 2023: pressoché dimezzate.
Cambia anche la spiegazione che i cinesi si danno della disuguaglianza. Nelle inchieste degli anni Duemila la povertà veniva attribuita soprattutto a fattori individuali: mancanza di capacità (61,3% la indicava come causa importante), scarso impegno (58,3%), scarsa istruzione (49,6%). Nel 2023 questi tre fattori crollano rispettivamente al 31,1%, 32,9% e 36,9%, mentre salgono le spiegazioni «strutturali»: disuguaglianza di opportunità dal 31% al 37,6%, sistema economico ingiusto dal 21,1% al 35,9%. Specularmente, per spiegare la ricchezza altrui, il merito (talento, impegno, istruzione) perde peso mentre prevalgono le «relazioni giuste»: per il 54,7% degli intervistati.
Sulle traiettorie personali il quadro è coerente. Chi giudicava la propria situazione familiare «migliore o molto migliore» rispetto a cinque anni prima era il 69,5% nella media 2004-2014; nel 2023 è il 38,8%. Chi la giudicava peggiorata passa dall’8,4% al 27,1%. E per il futuro: si aspettava di stare meglio entro cinque anni il 66,6% nel primo periodo, il 47% nel 2023; si aspettava di stare peggio il 4,4% contro il 16,6% di oggi. Gli autori insistono su un punto con onestà intellettuale: non c’è, scrivono, alcun segnale che il «vulcano sociale» stia per eruttare in proteste di massa. Il pessimismo in aumento non è collera.
Ma c’è un’erosione netta di quella che gli autori chiamano performance legitimacy: la legittimità che il Partito comunista si è guadagnato in quarant’anni non attraverso le urne ma attraverso i risultati – la promessa implicita, mantenuta per decenni, che ogni generazione avrebbe vissuto meglio della precedente. È il patto sociale su cui Pechino ha costruito il proprio consenso senza bisogno di democrazia. Ora quel patto scricchiola, non perché la Cina sia povera – resta un Paese che ha tirato fuori dalla miseria assoluta più di 700 milioni di persone – ma perché le attese si sono ridimensionate insieme alla crescita, che il Fondo monetario internazionale prevede ormai strutturalmente più vicina al 2-4% che al vecchio 8-10%.
Gli autori ammettono alcuni limiti del loro lavoro: non possono dire con certezza quanto di questo pessimismo sia una cicatrice temporanea lasciata dal trauma del Covid e della sua uscita caotica, e quanto sia invece un cambiamento più duraturo legato a fattori strutturali – il crollo del mercato immobiliare, la disoccupazione giovanile, la diffusione dei social media che rende più visibili le disuguaglianze. Elencano alcune possibili contromosse da parte di Xi Jinping: più consumi e meno risparmio forzato, più trasferimenti sociali verso le famiglie povere, investimenti nell’istruzione rurale, riforma del sistema dell’hukou (la residenza anagrafica che ancora oggi nega pieni diritti a centinaia di milioni di migranti interni). Notano però, con un pizzico di scetticismo, che la campagna di «Prosperità comune» lanciata da Xi nel 2021 resta tuttora priva di misure concrete – a partire dalla tassa sulla proprietà immobiliare, promessa e mai varata.
Il calo dell’ottimismo non è uniforme lungo la scala sociale: è più marcato proprio tra i redditi bassi. Tra le famiglie con reddito annuo sotto i 50mila yuan (circa 6.400 euro), la quota di chi si aspettava un miglioramento nei cinque anni successivi scende dal 63,3% della media 2004-2014 al 37,6% del 2023; tra chi guadagna oltre 100mila yuan il calo è più contenuto, dal 77,8% al 65,1%. È lo schema classico delle crisi di fiducia post-industriali che conosciamo bene anche a Occidente: non è la povertà assoluta a generare pessimismo, ma la sensazione – più acuta in chi ha meno margini – che l’ascensore sociale si sia inceppato proprio mentre le regole del gioco vengono percepite come sempre meno eque.
Gli autori non estraggono da questi dati una profezia di instabilità politica, un errore in cui l’analisi occidentale della Cina è caduta più volte in passato – lo stesso Whyte lo aveva già dimostrato vent’anni fa smontando l’attesa, allora diffusissima tra sinologi e media internazionali, di un’esplosione sociale che non arrivò mai. Il messaggio del 2024 è più sottile e, a suo modo, più inquietante per Pechino: non un vulcano pronto a eruttare, ma un lento esaurimento della fiducia, che rende la popolazione meno disposta a dare credito automatico alle scelte della leadership, e più propensa a reagire con scetticismo, se non con critica aperta, ai prossimi annunci di politica economica. È una legittimità che si logora senza rumore, un consenso che si sgretola non per un evento improvviso ma per l’accumularsi silenzioso di attese deluse: il tipo di erosione che i regimi autoritari, abituati a misurare la propria forza sull’assenza di proteste visibili, faticano di più a percepire e a correggere in tempo.
È uno studio che merita di essere letto per intero (lo si trova qui): racconta, con dati e non con impressioni aneddotiche, il passaggio della Cina da una società che si raccontava una storia di ascesa collettiva a una che comincia, silenziosamente, a dubitarne. Non è ancora rabbia. È qualcosa di più insidioso per un regime che sulla fiducia nel futuro ha fondato la propria autorità: è la fine dell’automatismo della speranza.
29 agosto 2026
© RIPRODUZIONE RISERVATA