Una coppia supplisce al figlio morto con un avanzatissimo robot sostitutivo. Chi sospetta una certa mancanza di originalità ha ragione due volte: da un lato perché, ovvio, una traccia narrativa del genere non è esattamente “nuova” o “inedita”, ma dall’altro perché lo stesso Kore-Eda, già diciassette anni fa, aveva girato Air Doll, film con protagonista una sorta di bambola gonfiabile. Se però il film del 2009 era molto urbano e totalmente contemporaneo, questa nuova opera è ambientata in un futuro tanto vicino da sembrare, vista la rivoluzione introdotta dall’intelligenza artificiale, pressoché indistinguibile dal presente. E che Kore-Eda, mago dell’orizzontalità narrativa, esibisca una visione metastorica pressoché circolare non sorprende di certo: Sheep in the Box sembra effettivamente suggerire che tanto più da gigante sono i passi della tecnologia, quanto più torniamo in braccio alla natura anziché separarcene.
Urbano, in effetti, il film non lo è per nulla. Niente solitudine metropolitana come in Air Doll: marito e moglie vivono in un paese piccolo, immerso nel verde in campagna, e con non pochi personaggi di contorno. Tutti più o meno decorativi (soprattutto gli accenni intergenerazionali), o quantomeno con una funzione tutto sommato meno importante del legno, proprio inteso come materiale che in sé ha la potenzialità per connettere tecnica e natura. Non è infatti il racconto a essere importante. Come spesso in Kore-Eda, il movimento della narrazione si autocancella: i tentativi del padre di gettare un ponte tra il prima e il dopo la sostituzione (si reca sul luogo dell’incidente mortale del figlio insieme al sostituto per vedere se ci sia qualche “déjà-vu”) falliscono in pieno, e il conflitto tra le due diverse “linee parentali” tenute da marito e moglie si sgonfia di botto davanti a un evento teoricamente di maggiore impatto (la comunità parallela, e poi transfuga, degli androidi, cui finisce per aggiungersi il figlio), ma che viene pure quello emotivamente silenziato, tenuto a temperatura drammatica appena percettibile.
Se nessuna delle piste narrative sembra contare davvero, perché tutte sembrano scontrarsi con l’orizzontalità del racconto, fluido ma privo della minima scossa, e se tutto è già stato raccontato in primis dallo stesso Kore-Eda, dov’è il film? In buona sostanza, Sheep in the Box è una scusa per far vedere la casa dei protagonisti. La “storia” è insomma un pretesto affinché il fulcro vero del film, che è l’architettura, possa farsi oggetto di osservazione da più angolature (come ovviamente deve esserlo un oggetto architettonico). La convergenza tra tecnica e natura, il racconto non ci prova nemmeno a farle incontrare in modi che non siano quello della falsa pista, l’accenno appena abbozzato, o ben che vada il tassello di un mosaico concettuale la cui composizione è tuttavia perfettamente irrilevante, perché la quadratura del cerchio di quella convergenza è immediatamente manifestata dall’architettura (mestiere peraltro della moglie, mentre lui è muratore). È un film fatto per lasciare che il racconto scivoli via come i suoi sinuosi movimenti di macchina, affinché ci si concentri su ciò che è davvero importante: su quella casa, come si integra all’ambiente intorno e come in certo modo lo accoglie dentro; su quei piani sfalsati comunicanti che danno su un vuoto centrale (senza ringhiere!); sull’eterogeneità di quei materiali a basso impatto ambientale senza rinunciare a una certa geometrica “nobiltà”; su come entra la luce; sull’alleanza stretta tra bianco e colore.
Abbastanza per farci un film? Questo dipende davvero dai gusti individuali. Ma è comunque un oggetto curioso, cui dare una chance.