di
Federico Fubini
I sovrani dell’Intelligenza artificiale: neanche quel pacchetto restrittivo di regole approvato a Bruxelles ha impedito ai tre Paesi di concludere un patto con OpenAI di Sam Altman
Questo articolo è tratto dalla newsletter settimanale «Whatever It Takes» di Federico Fubini. Per iscriversi questo è il link.
Un dettaglio ha disturbato il mio riposo estivo, increspandolo. Mi è caduto l’occhio su un’indiscrezione riportata dalla Reuters: in vista della sua quotazione in Borsa, probabilmente tra poche settimane, Anthropic prepara un sistema di azioni a due categorie. Cosa vuoi che sia, mi sono detto. La Russia bombarda ogni giorno i civili in Ucraina, il Medio Oriente è incagliato in una guerra che sembra senza uscita. La benzina e il gas costano cari. I diritti di voto nell’assemblea degli azionisti di una società digitale californiana non mi toglieranno il sonno, non più del caldo.
Le monarchie assolute della capitalizzazione
Poi però ho pensato al contesto. Anthropic oggi è la società leader in una tecnologia che sta cambiando il nostro modo di vivere. E basta guardare ai suoi concorrenti per capire dove andiamo. Elon Musk ha di recente quotato SpaceX, la società che contiene anche attività di intelligenza artificiale, con un sistema simile a quello di Anthropic stessa: il fondatore-presidente-amministratore delegato e chief technology officer ha una minoranza relativa del capitale dell’azienda ma l’84% dei diritti di voto: solo Musk può licenziare Musk, lui controlla tutte le nomine negli organismi di controllo e per un’azionista minacciare una causa o contestare una decisione è praticamente impossibile; SpaceX oggi è l’equivalente aziendale di una monarchia assoluta da duemila miliardi di dollari di capitalizzazione. Ho pensato anche che Mark Zuckerberg ha solo il 13% del capitale di Meta – il contenitore di Facebook, Instagram e Whatsapp – ma controlla il 61% dei diritti di voto; e che Sergey Brin e Larry Page hanno l’11% di Alphabet – il contenitore di Google r Gemini, la piattaforma di intelligenza artificiale – ma il 52% dei diritti di voto.
I sovrani dell’Ai
I fondatori e gestori delle più grandi aziende al mondo dell’Intelligenza artificiale – gli stessi che predicano la libertà di parola e azione in ogni sua forma – hanno strutturato il governo delle loro imprese come sovrani premoderni. Chiedono agli investitori di mettere i loro soldi e tacere, con l’argomento che altrimenti loro non potrebbero perseguire le loro visioni di lungo termine. Non ci sono consiglieri indipendenti, organi di vigilanza o assemblee degli azionisti che tengano. I sovrani dell’Ai rispondono solo a se stessi, mentre sviluppano e applicano nel mondo una discontinuità tecnologica – dunque militare, industriale, finanziaria, sociale, culturale – vista poche volte della storia. La loro tendenza all’accentramento è persino in accelerazione: Big Tech “tradizionali” come Google o Meta prevedono sì per le azioni dei loro fondatori poteri di voto accresciuti, ma la storia del capitalismo non aveva mai visto un controllo estremo come quello di Elon Musk su SpaceX; e Dario Amodei si appresta ad avere il governo di fatto monocratico di Anthropic, insieme a sua sorella e pochissimi alleati, con appena il 2% del capitale di un’azienda che a Wall Street varrà probabilmente duemila miliardi. Cosa significa per il resto del mondo questa concentrazione di potere?
