di
Irene Soave
Risultati provvisori del referendum. Scrutinato il 60%: 50,1 per il «no», 49,9 per il «Sì»
DALLA NOSTRA INVIATA
REYKJAVIK (ISLANDA) – Una signora sola, in abito da mattina e scarpe comode, attraversa la hall dell’hotel The Edition, il più lussuoso di Reykjavik, di fronte all’inconfondibile palazzo dei concerti Harpa disegnato da Olafur Eliasson. Esce insieme a varie altre da una conferenza sulla letteratura islandese. Stringe un paio di mani, saluta, sale in una berlina normale. «Vede? Ursula von der Leyen mica sarebbe così accessibile», commenta un’altra, nella hall.
Il paragone ha senso: la signora in tailleur e senza scorta era Halla Tómasdóttir, la presidente della Repubblica. «Noi islandesi siamo pochi, conosciamo chi ci governa. Nella Ue ci perderemmo». Super partes come il ruolo vuole, Tómasdóttir non ha detto cosa avrebbe votato al referendum; la signora che l’ha riconosciuta, invece, voterà no.
Mesi di dibattiti, tredici anni dalla sospensione dei negoziati con Bruxelles, e ieri il referendum tanto atteso. Il quesito è chiaro: «L’Islanda dovrebbe riprendere i negoziati per l’accesso all’Unione Europea?». E «no», seppur di pochissimo, sembra a spoglio ancora in corso una risposta che qui è forte e chiara. Alla chiusura delle urne, l’ultimo sondaggio Gallup dava in testa il No con il 51,6%, contro il 48,4% di Sì. Affluenza normale: a Reykjavik ha votato più del 50% degli aventi diritto che su 400 mila abitanti sono 270 mila. «Il risultato è stato imprevedibile fino all’ultimo», spiega Elías Þórsson, opinionista politico. «Ma nelle ultime settimane è cresciuto il no».
Difatti il fronte del «No» è passato in vantaggio nelle prime ore di domenica, secondo i risultati parziali: sulla base dei primi 152.000 voti scrutinati su un totale di 270.000 aventi diritto, il 50,1% si è espresso contro la proposta del governo di riavviare i negoziati, mentre il 49,9% si è dichiarato favorevole: un vantaggio, per ora, di poco più di 400 voti.
il «Sì» prevale nei distretti di Reykjavik, mentre il «No» resta maggioritario nelle aree rurali.
Gli islandesi del «no», che i media dipingono come balenieri e mandriani degli altipiani in opposizione alla gioventù cosmopolita ed europeista di Reykjavik, hanno bocciato non già l’adesione alla Ue — per quella sarebbe comunque questione di 18-24 mesi — ma l’ipotesi stessa di riprendere i colloqui con Bruxelles, avviati nel 2009 a valle della crisi finanziaria che bruciò venti miliardi di dollari nelle banche islandesi, e sospesi nel 2013.
Nel 2013 avevano vinto i giganti della pesca: aziende che producono il 5,6% del Pil e il 40% degli export, e che temono di dover sottostare a regolamenti europei stringenti e quote di pesca che non decidono loro. In questo senso dalla Ue, che a Reykjavik non ha mai chiuso la porta, arrivano messaggi di relativa elasticità: la commissaria all’Allargamento Marta Kos ha ribadito di recente che «le trattative riflettono la realtà dei Paesi candidati». A urne appena chiuse, sembra che quest’apertura non sia bastata.
A Bruxelles potrebbe esserci delusione: l’Islanda è un Paese dal Pil generoso – 39 milioni di dollari per 400 mila abitanti – e dai conti in ordine, una democrazia avanzata, già membro del libero mercato europeo e inclusa nello spazio Schengen, e quindi già in regola con moltissime norme della Ue. Un possibile membro modello, insomma, oltre che un eccellente contribuente al bilancio europeo; forse un volano per una futura adesione della Norvegia. Di certo, agli occhi delle istituzioni Ue, un modo di riaffermare di fronte ai Paesi candidati che faticano con le riforme, come i Paesi balcanici e l’Ucraina, che nella Ue si entra (anche) per merito.
