Lo youtuber arriva su DMAX con «La chiamavano pausa pranzo», un programma in cui tre lavoratori si sfidano per decretare il miglior locale in cui pranzare. Er Criminale, all’anagrafe Alessandro Bologna, ci ha raccontato le cause del suo successo, come il web è cambiato negli anni e le fissazioni gastronomiche

Dal 3 settembre debutta su DMAX La chiamavano pausa pranzo, il nuovo programma condotto da Alessandro Bologna, sul web Franchino Er Criminale, in cui tre lavoratori si sfideranno per far decretare allo youtuber il miglior locale dove passare una pausa pranzo di qualità e conveniente. Nei suoi video, il content creator racconta lo street food e la cucina popolare in tono ironico e diretto: in occasione del lancio televisivo lo abbiamo intervistato per ripercorrerne la carriera e scoprire i motivi del successo, i lati negativi del mestiere e l’impatto dei social sulla diffusione della cultura gastronomica. 

Partiamo dal nome, Alessandro Bologna: perché, poi, ha scelto di chiamarsi Franchino Er Criminale?
«È un nick vecchio che mi è stato appioppato per gioco da un altro youtuber in tempi non sospetti. In un suo video dovevo interpretare questo Franchino Er Criminale, poi l’ho tenuto con piacere, anche un po’ per prendere in giro tutti quelli che sul web fanno i finti criminali, ma non lo sono».

Come è approdato su YouTube?
«I miei primi video parlavano di sport e di pugilato. Poi è arrivato il Covid, che ha dato una bella mazzata a tutto il mondo delle palestre. Quei contenuti non tiravano più, ma non volevo smettere di fare YouTube: mi divertiva. Così ho deciso di cambiare strada e rivoluzionare quello che facevo».

Quindi è passato al food.
«Sì, volevo portare qualcosa che mi appassionasse fare. E sono sempre stato un mangione. In tempi non sospetti, a vent’anni, avevo anche un’enoteca con cucina a Laurentina, aperta insieme a una mia amica. Ho pensato al cibo: andavo spesso fuori, recensivo i locali con i miei amici… Perché non provare a farlo sul web?».

Oggi hai quasi 600 mila followers su YouTube.
«In realtà questa cosa all’inizio ha un po’ zoppicato: dovevo trovare la chiave di lettura giusta. È arrivata proprio quando mi sono detto: se, senza andarci apposta, incontro un posto che non mi è piaciu
to, perché non dovrei dirlo? Ho iniziato a parlare di quello che mi piaceva, ma anche di quello che non mi piaceva. Ha funzionato, era la chiave per portare il food sul web».

Pensa che la schiettezza sia ciò che la distingue dagli altri content creator?
«Sicuramente, ma direi anche una certa etica del lavoro, che per me significa soprattutto trasparenza. Il mondo del food blogging è caratterizzato — e non lo dico io, lo dimostrano le evidenze — da una larga parte di content creator che da sempre ricorre a pubblicità occulta o ingannevole e si trova in situazioni di conflitto di interessi».

Per questo ha annunciato che lascerà gradualmente i social?
«La mia idea non era quella di lasciare solo i social, ma di ritirarmi piano piano un pochino più a vita privata: Internet sa darti tanto, ma è anche molto tossico. Questa è sempre un’evidenza, basta guardare tutto l’hating nei confronti di qualsiasi content creator, che si parli di motori, di make-up, di qualsiasi cosa, ma anche di cantanti, calciatori, artisti di ogni tipo».

Sta dicendo che si è sempre esposti alle critiche?
«Sì, l’hating sul web è costante e distruttivo.  Dopo anni usura le persone, perché dietro a uno schermo c’è comunque una persona. Questo negli ultimi tempi l’ho patito parecchio e da tre sono passato a due video a settimana. Fino a che la cosa sarà uno stimolo continuerò così, poi magari arriverò a uno e forse in un futuro da definire smetterò del tutto. Poi è proprio il panorama del web che non mi rappresenta più al momento: quando vedo le tiktoker che comprano le scimmiette al mercato nero per me è insopportabile, non riesco a far parte di un mondo del genere».

