di
Allegra Ferrante

Il 35enne era appena arrivato nella baita dove avrebbe affiancato i pastori. Appena possibile lasciava il computer per le avventure ad alta quota. La compagna, 32 anni, è rimasta intossicata ed è stata trasportata al Niguarda di Milano in condizioni critiche. Nel pomeriggio si è risvegliata

Pietro Maria Fiori aveva 35 anni, faceva il product designer a Milano e, appena poteva, lasciava lo schermo per la roccia: arrampicava, correva sui sentieri, partiva con la tenda, una corda e il suo cane. «Queste sono le avventure che amo. Quelle che ti ricordano che basta poco per essere felici», scriveva l’8 agosto su Instagram, nel profilo chiamato Trust your pit. Il meteo dava ancora pioggia. Lui era partito lo stesso, insieme ad altri due amici, verso una falesia lontana, «intonsa, quasi vergine». Tre giorni, «poco altro». La roccia, il panorama, soprattutto il silenzio.

Tre settimane dopo, nella notte tra sabato e domenica, Fiori è morto per un’intossicazione da monossido di carbonio in una baita all’Alpe Buscagna, a 1.980 metri, nell’area dell’Alpe Devero. Con lui c’erano la compagna 32enne, rimasta intossicata e ricoverata in gravi condizioni al Niguarda, e quattro uomini dell’azienda agricola che gestisce l’alpeggio. L’allarme è scattato intorno al mezzanotte e mezza. Uno di loro, già confuso per le esalazioni, è riuscito a chiamare i soccorsi: «Aiutateci». La baita, isolata, si raggiunge con circa un’ora di cammino. Il boiler dal quale potrebbe essere fuoriuscito il gas è stato sequestrato. La fidanzata di Fiori è stata trasportata al Niguarda di Milano in condizioni critiche. Nel pomeriggio si è risvegliata: «Ha ripreso conoscenza, questo ci dà un po’ di sollievo», ha riferito il presidente dell’ente Aree protette dell’Ossola Pierleonardo Zaccheo, che ha aggiornato anche sugli altri feriti: «I Biondo, padre e figlio titolare dell’azienda agricola, sono in via di dimissione dall’ospedale e sono migliorati anche i due operai. Saremo vicini alle famiglie».



















































Fiori non era lì in vacanza. Era appena arrivato come volontario di Pasturs, il progetto della cooperativa sociale Eliante nato per favorire la convivenza tra l’allevamento e i grandi predatori alpini. I partecipanti vengono selezionati e formati prima di trascorrere un periodo in alpeggio, dove lavorano fianco a fianco con gli allevatori e li aiutano nelle attività quotidiane. In cambio imparano pratiche, ritmi e conoscenze di un mestiere antico. Nato sulle Orobie bergamasche, il progetto è cresciuto negli anni fino a diventare una rete attiva in diversi territori montani. Pietro era stato assegnato all’Alpe Buscagna, dove avrebbe lavorato accanto agli allevatori Janis e Francesco Pelfini.

La montagna, negli ultimi mesi, era diventata anche una sfida diversa. «Poco tempo fa ho iniziato a correre. In montagna da ancora meno», raccontava il 27 luglio, dopo aver partecipato alla VUT, l’Ultra Trail della Valmalenco, la sua prima gara di corsa in montagna. Quello che era nato «un po’ per gioco» stava diventando qualcosa di più grande: salite, chilometri, fatica. «Una cosa che, fino a poco tempo fa, avrei definito pura follia». Poi il traguardo, gli amici, «ogni singolo centimetro di sofferenza» condiviso fino all’arrivo. Il programma era già scritto: continuare, esplorare, alzare l’asticella. «Primo obiettivo, aumentare i chilometri. Dai dai dai».


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30 agosto 2026 ( modifica il 30 agosto 2026 | 20:22)