di
Davide Soattin

Sandro Felletti, 64enne mitilicoltore della cooperativa Gente di Mare: «Oltre alle estreme temperature anche il prodotto proveniente dalla Grecia, che viene poi commercializzato come italiano»

Il mare bollente mette ko la produzione di cozze in Alto Adriatico. Epicentro della strage di mitili è la zona tra Goro e Porto Garibaldi, in provincia di Ferrara, dove si concentra il 60% del polo produttivo regionale di allevamento in mare. A vivere sulla propria pelle la crisi c’è Sandro Felletti, 64enne mitilicoltore della cooperativa Gente di Mare di Comacchio, che racconta il momento di grave difficoltà del settore tra clima che non aiuta, caro carburante e concorrenza.

Felletti, da quanti anni lavora nel settore della mitilicoltura?
«Ho cominciato nel 2003. Sono più di 20 anni che lavoro in questo settore, ma gli ultimi anni non hanno portato grandi vantaggi».



















































Ci racconti.
«Il mio impianto va dai 3.700 ai 4.000 quintali, anche se non riusciamo a riempirlo tutti gli anni. I primi anni, quando il settore andava bene, riuscivamo a produrre circa 3.500 quintali. Si portava a casa da vivere, anche se voleva dire fatica. A quel tempo riuscivamo anche a vendere il seme, oltre ad avere i nostri impianti completamente pieni. Insomma, ci sono stati anni in cui abbiamo prodotto, ma anche venduto».

Un settore che dava soddisfazioni.
«Sì. Basti pensare che con la morìa di vongole dovuta al granchio blu, negli ultimi periodi, la cozza aveva preso prezzo per rimpiazzare la vongola e il mestiere prometteva reddito. Tanti giovani, che prima raccoglievano le vongole, hanno preso coraggio e hanno deciso di entrare in attività, investendo nella cozza».

Poi cos’è successo?
«Negli ultimi tre anni, la temperatura del mare è aumentata di 4 gradi. Nel 2024 è morto il 90% del prodotto, quindi non abbiamo fatturato niente. Nel 2025 però abbiamo riseminato, riempiendo gli impianti e vendendo anche la semina. In un certo senso, con le mareggiate che mescolavano l’acqua ogni settimana e mantenevano la temperatura, eravamo tornati alla normalità».

Arriviamo all’estate 2026, una delle più calde.
«Quest’anno ci sono state cinque ondate di caldo, e forse non sono finite qui. Abbiamo perso tutto, riuscendo a salvare solamente una minima parte a maggio, quando già faceva molto caldo. Oggi però non c’è niente. Niente».

In che modo il caldo danneggia le coltivazioni?
«Il caldo fa mancare ossigeno in acqua e si forma la mucillagine, che poi si attacca alle calze in cui vengono coltivate le cozze e le soffoca. Ma non è solamente questione di caldo e temperature elevate…».

Ci spieghi.
«Nello stesso periodo in cui iniziamo la raccolta, entra sul mercato anche il prodotto proveniente dalla Grecia, che arriva in Italia non sempre in maniera regolare e viene poi commercializzato come prodotto italiano. Per noi questo rappresenta un danno significativo. Quel poco prodotto che siamo riusciti a salvare lo scorso maggio, in un periodo in cui le temperature erano già elevate e la qualità non era al top, avremmo potuto valorizzarlo e venderlo meglio se non avessimo dovuto confrontarci con la concorrenza del prodotto greco. Dobbiamo quindi fare i conti non solo con le difficoltà legate alla natura e all’andamento climatico, ma anche con fenomeni di commercio sleale che penalizzano fortemente il nostro lavoro».

Qual è il rischio?
«Il rischio è che prenda forza la Grecia con un prodotto di qualità inferiore che finisce per trascinarci in una lotta al ribasso, necessaria per farci sopravvivere, che non fa bene a nessuno e danneggia il mercato».

E poi c’è il caro carburanti, immagino.
«Il prezzo del gasolio è raddoppiato rispetto ai primi anni. Prima di uscire con le barche ci guardiamo, ragioniamo. Prima spendevamo 50 euro, oggi 100. Quando spendi e investi e poi, nei mesi successivi perdi tutto, è ovvio che finisci per rimanerci male».

Qual è la conseguenza di questa serie di fattori negativi?
«Nella mia cooperativa, cinque barche sono già state messe in vendita. Parliamo di circa 15 famiglie che ci mangiano con questo lavoro. Sono principalmente ragazzi tra i 30 e i 40 anni che purtroppo non ci credono più e scelgono di fare altro. Nel 2024, tre di queste barche hanno investito passando dalla pesca delle vongole alla coltivazione di cozze per via del granchio blu. Ci hanno messo soldi per gli impianti e la semina, ma quest’anno hanno venduto un terzo del raccolto e inevitabilmente bisogna fare delle considerazioni».

E lei?
«Vediamo, ma ho 64 anni e dove vado? Lo stesso vale per un altro mio collega. Ci tocca stare qui, pagare i contributi per arrivare in pensione, ma non c’è nessun tipo di interesse a farlo».

Quali possono essere i rimedi da attuare per salvare il settore?
«Se stiamo a guardare la natura e il clima, come facciamo a evitare che venga caldo e le temperature elevate? Dovremmo più che altro avere metratura in più che ci permetta di andare più in profondità con gli allevamenti, dove l’acqua è meno calda e le cozze sopravvivono».

A chi lanciate l’appello?
«Al mondo della politica, ma non ci ascoltano. Anzi, chiudono gli occhi. Ci stiamo muovendo come pescatori per chiedere aiuto. È necessario che vengano fatte delle prove sulla questione della profondità. Oggi coltiviamo a 10-11 metri di acqua, ma le probabilità di morìa calano se ce ne sono di più. Bisogna chiedere di fare degli impianti demaniali più a largo, di spostarli rispetto a quelli attuali. Ma se solo in questo ultimo anno mollano cinque barche, come possiamo salvare il settore?».


Vai a tutte le notizie di Bologna

Iscriviti alla newsletter del Corriere di Bologna

30 agosto 2026 ( modifica il 30 agosto 2026 | 17:10)