Pisa, 31 agosto 2026 – Non un punto di arrivo, ma un punto di partenza. L’approvazione da parte della Food and Drug Administration americana (Fda) del Daraxonrasib, prima terapia orale mirata contro il tumore al pancreas in fase metastatica, segna una breccia in quello che per decenni è stato considerato il muro più alto e impenetrabile della ricerca oncologica. Una malattia complessa, spesso diagnosticata in fase avanzata, tanto da esser definita ‘killer silenzioso’.
I dati clinici confermano un aumento significativo della sopravvivenza con l’utilizzo del Daraxonrasib rispetto alla sola chemioterapia, ma la prudenza resta d’obbligo: non si tratta di una guarigione e la molecola non è ancora accessibile in Italia, dove si attendono i passaggi regolatori di Ema e Aifa.
Per capire la reale portata di questa scoperta abbiamo intervistato la professoressa Chiara Cremolini, oncologa dell’azienda ospedaliero universitaria Pisana (Aoup) e direttrice del programma di sperimentazioni cliniche dell’Aoup, che ha partecipato alla sperimentazione del Daraxonrasib ed è tra gli autori dello studio pubblicato sul New England Journal of Medicine che dimostra per la prima volta l’efficacia di un farmaco a bersaglio molecolare per il tumore del pancreas metastatico.
Professoressa, come si è arrivati allo sviluppo del Daraxonrasib, molecola capace di colpire un bersaglio a lungo ritenuto inattaccabile?
«Gli studi preclinici, cioè quelli condotti in laboratorio sulle cellule e sui topi per provare a disattivare la proteina mutata responsabile della crescita del tumore, sono in realtà iniziati molti anni fa. La vera novità è che questo farmaco ha dimostrato di funzionare non solo sui topi (come purtroppo succede spesso per tante nuove molecole che poi falliscono), ma ha dato risultati molto convincenti fin dai primi test sulle persone. Si è arrivati così allo studio decisivo, chiamato Rasolute 302. È stata proprio questa ricerca a dare la prova definitiva: la nuova pillola funziona meglio della classica chemioterapia che usiamo tutti i giorni nei nostri ambulatori per i pazienti con un tumore al pancreas metastatico, cioè quei malati in cui il tumore si è già diffuso ad altri organi».

La spezzina Chiara Cremolini direttrice delle sperimentazioni cliniche dell’Università di Pisa
Per decenni il tumore al pancreas è stato definito “un muro” per la ricerca. Perché questa molecola rappresenta una svolta dove altri farmaci a bersaglio molecolare hanno fallito?
«È un traguardo fondamentale proprio perché finora non eravamo in grado di bloccare la proteina che fa crescere la malattia. Oggi in oncologia la chemioterapia sta lasciando sempre più spazio alle target therapy, cioè ai farmaci intelligenti a bersaglio molecolare per una medicina personalizzata. Questo nuovo farmaco è una target therapy a tutti gli effetti: abbiamo un bersaglio preciso, una molecola capace di colpirlo con efficacia e un beneficio clinico reale e concreto per i pazienti».
Dunque in Italia gli strumenti tradizionali contro il tumore al pancreas restano la chirurgia e la chemioterapia?
«La chirurgia si riserva solo a quei casi in cui la malattia è confinata al pancreas, e anche in quelle situazioni viene talvolta preceduta o seguita dalla chemioterapia. Nella malattia metastatica, invece, l’intervento chirurgico non si fa e l’unica opzione classica resta la chemioterapia».
Il Daraxonrasib è indicato quindi soltanto per i pazienti con tumore in fase metastatica e che hanno già fatto la chemioterapia?
«Esattamente. I due requisiti per poter utilizzare il Daraxonrasib sono proprio questi: avere un tumore con metastasi ed essere già stati trattati in precedenza con una prima chemioterapia. È solo a questo punto che lo studio ha arruolato i pazienti, per capire se fosse meglio somministrare questo nuovo farmaco oppure proseguire con lo standard attuale, cioè con la chemioterapia».
Cosa l’ha colpita di più durante la sperimentazione diretta sui pazienti?
