di
Roberto De Ponti

L’erede del frontman dei Queen: «Lo conobbi quando si chiamava ancora Freddie Bulsara, con lui ho imparato ad amare senza possedere. Ascoltando “Somebody to love” capii che era finita, ma lui mi volle sempre al suo fianco»

L’ispirazione è venuta da un baule in soffitta. Dal suo contenuto, quaderni, fogli pieni di appunti e di note e di testi scritti a volte d’impulso, a volte con meticolosa precisione. E dall’ondata di emozioni che quella scoperta ha scatenato.

«Aprire quel baule, una mattina di quattro anni fa, mi ha riaperto un mondo. Una vita. Ho ritrovato i testi delle canzoni di Freddie. Li avevo impacchettati io stessa nel 1985, quando c’è stato il trasloco a Garden Lodge, e me n’ero completamente dimenticata. Quando ho ritrovato il baule, e l’ho aperto, improvvisamente mi è tornato in mente tutto. Tutto. E sa una cosa? Mentre riordinavo i fogli, nella testa mi girava continuamente una canzone: Don’t Stop Me Now».



















































Viene difficile immaginare che quella signora elegante, che con aria pacata e modi gentili racconta della scoperta in soffitta, sia in realtà la custode dei segreti di una leggenda del rock, Freddie Mercury, il frontman dei Queen, una delle voci più inconfondibili della musica, scomparso nel 1991 dopo aver contratto l’Aids. Ne è stata la compagna, la musa, la fidanzata, e poi una volta che la storia d’amore è finita si è trasformata in assistente personale, amica, doppelgänger, fino a diventarne — in senso lato — la custode della sua eredità, artistica e no.

Mary Austin, lei è davvero stata tutto questo per Freddie?
«Sì, sono stata tutto questo».

E come lo è diventata?
«Non lo so. Semplicemente ci siamo incontrati. Ci siamo trovati. Quando si incontra qualcuno e quando si è giovani tutto è nuovo. Freddie era arrivato a Londra da pochi anni e anche Londra era nuova per lui. È successo».

E come siete diventati anime gemelle?
«Mi ha corteggiata e immediatamente abbiamo avuto questa connessione silenziosa, non verbale. Fin dall’inizio c’era qualcosa che cresceva, ed era la fiducia. Lui si fidava di me, io mi fidavo di lui».

Un colpo di fulmine?
«Non lo so. In realtà ci siamo conosciuti pian piano. Venivamo da due background culturali diversi, però in qualche modo c’era una base comune».

Torniamo a quel baule. Quali sono stati i primi pensieri quando ha ritrovato questo materiale e ha rivisto la calligrafia di Freddie?
«Quando ho aperto il baule mi sono ricordata del 1985, e del trasloco, e del fatto che lui era vivo…». Gli occhi di Mary si fanno lucidi. Una lunga pausa, prima di riprendere, «…era vivo e c’era gioia nel suo lavoro, e se mi sono emozionata adesso, come può vedere, si immagini come mi sono sentita quattro anni fa».

Chi era il Freddie Mercury che ha conosciuto?
«Inizialmente era un uomo estroverso, ma sei mesi dopo ho incontrato un uomo un po’ diverso: più raffinato, più sofisticato. È stato questo l’uomo per il quale ho provato attrazione, l’uomo che poi avrebbe composto canzoni».

Il primo incontro.
«Nell’aprile del 1970. Facevo la commessa da Biba, lui passava con Brian o con Roger, sempre in due, mai da solo. Poi, a settembre, si è presentato senza accompagnatori e mi ha chiesto a bruciapelo: “Usciresti con me?”. L’ho guardato perplessa. Ha aggiunto: “Sai, domani è il mio compleanno… volevo invitarti al Marquee”. Allora ho risposto “Sì, ok”».

Si intuiva già che cosa sarebbe diventato Freddie?
«No. L’uomo che ho incontrato nell’aprile del ’70 era diverso dall’uomo che ho incontrato nel settembre ’70. Erano due uomini diversi. E in effetti non sapevo quale fosse quello vero».

