Nel dicembre del 2024, in Idaho, un uomo morì dopo aver manifestato sintomi neurologici. Settimane prima, durante un incontro con una puzzola, aveva riportato un graffio; un episodio piccolo, quasi certamente facile da perdere nel disordine dei giorni e delle diagnosi. Nessuno riconobbe la rabbia. L’uomo diventò donatore, un suo rene venne trapiantato e il ricevente si ammalò. Morì nel gennaio successivo.
Fu necessario tornare indietro, ai tessuti conservati del donatore, perché l’indagine del CDC trovasse il virus e ricomponesse la catena: il graffio, i sintomi, la morte, il trapianto, un’altra morte. Era il quarto episodio documentato negli Stati Uniti, dal 1978, di trasmissione della rabbia attraverso un trapianto. Quarto. Non molti, si dirà. Ma ne basta uno per mostrare quanto può costare una diagnosi mancata.
La rabbia umana, negli Stati Uniti, è considerata un evento eccezionale. Tra il 2000 e il 2024 sono stati confermati in media appena 2,4 casi l’anno. Eppure tre persone — nel 2004, nel 2011 e poi nel 2024 — morirono, divennero donatori di organi o tessuti e soltanto dopo si scoprì che avevano la malattia. In tutti e tre gli episodi il virus venne trasmesso ad almeno un ricevente. È da questi tre morti, non da un archivio pieno di cartelle riesaminate, che due ricercatrici dell’Università di Oxford hanno cominciato a fare una domanda scomoda: se la rabbia è riuscita a nascondersi proprio là dove un corpo viene sottoposto a valutazioni mediche approfondite, quante volte può essersi nascosta altrove?
Il loro calcolo, pubblicato su Communications Health, mette da una parte i 239.251 donatori deceduti registrati in quei venticinque anni e, dall’altra, gli oltre 68,2 milioni di morti complessive negli Stati Uniti. Le ricercatrici hanno misurato la frequenza dei tre casi non diagnosticati fra i donatori e hanno proiettato quella proporzione sull’intera popolazione dei deceduti. Ne risulta una stima centrale di 856 morti per rabbia non riconosciute, circa 34 ogni anno.
Ottocentocinquantasei. Il numero impressiona, ma bisogna guardarlo senza lasciarsene ipnotizzare. L’intervallo statistico si estende da 213 a 2.220 decessi; sommando la stima ai casi registrati, gli autori suggeriscono che solo il 7 per cento circa delle morti sarebbe stato identificato. Ma quelle centinaia di morti non corrispondono a persone identificate, cartelle cliniche riesaminate, luoghi e date ricostruiti. Non sono casi scoperti. Sono il risultato di un’estrapolazione.
Ed è qui che il congegno statistico mostra il suo punto fragile. Perché funzioni, occorre supporre che un donatore deceduto abbia avuto lo stesso rischio medio di contrarre la rabbia di qualsiasi altra persona morta nel paese. Ma i donatori non sono una miniatura casuale dell’America: possono differire per età, salute, residenza, lavoro e circostanze della morte. Se differisce il campione, può cambiare anche la stima. Le stesse autrici lo riconoscono.
Dobbiamo allora liquidare tutto come un esercizio numerico? Sarebbe troppo facile. La rabbia può incubare per settimane o mesi; il contatto con un pipistrello può essere minimo e passare inosservato; i primi sintomi non portano necessariamente il nome della malattia scritto addosso. Solo più tardi possono apparire encefalite, difficoltà a deglutire, alterazioni neurologiche e idrofobia. Se manca il racconto di un morso, di un graffio, di un animale incontrato quasi per caso, perché un medico dovrebbe pensare subito a una malattia tanto rara? Proprio per questo il CDC raccomanda di considerarla fra le possibili cause delle encefaliti inspiegate.
Non c’è dunque, in questo studio, la prova di un’epidemia sommersa. Non c’è neppure la dimostrazione che ogni anno trentaquattro americani muoiano davvero di rabbia senza diagnosi. C’è qualcosa di più limitato e, proprio per questo, più difficile da respingere: tre casi sfuggiti dentro la piccola popolazione dei donatori. Tre anomalie capaci di incrinare la sicurezza del numero ufficiale.
La domanda resta lì: il dato conosciuto racconta tutta la storia? Per rispondere non basta moltiplicare tre morti fino a farne centinaia; servono dati migliori, indagini più attente, il dubbio davanti a un’encefalite senza causa. Talvolta la verità comincia così: da un graffio dimenticato e da un campione di tessuto rimasto, in silenzio, in un archivio.

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Kim Y, Donnelly CA. “Substantial under-detection of human rabies cases in the United States”. Communications Health, 29 agosto 2026. DOI: 10.1038/s44528-026-00031-4.

