Di Anthony Bourdain conoscevamo il primo e molto pettegolo libro, “Kitchen Confidential”. Roba da non andare mai più al ristorante: la sporcizia regnava sovrana, i cuochi erano rissosi e autocompiaciuti – per non dire vanesi, ognuno convinto di essere il meglio, a dispetto della rigida gerarchia in cucina (imparata per sempre guardando “Ratatouille”). “Tony” racconta l’estate del 1970, la futura star della cucina raccontò in casa di aver vinto una borsa di studio per una scuola di scrittura residenziale. Era una convinzione – diciamo così – “personale”, non era vero niente. Finì senza un soldo nella cittadina balneare di Provincetown, Massachusetts – attorno vediamo i manifesti del film “Lo squalo”. Ci arrivò seguendo una ragazza che gli piaceva. Andò a fare il lavapiatti nel ristorante di Antonio Banderas, dove già lavora Leo Woodhall, altro giovanotto sbandato. Tony viene svegliato ogni mattina con una secchiata d’acqua, come si conviene a chi è andato a letto ubriaco fradicio. Sappiamo purtroppo la brutta fine di Anthony Bourdain, morto suicida nel 2018 durante una crisi depressiva. Sappiamo come andrà a finire, e sembra saperlo anche il cuoco Banderas che gli racconta di Vatel, il cuoco di Luigi XIV, suicida perché il pesce comprato per il banchetto reale non era arrivato in tempo. Dominic Sessa è perfetto nel ruolo, già lo avevamo ammirato in “The Holdovers – Lezioni di vita” di Alexander Payne.