Per anni abbiamo cercato di allontanare il telefono dalla tavola. Prima perché squillava, poi perché interrompeva le conversazioni, infine perché aveva cominciato a mangiare prima di noi: arrivava il piatto e, invece della forchetta, compariva lo smartphone. Una fotografia, un video, magari una storia sui social; soltanto dopo si poteva cominciare. Adesso potremmo finalmente rimetterlo in tasca, non perché siamo diventati più presenti durante una cena, ma perché molte delle cose che facevamo con il telefono può farle ciò che indossiamo sul naso.

Gli smart glasses con intelligenza artificiale assomigliano sempre più a normali occhiali, ma possono fotografare e registrare quello che abbiamo davanti, tradurre un menu, riconoscere ciò che stiamo guardando, rispondere alle nostre domande. La tecnologia è quasi scomparsa alla vista proprio mentre si avvicinava il più possibile al nostro sguardo e la cosa, comprensibilmente, non piace a tutti.

Alcuni modelli di smart glasses all'AI Terminal Industry Expo 2026

Alcuni modelli di smart glasses all’AI Terminal Industry Expo 2026 

In Gran Bretagna alcuni ristoranti, pub, club e luoghi di spettacolo hanno già introdotto divieti o limitazioni. Il ristoratore londinese Jeremy King non ammette smart glasses nei suoi locali; Soho House può chiedere agli ospiti di toglierli; Wetherspoon, la catena con oltre ottocento pub, ne proibisce l’uso per registrare clienti e personale. Restrizioni sono arrivate anche nei teatri, nei cinema e nei tribunali di Inghilterra e Galles. Dopo anni trascorsi a chiedere ai clienti di mettere via il telefono, insomma, qualcuno potrebbe presto trovarsi a chiedere loro di togliersi gli occhiali.

Il problema è facilmente intuibile. Meta segnala l’attivazione della telecamera attraverso un piccolo LED sulla montatura, ma resta una differenza sostanziale tra sapere di poter essere visti e sapere di poter essere registrati. Tanto più in un ristorante, uno di quei luoghi curiosamente sospesi tra spazio pubblico e intimità, dove per qualche ora condividiamo con perfetti sconosciuti una sala senza per questo immaginare che le nostre facce, le nostre parole o la nostra cena debbano necessariamente essere ripresi.

In Italia la questione non è nuova: già nel 2021, all’arrivo dei Ray-Ban Stories, il Garante per la protezione dei dati personali aveva chiesto a Facebook chiarimenti sulle garanzie per chi poteva essere ripreso e sulle modalità per rendere riconoscibile una registrazione. Cinque anni dopo gli interrogativi sono rimasti, mentre gli occhiali hanno imparato a fare molte più cose. Ma forse a tavola la faccenda diventa interessante per un’altra ragione. Il nostro rapporto con ciò che vediamo e ciò che mangiamo era già piuttosto complicato prima che una telecamera finisse sulla montatura degli occhiali.

Il semiologo Gianfranco Marrone, che da anni studia i linguaggi del cibo e della gastronomia, aveva colto nel food porn un paradosso interessante: la fotografia non è più soltanto il ricordo di qualcosa che abbiamo mangiato, ma parte dell’esperienza gastronomica e, qualche volta, ciò che la precede. Il piatto viene isolato dal pasto, sottratto alle persone, alle parole e a tutto ciò che gli sta intorno, per diventare un’immagine costruita per essere desiderata. Tanto che, scrive Marrone con efficace sintesi, “si mangia per scattare, si scatta per condividere, si condivide per vantare uno scampolo d’identità personale”.

La polemica

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di Francesco Seminara

20 Agosto 2026

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E così, se un tempo fotografavamo ciò che avevamo deciso di mangiare, oggi capita di decidere che cosa mangiare anche perché lo abbiamo già visto fotografato. La recente provocazione di Diego Rossi sembra quasi la dimostrazione gastronomica di questo meccanismo: lo chef di Trippa a Milano ha deciso di togliere dal menu il vitello tonnato e le tagliatelle al burro, due piatti diventati negli anni così celebri, e così instancabilmente fotografati e condivisi, che molti clienti arrivavano sapendo già cosa avrebbero ordinato. Non più soltanto piatti, dunque, ma immagini riconoscibili prima ancora di essere sapori.

Gli smart glasses arrivano esattamente a questo punto della storia e aggiungono un passaggio curioso: vedere e fotografare possono quasi coincidere. Eppure considerarli soltanto un nuovo nemico della convivialità sarebbe ingeneroso: Possono tradurre in tempo reale un menu incomprensibile, aiutarci a riconoscere ciò che abbiamo davanti, fornire informazioni senza costringerci a consultare continuamente il telefono. Lo chef britannico Tom Kerridge, titolare tra laltro dell’unico pub britannico con due stelle Michelin, The Hand & Flower, ne ha sottolineato anche le possibilità in cucina: una preparazione ripresa attraverso gli occhi del cuoco permette di osservare da una prospettiva inedita una cottura, un gesto, l’impiattamento, i movimenti della brigata. Non più guardare qualcuno cucinare, dunque, ma guardare attraverso la sua visione.

E così, dopo aver costruito un’intera etichetta contemporanea intorno alla domanda se fosse opportuno fotografare un piatto prima di assaggiarlo, potremmo doverne aggiungere un’altra, molto più semplice. Se guardare può significare anche registrare, potrebbe tornare sorprendentemente utile una vecchia parola: permesso.