C’era un Freddie pubblico, che dal palco incantava folle oceaniche. C’era un Freddie privato, esuberante, che amava le feste e non solo. Ma il suo Freddie com’era?
«Io conoscevo il compositore Freddie Bulsara. Sì, c’era il Freddie Mercury dei concerti e degli eccessi ma c’era anche il Freddie Bulsara che scriveva le canzoni, quello più introverso. E questo era il Freddie che conoscevo io».

Bulsara era il suo vero cognome. Freddie le raccontava mai della sua infanzia a Zanzibar?
«Essenzialmente preferiva non parlare del suo passato. Però di una cosa sono convinta».

Ci dica.
«Freddie Mercury ha spianato la via a Freddie Bulsara: avrebbe potuto essere un uomo molto egocentrico ma non lo è diventato perché la prima parte della sua vita lo aveva formato. Mercury ha permesso a Bulsara di uscire da se stesso».

Dicono che Freddie fosse generoso al limite dell’ingenuità.
«Generosissimo. Amava fare regali molto più che riceverli».

E qualcuno si è approfittato di questa sua generosità?
«Sì».

Aveva una specie di corte dei miracoli che lo circondava.
«Quello che io ho potuto fare è stato cercare di proteggerlo rimanendo a lavorare con lui».

Una scelta non facile, al termine di una storia d’amore.
«Quando ci siamo lasciati, mi avevano offerto un posto alla Cbs. Freddie però mi aveva chiesto: ti andrebbe di stare con me a lavorare? Una sera sono andata al cinema e prima della proiezione hanno suonato una canzone dei Queen. Un segno. Mi sono chiesta: ma io smetterò mai di preoccuparmi per lui? La risposta è stata: no. Così ho deciso di rimanere».

Si ricorda della prima volta che ha sentito Freddie lavorare a una canzone?
«Più che sentito, direi visto. Credo sia stato quando ha composto The Fairy Feller’s Master-Stroke. In quel periodo siamo andati alla Tate Gallery tante, tante volte a guardare questo quadro, ci andavamo di continuo. E mi sono resa conto che mentre guardava il quadro, lui in realtà componeva. Lo osservavo e cercavo di capire che cosa avvenisse nella sua testa. Poi d’improvviso diceva: ok, andiamo a vedere un altro dipinto, ed era come se volesse interrompere il flusso che aveva in testa».

Bisognerebbe vederlo, in effetti, quel dipinto ottocentesco di Richard Dadd, «Il colpo da maestro del taglialegna fatato», per capire quale complessità di personaggi sia racchiusa su quella tela.
«Quando ho ascoltato la canzone mi sono resa conto che c’erano talmente tanti strati che non avevo capito quanta comunicazione ci fosse tra lui e il dipinto. E ho provato gioia perché ho capito di aver assistito a un momento importante, a una persona che dal nulla stava creando qualcosa di grande».

Con quale canzone si è resa conto che Freddie sarebbe diventato una star?
«Killer Queen. Quando la vidi eseguire a Top of the Pops, mi resi conto che stavo guardando una persona che entrava in una dimensione diversa, del tutto padrona di sé. Fu un momento illuminante».

Qual è la sua canzone preferita? Dei Queen, è chiaro.
«C’è stata Fairy Feller’s, poi Killer Queen. E Bohemian Rhapsody, naturalmente…».

Ha visto nascere anche questo capolavoro?
«Ricordo che è nato in maniera strana, come in sogno. In quel periodo Freddie teneva carta e penna vicino al letto e si svegliava in piena notte, scriveva qualcosa e poi tornava a dormire. Al mattino c’erano le parole sulla carta. Credo sia stata l’unica volta che ha usato questo metodo».

Quindi è la sua preferita?
«In realtà mi piace saltare da una canzone all’altra… No, non posso dire di averne una preferita, perché ogni canzone è unica e speciale, e adoro sentire la sua voce. E quando ascolto versioni a cappella, quando sento la sua voce da sola, allora mi sciolgo».