Ora arriva la tv: quali sono le differenze rispetto a una piattaforma come YouTube o Instagram?
«La tv è fatta con format ritagliati sul content creator in questione, come è stato con La chiamavano pausa pranzo. Gli autori hanno scelto una cosa che mi appartiene molto: i lavoratori, la pausa pranzo, quindi il pop, il popolare della nostra quotidianità».

Felice di partecipare?
«Molto. La televisione fatta in questo modo ha molto da dire. A me cambia tantissimo perché mi muovo in una nuova area dove c’è da imparare. Con me c’è una troupe con tante persone coinvolte. Mi sono molto divertito e infatti ringrazio la produzione, il canale, la distribuzione per la professionalità dimostrata. Il set televisivo è stimolante e a differenza del web non sei sotto scacco dei commenti di chiunque».

Possiamo definirla una modalità meno passiva?
«Assolutamente, si propone un prodotto, se uno vuole lo guarda, altrimenti no. Non sei alla mercé dell’hating in generale, quello senza senso, senza argomentazioni e critiche costruttive».

In che modo programmi come questo impattano sulla cultura gastronomica delle persone?
«Possono avere un impatto importante, soprattutto perché ormai, sul web, il mondo del food è rappresentato in larga parte da fast food e junk food. Vediamo affermarsi sempre di più una cultura gastronomica che non appartiene propriamente alla nostra tradizione e che, in molti casi, non fa bene neppure alla salute. Un programma televisivo di larga diffusione, costruito in modo fresco ma soprattutto autentico, che racconti la quotidianità delle persone e i problemi concreti con cui si confrontano ogni giorno — fare la spesa, scegliere cosa mangiare in pausa pranzo, trovare qualcosa di buono al prezzo giusto — potrebbe avere un’influenza importante».

Il punto cruciale? 
«Quello che funziona è la realness. Le persone cercano autenticità, ne hanno bisogno ed è giusto offrirla al posto di una realtà costruita, patinata e infiocchettata, che spesso finisce per essere molto lontana dalla vita di tutti i giorni».

La sua pausa pranzo ideale?
«Io sono l’ultima persona alla quale chiedere una cosa del genere, perché per lavoro mangio e quindi non ho una mia routine, la cambio spesso a seconda delle esigenze lavorative: direi una pausa pranzo piccola, leggera, sana».

Le piace cucinare o, come spesso si vede nei suoi video, è più tipo da take away?
«So cucinare, mi piace farlo, ma preferisco mangiare. Non cucino per me, ma se ho una cena con gli amici lo faccio volentieri».

Ha una fissazione relativa al cibo?
«Quella che porto da anni sul web, ovvero la cucina tradizionale che rispecchia la nostra cultura gastronomica. Abbiamo tantissime ricette regionali e secondo me vanno sfruttate, sono buonissime».

I tre cibi regionali che predilige?
«Difficilissimo! È come chiedere se vuoi più bene a mamma o papà. Tre cibi preferiti è sempre restrittivo per una persona che è molto curiosa e alla quale piacciono tante cose. Non saprei scegliere. Diciamo che sono pro pastasciutta, vivrei di primi piatti, li adoro».

Un commento su Zerocalcare, romano come lei. Si dice che prima di acquistare un suo libro abbia voluto un autografo.
«È vero, era più che altro un gioco. Michele [Rech] ha letto i miei libri, segue i miei video, io conosco le sue produzioni. Ci conosciamo al di fuori del mondo del web e della televisione. È un grandissimo, una persona squisita che apprezzo e stimo. Io vorrei tanti Michele, il problema è che ne abbiamo solo uno: in questo Paese ce ne vorrebbero di più sia come persona sia come produzione artistica. La sua è di livello, da tanti anni non se ne vedeva una così».

Magari riuscirete a fare una pausa pranzo insieme.
«Purtroppo non posso portarlo a mangiare fuori: la sua dieta è a base di yogurt e plumcake. Peccato»

Non molto equilibrata.
«No, direi di no [ride]».