Diciotto persone. Diciotto soltanto, disperse in un gruppo di 6.470 uomini e donne fra i 30 e i 95 anni, riuscivano a stare contemporaneamente nel quarto migliore di tutte le classifiche alimentari usate dai ricercatori. Le altre scivolavano su e giù: virtuose secondo un indice, meno virtuose secondo un altro. Quel numero basta a mettere in crisi una delle domande più abituali quando si parla di nutrizione: che cosa significa, davvero, mangiare bene?
Lo studio, pubblicato il 29 agosto su Nature Communications, ha cercato una risposta nel Rhineland Study confrontando dieci diversi modi di giudicare l’alimentazione: dalla dieta mediterranea alla DASH, dalla MIND alla dieta nordica, dall’Alternate Healthy Eating Index al modello EAT-Lancet, fino ai punteggi costruiti sulla prevalenza degli alimenti vegetali o sul potenziale infiammatorio del cibo. Nessuno dei partecipanti è stato messo a dieta o assegnato a un regime prestabilito. I ricercatori hanno ricostruito attraverso questionari le abitudini di ciascuno e misurato quanto somigliassero ai vari modelli. Ed ecco il primo inciampo: diciamo “dieta sana” come se indicassimo una strada unica, ma ogni indice distribuisce pesi diversi, premia alcuni alimenti più di altri e traccia a modo proprio il confine fra ciò che considera favorevole e ciò che non lo è. Il “buon mangiatore”, insomma, dipende anche dal righello con cui decidiamo di misurarlo.
Poi i ricercatori hanno lasciato i questionari e sono entrati nel sangue. Qui hanno analizzato la metilazione del DNA, modificazioni chimiche che non riscrivono la sequenza genetica ma possono riflettere età, ambiente e stile di vita. Una sorta di archivio biologico, imperfetto ma capace di conservare alcune tracce del tempo passato attraverso il corpo. Da queste informazioni sono stati ricavati tre indicatori: GrimAge e PhenoAge, utilizzati per valutare l’accelerazione dell’età epigenetica, e DunedinPACE, che prova invece a stimare il ritmo dell’invecchiamento. Non soltanto quanto cammino biologico sia stato percorso, dunque, ma anche a quale velocità lo si stia percorrendo.
Nel complesso, una maggiore aderenza ai modelli considerati salutari si accompagnava a valori compatibili con un invecchiamento epigenetico più favorevole, mentre i punteggi riferiti a un’alimentazione meno sana o più pro-infiammatoria tendevano nella direzione opposta. Dopo le correzioni statistiche necessarie per tenere conto dei molti confronti effettuati, tutti e dieci gli indici mostravano un’associazione con DunedinPACE; DASH e dieta nordica erano i modelli che presentavano i risultati più coerenti considerando tutti e tre gli indicatori. Ma trasformare questo dato in una classifica — prima la DASH, seconda la nordica, poi tutte le altre — significherebbe perdere proprio la parte più interessante dello studio.
I ricercatori hanno infatti esaminato circa 850 mila punti dell’epigenoma. I diversi modelli alimentari risultavano collegati, in larga parte, a siti CpG e geni differenti: non sembravano premere gli stessi interruttori e non lasciavano esattamente le medesime impronte. Eppure quelle strade molecolari, partite da luoghi diversi, finivano spesso nello stesso quartiere. Oltre il 70 per cento delle vie biologiche individuate era condiviso fra i diversi modelli alimentari. È qui che la ricerca smette di essere una gara tra diete e comincia a suggerire qualcosa di più generale sulla qualità dell’alimentazione.
Tra le vie coinvolte comparivano processi legati alla segnalazione cellulare, al metabolismo, alla regolazione del calcio, alla morfologia delle cellule e alla neurogenesi. Rimanevano però anche firme più specifiche: la DASH intercettava vie connesse alla funzione cardiaca, mentre la MIND si associava a processi riguardanti gli assoni, l’apprendimento e la memoria. Diete diverse potrebbero quindi agire su punti epigenetici differenti e convergere, almeno in parte, sugli stessi grandi sistemi biologici. Diversità all’ingresso, convergenza nel profondo.
Gli autori hanno poi cercato di capire se il segnale sopravvivesse fuori dal primo gruppo, ripetendo le analisi su 1.034 partecipanti della coorte EPIC-Potsdam. Le associazioni con gli indicatori di invecchiamento epigenetico sono risultate generalmente concordanti per direzione e dimensione. Nella meta-analisi successiva, DASH, dieta nordica, Alternate Healthy Eating Index e indice infiammatorio conservavano associazioni statisticamente significative con entrambi gli indicatori di accelerazione epigenetica disponibili nelle due coorti. Una verifica importante, ma che non trasforma comunque l’osservazione in una prova di causa ed effetto.
Ed è proprio davanti alla parola associazione che bisogna fermarsi. Lo studio non dimostra che adottare uno di questi modelli rallenti direttamente l’orologio biologico e non permette di convertire una porzione di verdura o un piatto di cereali integrali in mesi o anni di vita guadagnati. La dieta è stata ricostruita mediante questionari, affidandosi quindi anche alla memoria e alle dichiarazioni dei partecipanti, e le popolazioni analizzate erano prevalentemente tedesche ed europee. Una misura epigenetica favorevole non equivale automaticamente a vivere più a lungo, e un’associazione, per quanto suggestiva, non può essere promossa a causa senza studi capaci di dimostrarlo.
Rimane però un’indicazione meno spettacolare e forse proprio per questo più utile. Sotto nomi diversi ritornano frutta, verdura, cereali integrali e alimenti vegetali di buona qualità; dall’altra parte ricompare l’invito a limitare carni lavorate, zuccheri e prodotti meno salutari. Cambiano le proporzioni, cambiano i punteggi, cambiano le bandiere issate sopra ciascun modello, ma il nucleo sembra resistere: conta soprattutto la qualità complessiva dell’alimentazione. Forse non esiste una dieta perfetta capace di mettere d’accordo tutti gli indici. Esistono piuttosto strade differenti che, nelle minuscole tracce chimiche lasciate sul DNA, sembrano avvicinarsi agli stessi sistemi biologici.

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Tavares JF, Liu D, Talevi V, et al. “Associations between diet quality, epigenetic aging and epigenome in two population-based cohorts”. Nature Communications, 29 agosto 2026. DOI: 10.1038/s41467-026-77064-4.