Per Bloomberg il referendum è stato un «test di rilevanza» per l’Unione Europea: quanto conta ancora, come polo nel nuovo ordine mondiale, se un Paese prospero e libero come l’Islanda tituba tanto a entrarci?
Sul «Sì» ha messo la faccia il governo della socialdemocratica Kristrún Frostadóttir: eletta nel 2024, aveva il referendum nel programma entro il 2027. Avrebbero accelerato la pratica le pretese di Donald Trump sulla Groenlandia, qui più vicina dell’Europa, appena 300 km a Ovest. E il fatto che spesso — l’ultima volta a Davos — Trump abbia confuso le due isole.
«Del resto sono due isole simili», spiega a Cnbc il professor said Eiríkur Bergmann della Bifröst University. Materie prime, vie marittime rese più agevoli dallo scioglimento dei ghiacciai. Soprattutto una geografia strategica, in un’epoca in cui l’Artico fa gola a Russia e Cina. «L’unica differenza è che l’Islanda è indipendente».
Ma l’Islanda non ha un esercito, ed è al 100% dipendente dai militari Nato della piccola base di Keflavik, accanto all’aeroporto civile. «L’ordine mondiale che ci teneva al sicuro e prosperi è sotto minaccia», ha detto la ministra degli Esteri Þorgerður Gunnarsdóttir. «In tempi come questi, le nazioni piccole devono pensare bene a dove stare e con chi».
Altro punto che ha convinto molti a votare «Sì»: l’instabilità monetaria. Aderire all’euro salverebbe gli islandesi dalle fluttuazioni della corona, micro-moneta nazionale che vale 0,0071 euro e cioè sempre meno anche in patria. L’Islanda è il Paese più caro d’Europa: un taxi dall’aeroporto al centro costa – in corone – circa 200 euro, un caffè 8, una birra 18, un mese d’affitto duemila. Lo si deve all’inflazione altissima: svalutare la corona è da dopo la crisi finanziaria del 2008 il principale strumento di politica monetaria di Reykjavik, dove del resto i salari sono talmente alti, con una media di un milione di corone al mese cioè 7 mila euro, che anche i prezzi alle stelle si sopportano.
Ma non durerà per sempre, e il costo della vita ha fatto la parte del leone nei temi discussi in campagna elettorale. «I principali oppositori della Ue», spiega la giornalista Alda Sigmundsdottir nella sua newsletter Letter from Iceland, in inglese, fortemente europeista, «commerciano già all’estero e quindi in euro, o in dollari. Dalla svalutazione della moneta hanno solo da guadagnare». A differenza dei comuni mortali, che si vedono impoveriti. «Ma non sono argomenti che hanno fatto molta presa», commenta Elìas Þórsson, «perché sono del tutto ipotetici».
Al referendum cioè non si è votato su nulla di preciso, su nessun testo, su nessuna bozza di negoziati; se vincesse il sì, i negoziati riprenderebbero e poi ci sarebbe un secondo referendum per eventualmente accettarli. Tra i comitati per il «Sì» ce n’era anche uno chiamato prosaicamente «Sì a vedere»: tradotto, almeno stiamo a sentire cosa ci propone Bruxelles, poi rivoteremo. Peraltro la negoziazione iniziata nel 2009 era proceduta così speditamente che dei 35 punti delle trattative 27 sono avviati e 11 conclusi.
Ma in campagna elettorale ha prevalso, spiega Þórsson, «un senso di indipendenza quasi nazionalista». Liberi dal dominio danese dal 1944, da allora gli islandesi votano in massa, per molti anni di fila, il conservatore Partito dell’Indipendenza. Che qui è per il no.
Il governo in carica è la seconda eccezione in ottant’anni, e potrebbe non superare questa disfatta. «Noi», ha tuonato la parlamentare Sigríður María Egilsdóttir nel comizio conclusivo per il «No», «siamo il popolo che ha difeso le zone di pesca contro le flotte di potenze mondiali, e ha vinto. Tre volte. Il popolo che si è rialzato da un crollo economico in un decennio…». Il messaggio — certo a spoglio ancora in corso — sembra sia arrivato forte e chiaro.
29 agosto 2026 ( modifica il 30 agosto 2026 | 07:27)
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