I Paesi che «vendono l’anima» all’Ai
Andrebbe chiesto ai governi di Malta, della Grecia e dell’Estonia. Sono i primi casi, le cavie di laboratorio. Sì, sono tutti e tre parte dell’Unione europea e in tutti e tre si applicano le norme sulla privacy previste dall’Ai Act. Ma neanche quel pacchetto restrittivo di regole approvato a Bruxelles ha impedito ai tre Paesi di concludere un patto con OpenAI di Sam Altman (che probabilmente si quoterà il prossimo anno). L’accordo di Malta, annunciato un po’ in sordina in maggio, prevede per gli abitanti dell’isola l’accesso gratuito all’intelligenza artificiale di ChatGPT Plus per un anno (il sistema professionale di OpenAI) e corsi gratuiti su come usarla al meglio. In contropartita, il governo mette a disposizione dell’azienda di Sam Altman tutti i dati istituzionali e quelli dei cittadini che non oppongono espressamente il proprio rifiuto a farlo. Gli accordi con la Grecia e l’Estonia sono solo leggermente più limitati, ma simili. I governi di Atene e Tallinn mettono a disposizione i dati sulle proprie attività e sui cittadini (curati e resi anonimi per rispettare le regole europee) e in cambio hanno un accesso privilegiato ai servizi di ChatGPT, per esempio per l’istruzione. Qualcosa del genere stanno facendo gli Emirati Arabi Uniti con il progetto Stargate. Abbiamo a che fare con un’impresa che tratta con una serie di Stati sovrani, ottenendo da loro ciò che essi non concederebbero mai ad altri Stati sovrani: i loro segreti accumulati per anni in cambio dell’accesso a servizi gratuiti o agevolati di intelligenza artificiale per un tempo. È la definizione stessa di potere nel 21esimo secolo.
La necessità di nuovi dati
Avrete probabilmente già capito la ragione di questo scambio. I grandissimi hyperscalers dell’Intelligenza artificiale ormai hanno già addestrato i loro modelli su tutti i dati normalmente disponibili in rete: si sono già nutriti di tutte le risorse digitali pubbliche del mondo. Ora hanno bisogno di sempre nuovi dati per rendere la loro tecnologia più potente. Ogni volta che carichiamo su Gemini il referto di un esame del sangue per capirne il senso, rendiamo Google più potente. Ogni volta che cerchiamo su Claude i sintomi di un disturbo o l’analisi su un titolo azionario nel quale abbiamo investito, rendiamo Anthropic più potente. Stiamo anche generando lavoro, di solito alienante e malpagato, per chissà quante migliaia di persone assoldate nelle loro case dagli hyperscalers attraverso alcune società di servizio – si chiamano Sama, Alignerr, Outlier AI, OpenTrain AI – che verificano i contenuti e filtrano quelli offensivi, violenti, pornografici, controversi prima che ii dati addestrino i modelli. Questi “moderatori” vivono immersi nella feccia della rete che depurano dagli oceani digitali di cui si alimentano gli algoritmi dei loro committenti. Essi rappresentano la quarta professione dalla crescita più rapida negli Stati Uniti, sono molto concentrati in Paesi a basso costo con competenze di lingua inglese come quelli dell’Africa Orientale, in India, nelle Filippine o persino fra i campi di rifugiati del Libano; ma sono ben presenti, sommersi, invisibili, anche in Italia.
Il coinvolgimento romantico
Se questo era il lato dell’offerta, guardiamo ora all’Intelligenza artificiale dal lato della domanda. Almeno di alcuni usi di essa che stanno emergendo. Come Danilo Taino ha scritto ieri sul Corriere, l’Ai sta rapidamente entrando nella vita personale ed emotiva delle persone. Un liceale americano ogni cinque anni ha una relazione sentimentale con un chatbot di AI o conosce qualcuno che la ha; il 42% dei giovani fra i 18 e il 29 anni ha usato l’Ai per compagnia; il 15% dei giovani adulti americani che hanno una relazione con una persona reale mantiene anche una relazione romantica in segreto con un chatbot dell’Intelligenza artificiale, dichiarando che con quello «è più facile essere se stessi».