I fan sono convinti che Love of My Life sia dedicata a lei.
«Io non ne sono così sicura. Però in quella canzone c’è un passaggio che riconosco. Eravamo giovani, al tempo, e abitavamo ancora a Holland Road e un giorno, parlando di quanto stavamo bene insieme, ci siamo detti “quando diventeremo più anziani io mi prenderò ancora cura di te”. Quando è uscita la canzone e ho sentito questi versi mi sono ricordata di quella conversazione. E ho pensato a com’era stato geniale nel riuscire a prendere una conversazione quotidiana e a trasformarla in una canzone speciale. Probabilmente però la canzone che mi ha dedicato è un’altra».

Quale?
«Lily of the Valley. È successo che qualcuno in studio ha chiesto a Freddie “hai mai scritto una canzone per Mary?”. Era una domanda standard per i musicisti. Ci ha pensato un attimo e poi ha buttato lì “forse Lily of the Valley”. E se n’è andato senza aggiungere altro».

Il testo dice anche: «Lily of the Valley non lo sa»…
«Quando l’ho sentita ho pensato: ah, quindi c’è qualcosa che io non so… Dopo, ho capito che cosa non sapevo. Però è una canzone carina e quindi ha reso il mio percorso un pochino più facile».

Quando ha saputo quello che allora non sapeva?
«All’inizio del ’77. Un giorno Freddie mi dice: “Mary, forse sono bisessuale”. E io gli ho risposto di getto: “No, tu sei gay”».

All’epoca eravate ancora fidanzati. Anzi, promessi sposi.
«Con tanto di anello. Bellissimo, d’argento, con uno scarabeo decorato. Me l’ha donato e mi ha chiesto se volevo sposarlo. Naturalmente risposi di sì. Era la mattina di Natale del 1973».

Come mai è stata così decisa nel rispondergli che era gay?
«Quando mi ha detto di essere bisessuale io l’ho percepito come un “invito” per me. In realtà gli ho detto: a me va bene che tu sia bisessuale o gay però lo sarai da solo perché a me i ménage à trois non interessano. Era un po’ come tracciare un confine: io ti rispetto per quello che sei, però questa non è la mia strada».

Un fulmine a ciel sereno?
«Sì e no. La realtà è che lo show business è molto complicato e in questo mondo le persone cambiano parecchio. Io però ero giovane, avevo 26 anni, e non capivo bene come stessero cambiando le cose. Forse ho avuto delle avvisaglie quando è arrivato John Reid e sicuramente dopo Bohemian Rhapsody c’erano dei cambiamenti più chiari. È lì che mi sono chiesta che cosa stesse accadendo».

L’anno è il 1976. John Reid era il manager e il compagno di Elton John, nonché l’uomo che ha fatto decollare i Queen.
«E poi ascoltando Somebody to Love ho capito che tutto stava finendo. Cercava qualcuno da amare, e non ero più io».

E dopo quella confessione il vostro rapporto è cambiato. Da sentimentale è diventato professionale, da fidanzata è diventata assistente personale di Freddie.
«E non è stato un passaggio indolore».

Be’, sarebbe sorprendente il contrario.
«Eppure la gente pensa che poiché siamo rimasti ottimi amici il senso di perdita sia stato attenuato. In realtà ho dovuto abbandonare un progetto di vita al suo fianco, diciamo così, tradizionale».

È possibile dire che lei ha sublimato un amore platonico?
«Diciamo che ho imparato ad amare senza possedere. È stato un cambiamento di forma».

Da ex compagna com’è stato assistere impotente all’evoluzione autodistruttiva di Freddie?
«È stato difficile, ma come Freddie stesso ha detto, era lui il padrone del suo destino. Di fatto lo è stato e ha sempre saputo dove spostare i confini. Come nella canzone Don’t Stop Me Now: “havin’ a good time”, divertendosi».

