di
Aldo Cazzullo

Intervista alla giornalista: «Meloni ha i nervi saldi. Il suo più grande alleato sono i miei amici dell’opposizione, che parlano a vanvera. Vannacci? Del suo programma mi fa paura la parte contro i diritti. Ma l’altra metà parla ai cittadini che vogliono stare tranquilli: e la sinistra dovrebbe assorbirne i temi»

Barbara Palombelli, qual è il suo primo ricordo?
«Sono bambina, ho un anno e mezzo, e giro attorno al televisore di casa, per vedere se lo speaker del telegiornale, Riccardo Paladini, era davvero lì dietro».

La tv come destino.
«Sono sempre stata affascinata dalla tecnologia. Nel 1990 ho avuto il primo telefonino del Corriere della Sera. A metà degli Anni ’90 ho avuto il primo indirizzo mail di Repubblica. Nel 1999 sono stata la prima giornalista italiana ad aprire un sito Internet. E il prossimo 7 settembre sarò la prima persona a portare un umanoide in diretta tv».



















































Con quale ruolo?
«Il valletto. Sarà il mio assistente. Gli darò un nome che appartiene alla mia infanzia: Jeeves, il maggiordomo di P.G. Wodehouse, il grande umorista inglese, una delle mie prime letture».

Jeeves è figlio dell’intelligenza artificiale?
«Certo. Ha dentro tutta l’intelligenza artificiale possibile. È alto un metro e 30; ora lo dobbiamo settare. E vestire. Forum ha 42 anni, questa è la mia quattordicesima stagione; qualcosa di nuovo ci voleva. Mediaset mi ha assecondata; così partiamo con l’esperimento del valletto umanoide».

Non teme che l’intelligenza artificiale porterà all’estinzione non solo dei valletti, ma dell’umanità?
«No. Al contrario, ho grande fiducia. Anche quando inventarono le scavatrici si disse che ci saremmo estinti, perché non servivano più manovali. Sono cattolica, credo nello Spirito Santo, credo nella potenza del pensiero: noi che lavoriamo con la tv siamo la dimostrazione che tecnologia e spiritualità sono intrecciate».

Cosa c’entra lo Spirito Santo?
«Pensi alla Pentecoste: tutti gli apostoli all’improvviso parlano e capiscono tutte le lingue. Somiglia all’intelligenza artificiale, è un processo buono. L’IA è un dono di Dio all’umanità, è la nostra intelligenza che progredisce. Pensi alle mappe. Un tempo accadeva a tutti di sbagliare strada. Quest’estate nessuno si è perso, grazie all’IA. Ho appena fatto i miei controlli medici, supportati dall’IA: per me è una sorte di miracolo».

Tutto bene?
«Sì. Ma non voglio parlare né di tumori, né di amori, né di molestie. Li ho avuti tutti e tre. Ma mi piace vivere nel presente. E se possibile un po’ nel futuro».

Il futuro dell’Italia come lo vede?
«Bene. Sono molto patriottica e molto ottimista. Ho 72 anni, quand’ero bambina vedevo gente nelle baracche, persone che non sapevano cos’era il mare; quando andavo al mare, ogni domenica una persona moriva annegata, perché non sapeva nuotare. Oggi qui a Capalbio scoprono una targa per Amintore Fanfani, che espropriò le terre dell’Alto Lazio e della Maremma — in famiglia lo sappiamo bene perché espropriò pure mio zio — e le diede a famiglie che letteralmente non avevano da mangiare».

E adesso?
«Adesso lo dovremmo rifare. Ci sono migliaia di ettari incolti, ci sono boschi abbandonati: affidiamoli ai migranti, che nei lavori agricoli sono molto più bravi di noi, italiani viziati».

Come sono gli italiani, oltre che viziati?
«A me gli italiani piacciono. Sono belli, bravi, sani. Non è vero che siamo un Paese così violento. L’anno scorso ci sono stati 286 omicidi; nel 1991 furono 1.938. Abbiamo risparmi, azioni, buoni del tesoro per pagare due volte il debito pubblico. Siamo un Paese forte, dobbiamo andare a testa alta».