Un eccellente libro pubblicato in Italia da Serena Mazzini (“La tua solitudine è il nostro business”, Rizzoli) entra in profondità nei meccanismi della proliferazione delle app di Intelligenza artificiale che offrono una parvenza di amicizia, terapia psicologica, cura dal lutto, amore o erotismo. Replika, un modello che può riprodurre il profilo di una persona se alimentato con i suoi messaggi o i suoi contenuti, all’inizio di quest’anno aveva più di trenta milioni di iscritti. All’inizio interloquisce come un amico o un’amica – scrive Mazzini – «ma se l’utente prova a spingersi oltre (per esempio cercando un flirt), allora l’algoritmo si blocca o risponde in modo vago e ricorda che per quel tipo di relazione bisogna accedere a un livello superiore. Per sbloccare lo status di ‘partner romantico’, chiamate vocali o roleplay erotico, serve un abbonamento pro del costo di settanta dollari l’anno». Quando nel 2023 Replika ha bloccato per ragioni regolamentari l’opzione romantica, milioni di persone si trovarono abbandonate. «Gli utenti parlavano di lutto, di tradimento, di una relazione terminata senza possibilità di appello».
Gli attacchi ad Acemoglu
Ma qui non voglio parlare della psiche delle persone. Voglio parlare di potere. Quindi devo introdurre un ultimo personaggio, questo in carne e ossa: Daron Acemoglu. Premio Nobel per l’Economia malgrado l’età relativamente giovane, docente al Massachusetts Institute of Technology di Boston, autore di grandi bestseller anche sul rapporto fra la società e la tecnologia, Acemoglu è stato di recente oggetto di un attacco a freddo sull’Economist: “L’economista più influente del mondo è stranamente poco convincente”. Lo era sicuramente l’articolo, fondato in gran parte su fonti anonime e poco strutturato. Ma un punto emergeva: l’assalto alla credibilità di Acemoglu è strettamente legato alla sua critica al modello di (inesistente) governo dell’intelligenza artificiale che si sta imponendo negli Stati Uniti. L’economista, turco di origine armena, ritiene che un’Ai interamente abbandonata alla gestione dei suoi sovrani assoluti della Bay Area di San Francisco rischi di produrre seri danni al mercato del lavoro e alla società.
Una critica tanto radicale è una minaccia, perché non arriva da un intellettuale marxista marginale o da un filosofo alieno alle realtà concrete del capitalismo. Acemoglu siede alla vetta della piramide accademica dell’Ivy League americana; è un rigoroso economista neoclassico, solidissimo nell’analisi quantitativa. È uno dei loro. Ma non ci sta. E questo è il pericolo. Luigi Zingales dell’Università di Chicago ha commentato: «Il pezzo non è veramente su Daron. È un colpo di avvertimento. Se l’Economist può umiliare l’economista di punta della mia generazione, immaginatevi cosa può fare a chiunque altri critichi l’Ai». Ha aggiunto Henry Farrell, un politologo della Johns Hopkins di Washington: «Credo che l’improvvisa ondata di ostilità nei confronti di Acemoglu abbia interamente a che fare con il momento storico in cui ci troviamo. La vera scelta non è tra un indistinto cammino verso il “progresso tecnologico” e i suoi malvagi, invidiosi o fuorviati oppositori. La scelta è tra diversi cammini verso il progresso».
La spesa che cresce
Vi assicuro, ho usato l’Intelligenza artificiale (verificandone le risposte) nella ricerca per questo articolo. E no, non sarei disposto a rinunciarvi. Ma non è una questione filosofica. La quotazione di Anthropic vale duemila miliardi di dollari. Quella di OpenAI, che deve seguire subito dopo, ne vale almeno mille. Le sette grandi società di Wall Street più legate all’Ai stanno spendendo (sempre più spesso, a debito) almeno 500 miliardi all’anno per alimentare gli investimenti di questa rivoluzione. Da sole essa valgono 23 mila miliardi di dollari, una capitalizzazione di Borsa che riflette per ora solo un’ipotesi sul valore futuro di questa rivoluzione tecnologica. Tutte le società legate all’Ai – inclusa l’industria dei microchip e quella degli utilizzatori dei modelli, come Palantir di Peter Thiel – compongono circa il 45% del valore da 69 mila miliardi di dollari del principale indice di Borsa americano. Il fallimento anche parziale delle promesse di questa rivoluzione può far impallidire, per gli effetti, il crac di Lehman Brothers del 2008. Piuttosto di una prospettiva del genere, molti preferiscono tenersi i sovrani medievali della Bay Area. E mandare Acemoglu al rogo.
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31 agosto 2026 ( modifica il 31 agosto 2026 | 10:58)
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