di
Simone Canettieri

Il giornalista: «Se incontrassi Sigfrido gli direi che è stato un fesso. E poi lo abbraccerei. L’azienda? C’era un disegno: abbiamo provato a trattare, ma non hanno voluto incontrarci»

Giorgio Mottola, lei fa l’inviato di Report da 14 anni con oltre 100 inchieste all’attivo su politica e criminalità, senza il caso Ranucci-Lavitola non saremmo arrivati fin qui. Concorda?
«Credo che al di là degli errori di Ranucci, che sicuramente ci sono stati, la vicenda Lavitola sia stata un pretesto».

Dove ha sbagliato Ranucci?
«Come gli hanno detto molti di noi, dopo l’inizio delle indagini, aver rivendicato e costruito con Lavitola un rapporto di “amicizia fraterno” è stato inopportuno. Tuttavia come sta emergendo in queste ore c’era l’intenzione, che risaliva a prima della vicenda di Lavitola, di silenziare Report nell’anno elettorale».



















































Ma questa storia getta un’ombra sull’intero programma.
«
No, non credo: dal momento che nonostante le centinaia di articoli infamanti di alcuni giornali non è emerso alcun condizionamento di Lavitola sulla trasmissione».

Il «metodo Report» si è basato spesso sul «non poteva non sapere» e sullo svelamento di strani rapporti tra personaggi pubblici e criminalità: lei domani sarebbe credibile se a nome di Report andasse a chiedere conto a un politico delle sue frequentazioni?
«Il metodo Report si basa sul rigore. Non mi risulta che Ranucci sia un decisore politico».

Se Ranucci si fosse subito fatto da parte ora il programma, come lo vorreste voi inviati storici, sarebbe salvo.
«No, viste le modalità con cui la Rai ha deciso di imporre questa scelta è chiaro che ci fosse un disegno imposto dal governo, un colpo di Stato. Tanto che quando c’è stata comunicata, in maniera informale, la rimozione di Ranucci abbiamo provato ad avviare un’interlocuzione con la Rai per salvare l’integrità di Report, ma non hanno voluto nemmeno incontrarci».

Come svelato dal Corriere la chat di redazione ha sollevato anche un problema di MeToo rispetto alla conferma di Ranucci.
«Erano state pubblicate sui giornali testimonianze di avances inopportune, per quanto apparissero strumentali, tutti noi pensiamo che le donne che denunciano molestie vadano ascoltate a priori. Per questo eravamo concordi nel prendere una posizione solo dopo aver ascoltato anche la versione di Sigfrido».

Perché lei e gli inviati storici siete contrari alla conduzione di Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi?
«La loro funzione di garanzia di autonomia è stata pregiudicata dal metodo Rai. Milena Gabanelli e Sigfrido Ranucci hanno tutelato per 25 anni l’indipendenza di Report e respinto qualsiasi tentativo di condizionamento della politica».

Perché Presutti e Piervincenzi non potrebbero farlo?
«Come possono, se sono stati scelti dal governo e in particolare da Fratelli d’Italia, a cui il direttore degli Approfondimenti Paolo Corsini ha pubblicamente dichiarato di appartenere?».

Cosa ne sarà di Report?
«Se la Rai insiste, di Report resterà soltanto il nome: Report ha senso di esistere soltanto se è libero e indipendente».

Lei e i suoi colleghi siete pronti ad andarvene?
«I nostri contratti scadono a giugno 2027, ma siamo pronti a stracciarli. Spero ancora che Presutti e Piervincenzi capiscano che sono utilizzati in modo strumentale dalla Rai e dalla politica. E che facciano autonomamente un passo indietro per tutelare la storia del programma».

Avete già un piano B?
«Ci batteremo affinché Report continui a esistere. Speriamo in Rai, altrimenti altrove».

Visto che guadagnava 300 mila euro a stagione, male che vada non rischierà di finire alla Caritas.
«Il mio compenso arriva al 30-35% di quella cifra: sono altri quelli che prendono dai 300-400 mila in su per fare da megafono al potere e vengono chiusi per i pochi ascolti».

Da quanto non sente Ranucci?
«Da diversi giorni».

E se lo incontrasse ora cosa gli direbbe?
«Che è stato proprio un fesso. E poi lo abbraccerei».


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30 agosto 2026 ( modifica il 30 agosto 2026 | 07:19)