Piccole caprette da prendere in braccio, accarezzare e nutrire con il biberon. È difficile immaginare una situazione più innocua. Eppure proprio alcuni cuccioli di uno zoo itinerante sono diventati il centro di un’allerta sanitaria in North Carolina, riportando sotto i riflettori una malattia oggi rara nei Paesi occidentali, ma ancora tra le più letali conosciute: la rabbia.
Il North Carolina Department of Health and Human Services ha confermato il virus in tre caprette di Farm Adventures, mentre una quarta, non sottoposta al test, viene considerata infetta. La probabile origine del contagio è una moffetta entrata nel recinto alla fine di luglio.
Il problema è ciò che è accaduto dopo. Tra il 28 luglio e il 27 agosto le caprette sono state portate a numerosi eventi in diverse contee, alcuni frequentati anche da bambini e anziani. I visitatori potevano accarezzarle, tenerle in braccio e nutrirle. Ora le autorità stanno cercando chi potrebbe avere avuto un contatto a rischio.
Accarezzare un animale non significa essere contagiati
È il primo punto da chiarire. La rabbia non si trasmette semplicemente trovandosi vicino a un animale infetto o accarezzandolo.
Il virus è presente soprattutto nella saliva. Il contagio avviene generalmente attraverso un morso o un graffio, oppure quando la saliva dell’animale raggiunge una ferita o le mucose di occhi, bocca o naso.
Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, toccare o nutrire un animale e ricevere una leccata sulla pelle integra non costituiscono, da soli, un’esposizione che richieda la profilassi.
Nel caso americano l’attenzione nasce proprio dalla vicinanza fisica con i cuccioli: biberon, coccole e contatto prolungato possono aumentare le occasioni di entrare in contatto con la saliva.
Cosa fa la rabbia al nostro organismo
La rabbia è una malattia virale che colpisce il sistema nervoso centrale e può infettare tutti i mammiferi.
Dopo essere entrato nell’organismo, il virus può raggiungere progressivamente i nervi periferici e risalire verso cervello e midollo spinale. Ed è qui che si trova la caratteristica più insidiosa della malattia: tra l’esposizione e i primi sintomi può passare molto tempo.
L’incubazione è in genere di due-tre mesi, ma può variare da circa una settimana fino a un anno. All’inizio possono comparire febbre, debolezza, mal di testa, dolore e una particolare sensazione di formicolio, prurito o bruciore nel punto in cui è avvenuto il contagio.
Quando il virus raggiunge il sistema nervoso centrale la situazione precipita. Nella forma cosiddetta “furiosa” possono comparire agitazione, allucinazioni, difficoltà di coordinazione e idrofobia, la caratteristica difficoltà o paura provocata dal tentativo di bere. Esiste anche una forma paralitica, che rappresenta circa un quinto dei casi e provoca una paralisi progressiva.
Quando compaiono i sintomi clinici, la rabbia è praticamente sempre fatale.
La particolarità: si può intervenire dopo l’esposizione
È ciò che distingue la rabbia da molte altre infezioni. Essere stati esposti al virus non significa necessariamente ammalarsi: esiste una finestra di tempo nella quale è possibile impedire che raggiunga il sistema nervoso.
Per questo non bisogna aspettare di avere sintomi.
Dopo un morso, un graffio o un possibile contatto della saliva di un animale sospetto con una ferita o una mucosa, l’OMS raccomanda innanzitutto di lavare immediatamente e accuratamente la zona con acqua e sapone per almeno 15 minuti e rivolgersi rapidamente a un sanitario.
In base al tipo di esposizione può essere indicata la vaccinazione antirabbica e, nei contatti più gravi, anche la somministrazione di immunoglobuline specifiche.
Nel mondo provoca ancora migliaia di morti
Nei Paesi occidentali i casi umani sono rarissimi, ma la rabbia non è scomparsa. Secondo l’OMS è presente in oltre 150 Paesi e territori e provoca ancora decine di migliaia di morti ogni anno, soprattutto in Asia e Africa. A livello mondiale il cane è responsabile della quasi totalità dei casi umani, mentre nelle Americhe hanno un ruolo importante anche gli animali selvatici.
In North Carolina non viene segnalato un caso umano dal 2011. L’allerta delle caprette, dunque, non indica un rischio generalizzato per la popolazione: riguarda chi potrebbe aver avuto un’esposizione diretta agli animali nel periodo indicato.
Ma la vicenda ricorda una regola fondamentale: con la rabbia il momento decisivo viene prima dei sintomi. Quando il virus non ha ancora raggiunto il cervello, la medicina può fermarlo. Dopo, purtroppo, le possibilità cambiano radicalmente.

Fonti:
North Carolina Department of Health and Human Services (NCDHHS), NCDHHS Shares New Details About Rabies at Mobile Petting Zoo, 29 agosto 2026. (ncdhhs.gov)
North Carolina Division of Public Health, NCDHHS Confirms Rabies at Mobile Petting Zoo, 29 agosto 2026. (dph.ncdhhs.gov)
World Health Organization (WHO), Rabies – Fact Sheet. (who.int)
World Health Organization (WHO), Rabies – Vaccinations and immunization: Recommendations for post-exposure. (who.int)