Quando arriva una diagnosi di tumore della prostata, vi preoccupate ancora della pressione e del colesterolo? Sarebbe imprudente non farlo: negli uomini, spesso anziani, colpiti da questa neoplasia sono frequenti i fattori di rischio metabolico e cardiovascolare, mentre la terapia di deprivazione androgenica — il trattamento che riduce l’azione degli ormoni maschili sui quali può fare leva il tumore — può associarsi a diabete, ipertensione e malattie del cuore. In un’analisi statunitense richiamata dagli autori, fra i pazienti con malattia non metastatica il 23% dei decessi era dovuto a patologie cardiovascolari e il 17% al carcinoma prostatico. Il pericolo, insomma, non è soltanto quello che domina la scena.
Ma occorre davvero affidare di routine questi uomini a un cardiologo o a un internista? Ha cercato di stabilirlo RADICAL PC2, uno studio pragmatico randomizzato — vale a dire costruito per verificare una strategia nelle condizioni dell’assistenza reale — pubblicato su JAMA Internal Medicine. La ricerca ha coinvolto 2.487 uomini, con un’età media di 68 anni, reclutati in 55 centri di otto Paesi: tutti avevano ricevuto la diagnosi nell’anno precedente oppure avevano appena cominciato, o stavano per cominciare, la deprivazione androgenica; il 45% era stato o si trovava ancora in trattamento ormonale.
Gli studiosi hanno diviso i partecipanti in due gruppi. Il primo ha continuato a ricevere le cure consuete; il secondo è stato inviato sistematicamente allo specialista, che doveva intervenire su alimentazione, esercizio fisico e fumo, prescrivere una statina indipendentemente dal colesterolo iniziale e aggiungere un farmaco antipertensivo quando la pressione sistolica superava 130 mmHg. Non si sperimentava, dunque, l’effetto isolato di una compressa, ma un intero dispositivo preventivo: controlli, consigli e medicinali disposti come più barriere davanti al medesimo rischio.
La macchina si è messa effettivamente in moto. Nel gruppo sottoposto all’intervento, il 90% degli uomini ha incontrato lo specialista, contro il 21% di quelli seguiti secondo l’assistenza abituale; al termine dello studio assumeva una statina il 63% dei primi e il 40% dei secondi, mentre per gli antipertensivi le percentuali erano rispettivamente del 56 e del 49%. Durante il periodo di osservazione, inoltre, il colesterolo totale è risultato mediamente inferiore di 12 mg/dL fra i pazienti indirizzati allo specialista, con riduzioni analoghe dell’LDL e dei trigliceridi. Per la pressione, invece, il miglioramento è stato modesto e discontinuo.
A prima vista, il risultato appare notevole: l’esito primario gerarchico, cioè l’indicatore che riuniva secondo un ordine prestabilito i diversi risultati osservati, ha favorito l’intervento con un win ratio di 1,60. Ma è qui che bisogna aprire il dato e guardarne gli ingranaggi. Ben il 99,4% del vantaggio netto proveniva dal migliore controllo del colesterolo, non da una diminuzione dimostrata di infarti, ictus o decessi. Un numero di laboratorio era migliorato; gli eventi capaci di cambiare una vita, per ora, no.
Dopo un follow-up mediano di 5,8 anni, 171 partecipanti (il 6,9%) avevano subito almeno uno fra morte cardiovascolare, infarto, ictus e scompenso cardiaco. Non è comparsa alcuna differenza statisticamente significativa fra i due gruppi: l’sHR, la misura utilizzata per confrontare nel tempo il rischio degli eventi, è stato pari a 1,08, con un intervallo di confidenza compreso fra 0,79 e 1,49. Neppure l’esame separato dei singoli eventi ha rivelato un beneficio certo.
A scanso di equivoci, ciò non dimostra che ridurre colesterolo e pressione sia inutile. Gli eventi cardiovascolari sono stati molti meno del previsto e lo studio non disponeva della potenza necessaria per accertare con sicurezza una differenza su infarti, ictus, scompenso e mortalità; inoltre, alcuni uomini del gruppo di controllo hanno comunque consultato uno specialista, mentre la statina è stata proposta a pazienti con livelli di rischio assai differenti. Ne deriva un’indicazione più prudente, ma concreta: il cuore deve restare nel percorso oncologico, senza che ciò imponga necessariamente l’invio universale. Potrebbe essere più sensato concentrare la consulenza specialistica su chi presenta fattori di rischio mal controllati. Resta da stabilire chi ne abbia davvero bisogno e per quanto tempo debba essere seguito, affinché un’analisi migliore diventi, finalmente, una vita con meno eventi.

⸻
Leong DP, Higano C, Cano Garcia C, et al. “Specialist Referral for Cardiovascular Risk in Patients With Prostate Cancer: A Randomized Clinical Trial”. JAMA Internal Medicine, pubblicato online il 30 agosto 2026. DOI: 10.1001/jamainternmed.2026.4773.

