Il mare davanti a lei ha il colore dei suoi occhi: un azzurro pieno, terso, quasi ostinato. Marina, 82 anni, assapora un piatto di spaghetti alle vongole sul molo dei Bagni Nettuno, di fronte al golfo dianese. Attorno, il suono discreto di una giornata di quiete: stoviglie, voci lontane, il sole che rimbalza sull’acqua. Eppure basta chiederle del suo mestiere perché quel paesaggio svanisca e torni Milano: le corsie, le notti, le donne impaurite, le mani strette, il primo vagito.
Una vita tra nascite e urgenze
Marina ha trascorso quasi tutta la sua carriera nel cuore della maternità e dell’emergenza. Prima infermiera, poi ostetrica, ha lavorato all’ospedale Mangiagalli di Milano (negli anni ’60 e ’70 era considerato il punto di riferimento regionale per le nascite) e al Fatebenefratelli. «Avevo diciannove anni», ricorda. Sorride: «Scelsi quel lavoro perché volevo fare qualcosa di importante senza studiare troppo». La battuta è lieve, ma dietro quel sorriso sta una professione che di “leggero” ha ben poco.
«Sono stata un’ostetrica fortunata»
Lo ripete più volte, senza enfasi: «Sono stata un’ostetrica fortunata». Come se la fortuna fosse l’essersi trovata, ogni giorno, nel punto esatto in cui la vita decide di cominciare. Ascoltandola, però, si capisce che non basta la sorte a spiegare tutto: c’erano l’intuito, il coraggio, la capacità di accorgersi di un cambiamento prima che fosse evidente, la prontezza quando il tempo si fa sostanza. Perché in sala parto il tempo non è soltanto tempo: a volte è ossigeno, a volte è un battito, spesso è una vita intera compressa in pochi secondi.
La piccola Wendy, quando la fragilità non è una sentenza
Fra i neonati che non hanno mai davvero lasciato la sua memoria, ce n’è uno: Wendy. Minuscola, 4 mesi di vita e dal peso estremamente basso, 400 grammi: una grande prematura su cui pochi avrebbero scommesso. Figlia di mamma italiana e papà straniero. Qualcuno in quella fragilità vedeva una fine annunciata, Marina intravide un varco: «Marilena, portala immediatamente in pediatria, nella culla termica. La bambina non può restare sul fasciatoio. Lei vuole vivere», disse all’infermiera. Non una frase da manuale, ma una decisione, un atto di fiducia. Prima ancora che Wendy potesse lottare, qualcuno aveva stabilito che meritava la possibilità di farlo.

Paolo, figlio di un amore oltre le convenzioni
C’è poi Paolo. La storia stavolta non nasce da un’urgenza medica, ma da una scelta di vita. «Una coppia bellissima», ricorda Marina. Lei non può avere figli. Lui potrebbe fermarsi davanti a quel limite, ma non lo fa. Concepisce un bambino con un’altra donna e, alla nascita, la mamma naturale non lo riconosce, lui invece sì. La coppia adotta il piccolo. Si chiama Paolo. Marina assiste da vicino a una vicenda in cui le regole più rigide si fanno improvvisamente insufficienti. «È una storia d’amore e di vita che non dimenticherò mai», dice. Non giudica, non spiega: ricorda. Alcune storie chiedono soltanto spazio sufficiente per contenere il desiderio di diventare famiglia.
Quel bambino nato mentre la madre lottava tra vita e coma
Poi c’è un altro Paolo. La madre è al sesto mese di gravidanza quando un ictus la precipita in coma. Attorno al letto si raccolgono neurologi, ginecologi, un’équipe chiamata a misurare fin dove si possa andare. «Quali speranze ci sono?», la domanda inevitabile. Marina non accetta che quell’interrogativo diventi resa: «Facciamo il possibile, dottore!». Si decide di proseguire la gravidanza, giorno dopo giorno. Cresce un bambino e, insieme, una possibilità. Paolo nasce e anche la madre sopravvive. Nel ricordo di Marina, quel margine tra paura e gioia è largo appena pochi minuti.
Una mano da stringere
Per Marina fare l’ostetrica ha significato stare accanto alle donne nel momento più fragile e potente della loro vita. Non soltanto assistere alla nascita di un bambino, ma accompagnare paura, dolore e trasformazione. In sala parto ha visto ragazze diventare madri, esitazione trasformarsi in coraggio, e ha imparato che a volte una voce calma o una mano stretta al momento giusto valgono quanto una procedura.
Oggi la professione è molto diversa: più tecnologia, formazione universitaria, maggiore autonomia, monitoraggi e équipe multidisciplinari. Ma una cosa non è cambiata: la capacità di esserci davvero.

Tecnologia e intuito
Negli anni Sessanta Marina lavorava in reparti poveri di tecnologia: decisioni fondate su osservazione, esperienza, prontezza. Molte decisioni dipendevano dall’osservazione, dall’esperienza e da quell’intuito che nasce solo dopo anni passati a guardare attentamente donne e neonati.
Oggi l’ostetricia è profondamente cambiata e si è ampliata: formazione universitaria, profilo autonomo e responsabilità definite dalla normativa; conduzione del parto fisiologico, assistenza in gravidanza, parto e puerperio, sostegno al neonato, individuazione precoce del patologico. La professione segue la donna lungo tutto l’arco di vita: salute sessuale e riproduttiva, prevenzione, allattamento, supporto alla famiglia. La svolta è tecnologica: cardiotocografi, ecografi, sistemi informatizzati, protocolli e monitoraggi; nel 2026 FNOPO – l’ente che rappresenta gli ordini degli ostetriciani in Italia – riconosce competenze ecografiche dell’ostetrica nei percorsi formativi con confini chiari. La tecnologia rende visibile ciò che prima si intuiva, ma non sostituisce chi riconosce la paura di una donna.
Anche le emergenze sono più strutturate: team multidisciplinari, percorsi e protocolli; tirocinio intenso, molte ore di pratica e responsabilità crescenti. Cambia il paradigma: dalla medicina che decide per la paziente a scelte condivise e rispetto dell’esperienza di parto. L’ostetrica fa da ponte tra clinica e umanità, evitando solitudini. Dalla sala parto al territorio, l’assistenza continua nei consultori e a domicilio: una risorsa strategica per donne, neonati e famiglie. Resta però immutabile la presenza: saper vedere, stringere una mano, decidere quando rassicurare o chiamare il medico. Come Marina con il piccolo Paolo: più macchine oggi, ma sempre una vita da difendere.
Gli occhi ancora pieni di nascite
A 82 anni Marina conserva migliaia di primi respiri nella memoria. Alcuni bambini hanno oggi quaranta, cinquanta o sessant’anni e probabilmente non sapranno mai chi fosse la donna presente quando sono venuti al mondo.
Lei non ha avuto figli suoi, ma lo racconta senza amarezza: «Ho avuto cura dei figli degli altri». Nei suoi ricordi restano mani strette durante le contrazioni, emergenze superate, neonati consegnati alle madri e vite che per qualche istante sono passate anche dalle sue mani.
Ora guarda il mare, dello stesso azzurro dei suoi occhi, e sorride. Perché alcuni figli nascono dal corpo; altri, per un momento, nascono anche nelle mani di chi li aiuta ad arrivare al mondo.