di
Marianna Peluso

Ha due officine e una vita trascorsa sulle biciclette: con il Pirata ha lavorato fino al 2002. «Con lui Giro, Tour de France e Vuelta. Bene le ciclabili a Verona»

Personaggio verace, battuta pronta, dialetto veronese e un «Mai molar» che è diventato il suo marchio di fabbrica. Bruno Olivieri, classe 1966, sui social è El Meccanico Edp: circa 40 mila follower, due officine tra Pedemonte e Verona e una vita trascorsa sulle biciclette, compresi dieci anni nelle grandi corse al fianco dell’indimenticabile Marco Pantani. Nei suoi video parla di ciclismo, sicurezza e città con ironia (e qualche provocazione). Tra gli ultimi, ce n’è uno sulla pista ciclabile su Lungadige Cangrande, per fare un plauso alle scelte dell’amministrazione.

Perché ha girato questo video?
«Perché quando andiamo in giro per il mondo, torniamo dicendo: “che bella Amsterdam (faccio un esempio), ci sono le ciclabili, si gira bene in bicicletta, la città è pulita”. Poi proviamo a fare la stessa cosa a casa nostra e improvvisamente non va più bene. Una città moderna deve avere spazio per le auto, certo, ma deve averlo anche per le biciclette. Mentre giravo quel video, è passata una mamma in bici con il seggiolino: io preferisco vederla su una ciclabile, protetta, piuttosto che in mezzo alle macchine. Poi capisco anche chi protesta perché perde un parcheggio: se togli posti auto, devi trovare una soluzione. Ma riguardo alle ciclabili io faccio un applauso al Comune».



















































Da dove nasce l’idea della pagina di El Meccanico Edp?
«Quasi per gioco grazie a Massimiliano Riccio. Da ragazzo veniva in negozio, era molto timido e noi lo seguivamo anche negli allenamenti, cercando di stimolarlo. A un certo punto gli dissi che, se fossi tornato ad allenarmi, lo avrei sfidato sul Pendola. Da quella sfida è nata anche l’idea di aprire una pagina Instagram: io non avevo tempo di stare dietro ai social e gli dissi di occuparsene lui. Abbiamo cominciato con qualche battuta sulle biciclette, parlando come parlo tutti i giorni, usando il “Mai molar”, che nel ciclismo si usa molto. Oggi facciamo generalmente due video alla settimana, ma gran parte delle idee mi vengono sul momento: vedo una situazione, registro e mando tutto a Massimiliano».

Dietro il personaggio social, però, c’è una lunga storia nel ciclismo. E dieci anni accanto a Marco Pantani.
«Sì, ed è stata una parte enorme della mia vita. Io prima correvo e, come tanti ragazzi, sognavo di diventare professionista. Ma ho smesso per trasformare la mia passione in una piccola officina, aperta con mio papà Mario. Qualche anno dopo, nel 1993, arrivò la chiamata della Carrera: Sandro Quintarelli, che era stato il primo direttore sportivo di Pantani, abitava nella nostra zona e aveva bisogno di un meccanico. Sono partito e alla fine ho seguito Marco praticamente per tutta la sua carriera, fino al 2002. Ho fatto con lui il Giro d’Italia, il Tour de France, la Vuelta e tantissime altre gare. Quindi il professionismo che avevo sognato da corridore l’ho vissuto comunque, da un’altra prospettiva».

Com’era il «Pirata» Pantani visto dal banco di lavoro e non dalla strada?
«Era molto pignolo, soprattutto sulla messa a punto della bicicletta. Anche quando vinceva voleva sempre cambiare qualcosa, trovare un dettaglio che potesse farlo andare ancora più forte. Io ogni tanto gli dicevo: “Marco, più di vincere cosa devi fare? Se hai vinto vuol dire che la bicicletta va bene”. Ma lui non si accontentava mai. Era un perfezionista. E anche molto imprevedibile. Al Tour del 1995 avevo passato praticamente un giorno intero a sistemare la sua bici da cronometro per la tappa successiva. Avevamo preparato tutto, misure comprese. Poi, una decina di minuti prima della partenza, cambiò idea e volle modificare tutto. In pochi minuti bisognava rifare quello che avevamo preparato per ore. Con Marco dovevi essere sempre sul pezzo».

Dopo Pantani non ha mai pensato di continuare nel professionismo?
«Me l’hanno chiesto e ancora oggi ogni tanto qualcuno mi propone di tornare alle gare. Però quella è una vita bellissima ma impegnativa: puoi stare lontano da casa anche duecento giorni all’anno. Dopo quell’esperienza ho preferito dedicarmi all’attività di famiglia. Oggi abbiamo due sedi: io sono soprattutto a Pedemonte con mio papà Mario, mentre in via Scalzi, a Verona, ci sono mio fratello Alessandro e mio nipote Riccardo. In Valpolicella faccio soprattutto officina, in città c’è anche la vendita delle biciclette. Tutto è cominciato alla fine degli anni Ottanta, quando mio papà mi chiese cosa volessi fare dopo aver smesso di correre. Quasi quarant’anni dopo siamo ancora qui, sempre in mezzo alle bici».


Vai a tutte le notizie di Verona

Iscriviti alla newsletter del Corriere del Veneto

30 agosto 2026