La malattia. La morte. Come le ha affrontate Freddie? Ne parlavate mai?
Una lunga, lunga pausa. «Quando ha saputo di essere sieropositivo è stato un momento molto traumatico per lui. E io ho avvertito il suo disagio. Non saprei in realtà cos’altro dire».
Sospiro. «O forse sì. Forse Freddie ha capito quanto stesse perdendo, con la prospettiva della morte incombente, e lo dimostra quanto in realtà abbia poi lavorato fino all’ultimo. E se qualcuno alla fine gli avesse chiesto che cosa gli fosse piaciuto di più della sua vita, penso che avrebbe risposto: stare sul palco, esibirsi. Oltre che scrivere canzoni, naturalmente».

Già. Il palco era il suo regno. L’esibizione al Live Aid nel 1985 è entrata nella storia del rock.
«E pensi che non voleva nemmeno partecipare. Gli dissi che non ero d’accordo con lui. Alla fine si decise ma mi mise il muso».

Addirittura?
«Non venni neppure invitata nel backstage. Quel giorno sono andata in mezzo al pubblico con un biglietto che mi ero acquistata io. Temevo che lo show potesse andare male e che me l’avrebbe rinfacciato. Invece andò benissimo. La cosa buffa è che io e Freddie non ne abbiamo più parlato».

Torniamo di nuovo a quel baule. Perché ha deciso di mettere all’asta tutti i suoi ricordi? Molti fan l’hanno criticata per questo.
«Freddie mi ha sempre detto che non avrebbe mai voluto un museo. Troppo ingessato».

È l’unica spiegazione?
«Io non sono più giovane, vado per i 76, e ho capito che c’era così tanta storia in casa e che Freddie nella realtà amava la gioia e il piacere. Così con l’aiuto di Sotheby’s ho deciso di mettere tutti questi bellissimi oggetti, tutta questa gioia, all’asta. Il mio desiderio era che tutto venisse venduto a persone che traessero gioia da questi cimeli. Così come ho pensato che sarebbe stato bello mettere a disposizione di coloro che hanno amato Freddie in vita quei testi pieni di gioia, quei fogli sparsi, i disegni e quegli scarabocchi che ho ritrovato in quel baule. E che forse era arrivato il momento di raccoglierli in un libro».

Quanto ci ha messo a maturare queste decisioni?
«Quando mi sono trasferita a Garden Lodge mi sono resa conto che abitare questa casa era una responsabilità enorme. Dopo un paio d’anni ho cominciato a guardare le cose una per una. Ho cominciato con un quadro di Mirò in cucina: lo guardavo, gli parlavo, pensavo “mi piacciono questi colori”. Ho cercato di immedesimarmi in Freddie. Ho guardato tutti gli oggetti di casa in questo modo, ci ho familiarizzato, e dopo trent’anni potevo dire di aver creato una relazione con tutti loro. Era stata una lunga preparazione ed ero finalmente pronta a lasciarli andare».

Quindi lascerà andare anche Garden Lodge.
«Voglio mostrarle una cosa».
Mary prende lo smartphone e fa partire un video. «Ieri sono passata dalla casa, ogni tanto ci vado quando sento che ne ho bisogno, e ho registrato questo, per mio figlio… e questo rumore che sente è ciò che mi mancherà di più quando l’avrò venduta».
Il video è una lenta carrellata sul giardino di Garden Lodge. «Ascolti, lo sente il rumore?». Sì, si sente appena, il gorgoglio dell’acqua del laghetto in cui Freddie ospitava le sue adorate carpe koi. «Vede quella costruzione? Freddie diceva che era la sua casa di campagna. E a qualche metro di distanza c’è la sua casa di città». A Kensington, nel pieno centro di Londra.

Lei ha dedicato la sua vita a Freddie. Ha mai pensato di aver sacrificato la sua vita per lui?
«Sì. Ma è stata una mia scelta».

Lo ha protetto e ha continuato a farlo anche dopo la sua morte. È il motivo per cui non sapremo mai dove ha seppellito le sue ceneri?
«Sì».

31 agosto 2026 ( modifica il 31 agosto 2026 | 07:08)