Perché allora ogni volta che si vota vince un movimento di protesta? Prima i 5 Stelle. Poi la Meloni, unica oppositrice del governo Draghi. Adesso la sola forza in crescita è Vannacci.
«Non puoi litigare con l’idea che ci sono messaggi di protesta; li devi raccogliere. Moro aveva capito persino i movimenti extraparlamentari. Devi capire che esiste un malessere, e proporre soluzioni. La sensazione di insicurezza è mondiale: a Londra, a Parigi, a Bruxelles rischi una coltellata. Il tema esiste; ma l’abbiamo gonfiato moltissimo noi giornalisti. Le popolazioni si spostano, e non saranno i decreti o le navi a fermarli».

Cosa dobbiamo fare allora?
«Mettere i migranti alla pari dei cittadini italiani. Oggi non sono alla pari. Io non so chi è la persona cui regalo qualcosa al semaforo. Non so chi è il senzatetto che incontro in stazione, a Roma Termini o a Milano Centrale. L’Italia sa chi sono io: mi identifica attraverso il cellulare, la targa della macchina, i satelliti. Nelle carceri italiane ci sono centinaia di detenuti di cui ignoriamo l’identità. Dobbiamo identificare queste persone».

E come?
«Se non hanno un’identità, bisogna dargliela. Prendergli i dati, le impronte, gli occhi come li prendono a noi in qualsiasi aeroporto al mondo. Renderli trasparenti. Su dieci persone, otto sono perbene; quelli che hanno altre intenzioni vanno fermati. Io voglio sapere chi sono. Voglio poter dire al migrante al semaforo: ciao John, ciao Giovanni, come stai? Questo metterebbe gli italiani tranquilli. Oggi come si deve sentire un commerciante che paga le tasse, e davanti al negozio si ritrova uno sconosciuto che vende la sua stessa merce, magari contraffatta?».

Vannacci sarebbe d’accordo.
«Del programma di Vannacci mi fa paura la parte contro i diritti. I diritti vanno estesi sempre. Noi a Forum abbiamo celebrato le prime unioni civili in diretta tv, nel 2016. Ma l’altra metà del programma di Vannacci parla ai cittadini che vogliono stare tranquilli nel giardino pubblico, sul treno, per strada. La sinistra, cui appartengo, dovrebbe assorbire questi temi. La sinistra è stata il baluardo contro le Br e il terrorismo, ha difeso la democrazia. Oggi deve difendere l’ordine pubblico. Con l’allarme sociale che c’è, con le guerre che tornano, come fai a essere contro le forze armate, contro la polizia, contro i carabinieri? Noi del campo largo dobbiamo stare da questa parte».

Giorgia Meloni come la trova?
«Le è capitato di tutto e di più. Ammiro i nervi saldi che ha dimostrato, anche con il suo da lei amatissimo partito, che ha venti anime. Il suo più grande alleato sono i miei amici dell’opposizione, che parlano a vanvera».

Perché?
«Perché non si occupano dei temi che stanno a cuore alla gente. In questo, Forum mi aiuta. In ogni famiglia italiana esiste un caso di autismo, un anziano affetto da demenza, un giovane che non riesce a pagarsi gli studi, anche a causa della sciagurata riforma Berlinguer che ha aggiunto un anno di università. Far studiare i ragazzi senza costi per le famiglie, abbassare le tasse sui redditi medio-bassi, creare lavoro: questi sono i temi del campo largo. E anche il reddito di cittadinanza, che era stata un’intuizione di Grillo e di Casaleggio per dare sollievo ai poveri. Altro che parlare di fascismo e antifascismo. I nostri nonni erano fascisti; ma adesso sono morti».

I fascisti ci sono ancora adesso.
«Non è una cosa che sentono i giovani. I giovani hanno altri problemi. Oggi si fanno figli a quarant’anni, ragazzi di 23 anni hanno genitori che già non lavorano più: come campano? Di questo dovrebbe parlare la sinistra. Cose concrete, che migliorano la vita delle famiglie. Ad esempio togliere i compiti del fine settimana, come propose già Ségolène Royal. E introdurre il servizio civile obbligatorio di sei mesi: ognuno si occupi di quel che vuole, migranti, biblioteche, malati, cani, purché si renda utile».

