Scattare una foto o fare uno screenshot per fissare un ricordo potrebbe ottenere l’effetto contrario: aumentare la probabilità di dimenticare. È quanto indica una ricerca della Binghamton University, nello Stato di New York, che ha analizzato il cosiddetto “digital capture effect”, ossia la compromissione della memoria legata alla registrazione digitale di informazioni ed esperienze.
“Ci sono prove solide del fatto che, se scatti fotografie durante un’esperienza, il ricordo dell’evento risulta compromesso”, afferma Sophia Fabrizio, dottoranda in psicologia alla Binghamton University e prima autrice dello studio “Digital amnesia: The aftermath of a screenshot”, pubblicato sulla rivista Memory & Cognition.
Il fenomeno è particolarmente marcato quando le immagini non vengono poi consultate. Al contrario, altre ricerche hanno evidenziato che rivedere le foto per rivivere un’esperienza può sostenere la conservazione a lungo termine. Il nodo è la sproporzione tra quanto produciamo e quanto rivediamo: secondo le stime citate, scattiamo in media 20 foto al giorno e su uno smartphone “tipo” sono archiviate circa 2.000 immagini.
Per approfondire il tema, il team di Binghamton ha condotto sette esperimenti. Ai partecipanti veniva chiesto di fotografare opere d’arte e, in seguito, di sostenere prove di memoria. In alcune prove sono stati introdotti anche esercizi matematici per verificare se l’atto di catturare immagini riallocasse risorse cognitive.
Nessuno degli esperimenti ha evidenziato un vantaggio chiaro di foto o screenshot; al contrario, i dati sono compatibili con un peggioramento del ricordo per il materiale immortalato.
Gli autori hanno esaminato diverse spiegazioni. La prima è l’attenzione divisa: mentre si fotografa o si fa uno screenshot, parte delle risorse mentali viene sottratta alla codifica dell’esperienza. Tuttavia, questo non basta a spiegare tutto: il deficit persiste anche quando ai soggetti viene concesso più tempo per osservare le opere prima o dopo lo scatto, e quando il compito di acquisizione è semplificato.
Un’altra ipotesi è lo “scarico cognitivo”: sapendo che l’informazione è archiviata esternamente, potremmo investire meno energie per ricordarla, destinandole ad altro. Neppure questa spiegazione risulta esaustiva. L’alterazione della memoria rimane, infatti, anche quando i partecipanti sanno che le immagini appena catturate verranno eliminate subito. Nel caso degli screenshot, inoltre, i soggetti ricordavano peggio sia l’opera sia se l’avessero effettivamente catturata o soltanto osservata.
La terza proposta è il “distacco attentivo”: fotografare potrebbe indurci, in modo inconscio, a prendere le distanze dall’esperienza in corso. In questa chiave, non si ridurrebbe soltanto il ricordo dell’elemento fotografato, ma anche la precisione del contesto in cui l’evento si è svolto.
Per migliorare la memoria, i ricercatori suggeriscono di tornare a uno strumento ben meno tecnologico: carta e penna. Scrivere costringe a elaborare e organizzare le informazioni, individuando i concetti essenziali e creando collegamenti. È la cosiddetta “desirable difficulty”, una “difficoltà desiderabile” che, proprio perché richiede uno sforzo in più, rafforza la memorizzazione.
Nemmeno annotare, però, è una panacea. Segnare il compleanno di un amico sul calendario e impostare un promemoria può indurre a dimenticare la data, confidando che sarà il dispositivo a ricordarcela. Lo stesso vale per gli screenshot: possono essere un valido ausilio se pochi, intenzionali e poi effettivamente rivisti. Accumularne decine o centinaia senza mai consultarli rischia invece di produrre l’effetto opposto.
“Nel complesso, i risultati dello studio suggeriscono che probabilmente stiamo danneggiando la nostra memoria di informazioni ed esperienze semplicemente premendo un pulsante, e che questa compromissione potrebbe estendersi persino oltre ciò che viene catturato”, conclude Fabrizio.
