Stai per assistere a una tragedia di Shakespeare. Sei a Central Park oppure stai attraversando il South Bank di Londra, ma il punto è uno: ti sei vestito elegante. Per molti spettatori teatrali, assistere a Shakespeare è come andare in chiesa: il linguaggio elevato richiede il tuo abito della domenica e tutta l’attenzione del tuo orecchio. Gli attori, senza dubbio, hanno ricevuto una formazione specifica. Ci vuole parecchio per riuscire a pronunciare una frase come: «Sblood, you starveling, you elf-skin, you dried neat’s tongue, you bull’s pizzle, you stock-fish!» (Enrico IV, Parte I). È molto probabile che anche il loro aspetto sia straordinario, grazie a costumi d’epoca o a una versione più moderna e raffinata dell’abbigliamento di corte. Per molti spettatori, tutto questo può risultare intimidatorio. Nel peggiore dei casi, inaccessibile.

Eppure, dietro gli abiti sontuosi e le apparenze solenni, queste trame sono coinvolgenti e accessibili quanto quelle di qualsiasi soap opera. Prendiamo La commedia degli errori: il dramma esplode quando due coppie di gemelli perduti da tempo si ritrovano nella stessa città. Come sanno bene gli appassionati di soap, i gemelli segreti (spesso malvagi) hanno fornito importanti sviluppi narrativi in La valle dei pini (All My Children), Il tempo della nostra vita (Days of Our Lives) e Una vita da vivere (One Life to Live). Quello che forse assomiglia di più a La commedia degli errori è Drew, il fratello di Jason Morgan affetto da amnesia in General Hospital. Questa trama conserva gli equivoci shakespeariani legati alla confusione delle mogli e allo smarrimento del gemello, che «invisibile, curioso, si confonde da sé».

Amleto è un dramma familiare, se mai ce n’è stato uno. La regina Gertrude fa appena in tempo a piangere la morte del marito prima di sposarne il fratello, e si insinua che la relazione tra i due sia iniziata ben prima che il primo marito venisse ucciso. EastEnders ha saputo rendere alla perfezione questa situazione sordida con la trama di “Sharongate” degli anni Novanta, quando Sharon Mitchell ebbe per anni una relazione con Phil, il fratello di suo marito. È il tipo di tradimento che sembra potersi risolvere soltanto con la violenza e che culmina in uno scontro tra i fratelli Mitchell e nell’avvelenamento di Gertrude e del suo nuovo marito, Claudio.

La gelosia ha un modo tutto suo di far aumentare il numero delle vittime. Ma il «mostro dagli occhi verdi» di Shakespeare può essere altrettanto letale anche quando c’è fumo senza che ci sia un incendio, come accade ne Il racconto d’inverno e nell’Otello. Poiché Otello permette al pubblico di entrare nella mente del maestro della manipolazione Iago, sappiamo con assoluta certezza — anche mentre l’insicurezza di Otello cresce — che sua moglie è irreprensibile. Desperate Housewives, forse più di qualsiasi altra soap, è disseminata di mariti gelosi. Il personaggio che più ricorda il comandante militare moro di Shakespeare è Tom Scavo, la cui convinzione che la moglie lo tradisca, nella terza stagione, conduce analogamente alla violenza tra le mura domestiche.

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Il punto è stato espresso in maniera particolarmente significativa dal sociologo francese Pierre Bourdieu nel suo lavoro del 1979, La distinzione. Chi possiede capitale economico e culturale (flâneur, frequentatori di teatro, forse persino i lettori di questa illustre rivista) ha il potere di stabilire cosa sia di buon gusto e cosa non lo sia. Ma per gli amanti delle belle storie, queste distinzioni sono soprattutto estetiche. Nonostante lo stigma percepito nei confronti delle soap nel mondo della recitazione, gli attori attraversano continuamente i confini tra cultura “alta” e “bassa”. Brad Pitt, Julianne Moore, Alec Baldwin e Margot Robbie hanno tutti iniziato la loro carriera nelle soap. E molti altri desiderano tornarci dopo aver trascorso del tempo sul palcoscenico o sul grande schermo; dopo aver interpretato Riccardo III ne The Hollow Crown, Benedict Cumberbatch corteggiò il produttore di EastEnders, Dominic Treadwell-Collins, per ottenere una parte nella serie. Abbattendo le barriere superficiali tra questi diversi mezzi espressivi, ogni forma di racconto potrebbe conquistare nuovi fan. Lo snobismo è nemico della creatività.

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Da decenni, un espediente narrativo è venuto in soccorso di molti attori che tornano in una soap opera dopo una parentesi altrove: la comodissima falsa morte. Nessun personaggio si è mai divertito a risorgere quanto il supercattivo Stefano DiMera di Il tempo della nostra vita, conosciuto dai fan come «La Fenice». Nel corso di una carriera durata quasi 40 anni, DiMera è morto nella serie non meno di 16 volte. Infarti, incidenti automobilistici, proiettili, incendi: nulla riusciva a tenere questo cattivo nella tomba per molto tempo. Nel 2020, la sua coscienza è tornata per quella che (almeno secondo quanto crediamo) dovrebbe essere stata l’ultima volta, sotto forma di un malvagio microchip.

Naturalmente, anche Shakespeare si è divertito con le morti simulate: nelle sue opere se ne contano ben 33. Il falso messaggio di frate Lorenzo sulla finta morte di Giulietta è forse l’esempio più famoso e porta al suicidio reale dei due amanti infelici. Ma sia Hero in Molto rumore per nulla sia Helena in Tutto è bene quel che finisce bene fingono, in modo significativo, la propria morte. C’è una rassicurazione in tutto questo, l’idea che la morte possa non essere davvero la fine; se mai, potrebbe essere semplicemente una comoda copertura per raggiungere altri obiettivi. È una consolazione universale, tanto per gli appassionati di soap di oggi quanto potrebbe esserlo stata per Shakespeare, padre in lutto. Come ipotizzato nel nuovo film tratto da Hamnet di Maggie O’Farrell, il drammaturgo cerca di ridare vita all’anima del figlio morto attraverso ogni verso della sua opera più famosa.

Come scrittore, trovo questo tipo di contaminazione incrociata estremamente stimolante. È un invito a consumare storie senza pregiudizi, a prendere in prestito idee con coraggio e a non lasciarsi intimidire dai grandi testi. Il mio nuovo romanzo, Family Drama, parla proprio dell’abbattimento delle barriere tra Shakespeare e il piccolo schermo. La pretenziosità non ha bisogno di essere riportata in vita.