C’era una volta il comando vocale. «Chiama casa». «Alza il volume». «Imposta 22 gradi». L’auto ascoltava, capiva una parola su tre e, nel dubbio, apriva il finestrino. Nel 2026 si cambia musica: non dobbiamo più impartire ordini alla macchina. Dobbiamo parlarle. E il bello – o l’inquietante, fate voi – è che lei risponde pure.
La notizia-esca arriva da Google: da settembre, Gemini prenderà progressivamente il posto di Google Assistant anche su Android Auto. Il passaggio è più sostanziale di quanto sembri, perché Gemini non è un assistente vocale tradizionale, ma un chatbot capace di sostenere una conversazione, ricordare il contesto, concatenare richieste. Si può chiedere di trovare una colonnina lungo il percorso, poi precisare «ma non troppo lontano dall’autostrada», poi aggiungere una sosta per il pranzo. E dettare messaggi, cercare informazioni, scegliere musica. Tutto senza imparare la lingua burocratica del computer.
Già integrato nell’ecosistema «nativo Google Automotive che equipaggia i nuovi modelli Volvo, Polestar, di recente anche Renault e presto anche Nissan, il timbro vocale di Gemini è in realtà il solista di un coro polifonico.

In primis fu Stellantis, a portare l’assistenza vocale «intelligente», quella di ChatGPT, nell’abitacolo dapprima dei modelli Peugeot e DS, successivamente anche Jeep, Fiat, Opel, Citroen: oggi il chatbot di OpenAI rende più fluido il dialogo e risponde a domande che vanno oltre il semplice . Il Gruppo sta inoltre sperimentando modelli linguistici concepiti per risolvere problemi e capire le funzioni dell’auto: tipo un manuale d’uso artificiale. Anche l’ultima release del Mercedes Mbux si affida a ChatGPT, ma in cooperazione con Gemini e Microsoft Bing, mentre Bmw sceglie Amazon: su nuova iX3, l’Intelligent Personal Assistant è potenziato dalla tecnologia Alexa+. E Tesla? La creatura di Elon Musk non poteva limitarsi a un assistente qualsiasi. Grok, l’Ai di xAI, è già disponibile in beta sulle Tesla compatibili e consente conversazioni a mani libere, scelta di voce e personalità, oltre ai comandi legati alla navigazione. Insomma: anche la macchina può avere un carattere (si spera, non quello del proprietario nei giorni storti). Anche Byd sta aggiornando la propria identità vocale: un nuovo assistente basato su Cerence xUI porta ora nell’abitacolo di Atto 2 e famiglia un’interazione più vicina alla conversazione umana, superando gradualmente la logica dei comandi preconfezionati.

Poi c’è Apple, che segue una strada diversa: l’auto non deve necessariamente avere un chatbot incorporato, perché il chatbot può arrivare dallo smartphone. Con le versioni più recenti, ChatGPT è utilizzabile direttamente in CarPlay.
Nei prossimi mesi assisteremo quindi alla definitiva trasformazione dell’assistente vocale da telecomando parlante a interlocutore digitale. L’Ai lavorerà anche altrove: guida autonoma, diagnostica, manutenzione predittiva. Ma il punto di contatto più evidente saremo noi, con la nostra voce. Riflessione: vogliamo davvero un’auto che ci conosca, ci consigli, capisca dal tono che abbiamo avuto una giornata pessima? La risposta arriverà presto. Probabilmente, ce la darà lei.

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