«I risultati dello studio sono stati presentati a giugno al congresso della Società Americana di Oncologia (Asco), dove sono stati resi noti i dati ufficiali, che sono estremamente importanti. Ma noi che abbiamo utilizzato il farmaco sui pazienti abbiamo percepito subito il valore concreto della molecola. Al di là del dato numerico emerso dallo studio, che pure conferma il raggiungimento dell’obiettivo di aumentare la sopravvivenza, abbiamo visto persone che stavano molto male per i sintomi della malattia riacquistare una buona qualità di vita. E questo grazie a risposte alla cura e a blocchi della crescita del tumore che si sono dimostrati duraturi nel tempo. Utilizzando il farmaco in corsia, l’efficacia ci è apparsa chiara fin da subito.»
Avete sperimentato il farmaco anche su pazienti italiani?
«Sì, in Italia sono stati coinvolti quattro centri in questa sperimentazione: due a Milano, uno a Padova e noi a Pisa. E abbiamo visto risultati estremamente tangibili sui pazienti con tumore metastatico, proprio con un grande miglioramento della loro qualità di vita. Oltre ai dati della Tac, che ci confermavano che il tumore si era rimpicciolito o si era bloccato, l’aspetto più importante è che incontrando queste persone a distanza di un mese dalla prima dose stavano nettamente meglio. Avevano un viso migliore, riferivano di riuscire a portare avanti le attività di tutti i giorni in maniera più autonoma rispetto a prima e si sentivano più in forma per fare tutto ciò che dovevano fare».
Come viene somministrato il farmaco?
«È una compressa. La dose è di 300 milligrammi al giorno. Sono comunque farmaci che poi necessitano di un monitoraggio, per quanto anche il profilo di tollerabilità del Daraxonrasib sia molto buono».
Quali sono gli effetti collaterali di questo farmaco? Ci sono tossicità particolari e quanto sono gestibili rispetto alla chemioterapia?
«C’è una reazione cutanea che può colpire il volto, il tronco e la schiena. È un effetto che va affrontato fin da subito, si gestisce bene con creme specifiche ed eventualmente con il cortisone. Non porta a situazioni gravi, anche se richiede molta attenzione nell’evitare l’esposizione al sole. Questo problema diventa severo solo in una percentuale molto ridotta di casi, circa il 10%. Gli altri effetti da tenere sotto controllo sono l’infiammazione delle mucose, in particolare con la comparsa di stomatiti in bocca, e qualche disturbo intestinale come la diarrea. Si tratta comunque di effetti collaterali ampiamente gestibili».
Il farmaco, dopo l’ok della Fda negli Stati Uniti, è in commercio solo in America. Arriverà anche in Italia?
«Negli Stati Uniti il Daraxonrasib è già disponibile per i pazienti idonei, ma in Europa il percorso è più lungo. Il farmaco ha ottenuto dall’Agenzia Europea per i Medicinali (Ema) la designazione di “farmaco orfano”, un riconoscimento che offre supporto scientifico e regolatorio allo sviluppo ma non equivale a un’autorizzazione all’uso. Dunque in questo momento il farmaco non è prescrivibile in Italia, dove occorre l’autorizzazione dell’Aifa».
Neanche per uso compassionevole?
«Purtroppo no. Per l’uso compassionevole serve un programma specifico che deve essere aperto direttamente dalla casa farmaceutica: è l’azienda a decidere di mettere a disposizione gratuitamente la molecola per un singolo paziente. Noi medici non possiamo attivare nulla da soli, anche se stiamo lavorando e spingendo molto affinché l’azienda metta in piedi questo canale in Italia. Lo auspichiamo fortemente, ma oggi questa possibilità purtroppo non c’è».
Quindi l’unica alternativa per un paziente italiano sarebbe quella di recarsi negli Stati Uniti e acquistarlo a proprie spese?
«Purtroppo, ad ora sì. Ma il costo negli Stati Uniti è di 37 mila dollari per un solo mese di terapia. Ovviamente tutta la comunità scientifica e l’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) stanno lavorando per cercare una soluzione e garantire un accesso precoce. Bisogna però considerare la sostenibilità economica: anche per l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) sarebbe insostenibile acquistare dagli Stati Uniti un farmaco a 37 mila dollari a scatola al mese prima ancora dell’approvazione dell’Ema».