Forum è un programma di grande successo, ma di cui si dice che sia tutto finto.
«Al contrario: sono tutte storie vere. E nessun giurista ha mai contestato i nostri arbitrati. Abbiamo insegnato il diritto a diverse generazioni, e non abbiamo mai ricevuto una lettera di protesta. E dire che ci seguono avvocati e costituzionalisti: Alessandro Pace non perdeva una puntata».

Ma chi interpreta le storie di Forum?
«Persone comuni e attori. Abbiamo una banca dati enorme di provini, sappiamo dove trovare i personaggi. Se bisogna interpretare un ex detenuto, serve uno che è stato in prigione. Poi abbiamo in studio gli esperti: di diritto, di storia, di arte».

La tv generalista ha un futuro?
«Certo. Oggi viene tagliuzzata e rivista sulle varie piattaforme. È come una grande mucca che alleva tanti vitellini. I canali digitali sono vuoti o trasmettono astrologi e tappeti; tutti si abbeverano a Sanremo o all’Isola dei Famosi. La tv generalista ormai si guarda a qualsiasi ora. La grande fabbrica è ancora in piedi; e lo resterà a lungo».

E Mediaset?
«Sono qui da vent’anni e mi sono sempre sentita libera. Una libertà che Pier Silvio Berlusconi ha ulteriormente esteso».

Il campo largo deve fare le primarie?
«Sì. Erano una follia all’epoca, e lo sono ancora; ma ormai ci sono. Le primarie servono a pesare le leadership, per poi rimettere tutti insieme».

Lei chi voterebbe?
«Alle primarie non ho mai votato e non voterò. Siccome dai tempi del liceo seguo politicamente e con affetto il mio compagno di scuola Goffredo Bettini, magari ha ragione lui: il più esperto è Conte. Ma vorrei il ritorno di Ulisse Renzi alla sua Itaca, il Pd».

Lei divenne giornalista parlamentare nel 1980. Li ha conosciuti tutti: Berlinguer, Craxi, Cossiga, Berlusconi. Chi era il migliore?
«Avevano tutti un talento straordinario. Venivano dalle piazze, erano allenati ad affrontare i problemi, rapidi nel vedere le conseguenze. Erano rivali, però si ritrovavano sul bene per l’Italia. Ma il più grande di tutti forse è stato Fanfani: case, ponti, ospedali, autostrade. Sbagliò sul divorzio. Ma io sono per le infrastrutture, pure per il Ponte di Messina».

Lei ha avuto grandi direttori.
«Da Stille a Rinaldi. E grandi colleghi, da Mughini a D’Agostino. Ma quello che so fare in tv l’ho imparato da a Mentana a Matrix: a cominciare dal non usare mai foglietti, gobbi o suggeritori».

Pure Montanelli e Scalfari. Chi è stato il più grande?
«Due geni assoluti. Montanelli mi chiamò mentre facevo la rassegna di Radio3: “Le cose che hai detto le voglio leggere domattina sul Giornale”. Mi fece battere il cuore. Scalfari era imprevedibile, faceva rifare il giornale a metà pomeriggio per un fatto di cronaca, sapeva quale spettacolo davano la sera al teatro dell’Opera, conosceva gli attaccanti della Roma».

Ma di un altro grande direttore, Giulio Anselmi, lei scrisse: “Piuttosto che lavorare ancora con lui apro una pizzeria al taglio”. Cosa accadde?
«Avevamo litigato, e per quel litigio lasciai il Corriere. Poi ci siamo rivisti. E abbiamo fatto pace».

Con suo marito Francesco Rutelli come vi siete conosciuti?
«Io lavoravo alla radio, lui voleva candidarsi a segretario del partito radicale nel Lazio, venne a chiedermi consigli. Era il 1979: stiamo insieme da 47 anni. E abbiamo quattro figli, di cui tre adottivi».

30 agosto 2026 ( modifica il 30 agosto 2026 | 08:01)