Il Daraxonrasib è stato testato su pazienti già trattati con chemioterapia. Ci sono studi in corso per valutarlo anche come prima linea di trattamento?
«La sopravvivenza dei pazienti con metastasi è raddoppiata. Questo è il dato principale, ma rappresenta soltanto un punto di partenza: è il primo risultato ottenuto con questo farmaco. L’obiettivo ora è anticiparne l’utilizzo lungo il percorso di cura. Infatti stiamo già partecipando alle nuove sperimentazioni che cercano di impiegarlo prima, così da ottenere risultati ancora migliori: l’auspicio non è solo estendere la durata della sopravvivenza, ma arrivare a guarire questi pazienti».
State sperimentando questo farmaco anche per un utilizzo nelle fasi più precoci della malattia proprio qui a Pisa?
«Sì, assolutamente. Siamo attivi in questi nuovi studi per l’impiego del farmaco nelle fasi precoci e le sperimentazioni sono già aperte presso il nostro centro. Qui a Pisa abbiamo entrambi gli studi attualmente attivi».
Avete già osservato dei risultati su queste fasi precoci?
«Questo non lo posso ancora dire, perché abbiamo aperto la sperimentazione davvero da pochissimo. Abbiamo proposto lo studio ad alcuni pazienti e avviato i primi screening, ma non è ancora passato abbastanza tempo per poter osservare i risultati».
Sarà mai possibile introdurre uno screening di massa per il tumore al pancreas per intercettarlo prima?
«Proporre uno screening sulla popolazione generale è molto difficile, soprattutto per le caratteristiche anatomiche del pancreas, che è un organo poco visibile e sfuggente. Un esame semplice e non invasivo per l’addome come l’ecografia non riesce a studiare il pancreas con la dovuta attenzione e accuratezza. D’altra parte, proporre a tutti i cittadini un’indagine più complessa e pesante come una risonanza magnetica sarebbe un’opzione decisamente fuori scala per uno screening di massa. L’obiettivo è diventare sempre più capaci a identificare delle categorie a rischio a cui invece proporre un programma di screening».
Si potrà sconfiggere definitivamente il tumore al pancreas?
«Sicuramente questa scoperta ha dato il via a una nuova stagione di sperimentazioni e tentativi mirati a ottenere risultati più precisi rispetto ai trattamenti tradizionali. Sfruttare al meglio queste conoscenze significa provare ad anticipare l’utilizzo del farmaco e colpire quello che è il vero tallone d’Achille del tumore. Tuttavia, non credo che con il Daraxonrasib risolveremo il problema in modo definitivo. Non abbiamo scritto la parola fine alla lotta contro il tumore al pancreas, ma abbiamo forse scritto l’inizio di una storia che cammina verso qualche successo».
“Speranza” in campo medico è un termine sempre delicato da usare. Come è stata accolta questa scoperta dalla comunità scientifica e come dobbiamo raccontarla ai pazienti?
«Io credo che questi risultati abbiano rappresentato un enorme sollievo. Quando al congresso sono state mostrate le curve di sopravvivenza c’è stata una vera standing ovation: per la comunità oncologica, che di fronte al tumore al pancreas ha sempre preso “schiaffi” a causa di tentativi e studi falliti, vedere che finalmente siamo riusciti a fare qualcosa è stata una sorta di liberazione. Sulla rilevanza clinica della scoperta non ci sono dubbi. In futuro arriveranno molecole ancora migliori, con un meccanismo d’azione più potente e ampio, capaci di fare del bene a un numero ancora maggiore di pazienti».
Cosa significa per lei guidare queste sperimentazioni?
«Vuol dire dare opportunità concrete, che è la vera sostanza della speranza. Aderire a uno studio clinico è un grande atto di generosità e di fiducia: il paziente nella sperimentazione si affida a te, perché accetta un margine di rischio credendo nelle tue parole quando gli dici che quella cura è promettente e può essere migliore rispetto alla routine. Questa fiducia non va mai tradita. Quando uno studio dà un risultato di questa portata, ti restituisce un’enorme carica per il futuro. Ti fa capire che tutto l’investimento e il lavoro enorme che c’è dietro la ricerca servono a fare davvero qualcosa di importante».