Questa volta, ve lo dico subito, sono in difficoltà. Ci sono poche cose sulle quali ho costruito una posizione sufficientemente solida da poterle chiamare dogmi. La prima: mai mangiare in un ristorante del quale non vedi l’interno. L’ho imparato a mie spese, una fredda sera d’inverno a Saint Vincent, ma non penso vi interessino i dettagli. La seconda: è legittimo preferire il panettone al pandoro, ma chi lo mangia senza canditi è un ipocrita e un vigliacco. La terza: non esistono western brutti. Su questa non transigo proprio, perché se un western viene male non è colpa sua: è colpa di chi non è stato capace di sfruttare il genere drammaturgicamente più perfetto che l’essere umano abbia inventato dopo la tragedia greca e prima di Temptation Island. Prendi un uomo, dagli una cavalcatura, una frontiera, qualcosa da difendere e qualcuno dall’altra parte che vuole prenderselo e hai già metà film. Sostituisci il cavallo con una carovana di mongolfiere aliene e viene fuori Avatar: Fuoco e Cenere, con un camion hai Mad Max, con un tizio che consegna un bambino hai The Mandalorian. Con Kevin Costner hai Kevin Costner, che è praticamente un genere a parte riconosciuto dall’UNESCO.
The Dog Stars, però, mi mette proprio in difficoltà. Perché è un western post-apocalittico con tutti i crismi, e in quanto western possiede una struttura talmente robusta che mi risulta quasi impossibile dire che sia un film brutto nel senso pieno del termine. Ridley Scott, oltretutto, è ancora Ridley Scott: sa dove mettere una macchina da presa, sa fotografare un paesaggio, sa girare un assalto e a ottantotto anni continua ad avere più mestiere nel mignolo di certa gente. Però è contemporaneamente uno dei film più smaccatamente americani che abbia visto da parecchio tempo. Non americano nel senso di Hollywood, Coca-Cola e aquile che planano sul tramonto, ma americano nel senso ’MMMMURICA: bunker, fucili, autosufficienza, proprietà privata difesa col calibro grosso e soprattutto quell’idea molto precisa per cui il mondo là fuori è pieno di gente che vuole venire a prenderti le cose, gente a cui sparare senza troppi complimenti. Andiamo con ordine, che non mi va neppure di accusare Ridley Scott di aver diretto Make America Great Again: Fury Road. SIGLA!
The Dog Stars è tratto dal romanzo omonimo di Peter Heller del 2012, che non ho letto e quindi vi risparmierò quella cosa meravigliosa per cui uno passa metà recensione a spiegare che «nel libro questo personaggio è molto più approfondito» basandosi sulla sinossi di Wikipedia. Il film è scritto da Mark L. Smith, già sceneggiatore di The Revenant, e racconta di Hig, Jacob Elordi, ex meccanico e pilota sopravvissuto a una pandemia che ha praticamente spazzato via il mondo. Vive in un piccolo aeroporto abbandonato del Colorado insieme al cane Jasper e a Bangley, Josh Brolin, ex militare e survivalista talmente sotto che immagino prima dell’apocalisse comprasse l’acqua in taniche da cinquanta litri perché «non si sa mai cosa combinano i democratici». I due sono chiaramente una coppia ideologica prima ancora che narrativa: Hig continua a pensare che là fuori possano esserci persone, comunità, qualcosa per cui valga la pena uscire dal proprio recinto; Bangley considera invece gli estranei alla stregua di scarafaggi e segue una filosofia molto semplice: prima spari e poi eventualmente fai le domande al cadavere. Per tutta la prima ora la traiettoria sembra chiarissima. Hig vola, cerca medicine, aiuta una comunità mennonita e pensa ai bambini, mentre Bangley difende il perimetro. Uno pensa che la sopravvivenza senza umanità non abbia senso, l’altro pensa che l’umanità sia esattamente quella cosa che ti fa abbassare il fucile cinque secondi prima di prenderti una pallottola in fronte.
Siamo tematicamente dalle parti degli ultimi 28 anni dopo, a ben vedere. E infatti il film sembra porsi in dialogo con una parte recente della filmografia di questo periodo, quella che continua a ragionare su colpa, responsabilità, comunità e sulla necessità di mettere in crisi le proprie certezze senza per questo trasformare ogni essere umano in un santo perché #volemosebene. The Last Duel, per esempio, era costruito letteralmente sulla moltiplicazione dei punti di vista e sull’impossibilità di continuare a raccontarsi una versione comoda della realtà. Anche Odissea e The Death of Robin Hood, pur in forme molto diverse, riflettono su individui costretti a riconoscere i limiti del proprio sguardo. Qui sembra persino più semplice. Hig vuole partire perché da anni riceve un segnale proveniente da Grand Junction. Bangley gli dice di non andarci perché fuori c’è la merda. Hig parte perché crede che Bangley abbia torto. Fine del primo atto, appare la scritta invisibile «ora il protagonista dimostrerà che senza fiducia e solidarietà siamo soltanto animali con un AR-15», sipario. Solo che no, proprio per il cazzo. Da qualche parte dopo la prima ora, mentre attraversiamo le montagne del Colorado più abruzzesi che siano mai apparse su uno schermo – perché parecchio film è stato girato in Italia e ogni tanto ti aspetti che dietro una curva spunti qualcuno a venderti arrosticini – Ridley Scott viene improvvisamente posseduto dal fantasma di House of Gucci. Si insomma, avete capito: inizia la fase MATTA.
Da qui in poi non c’è modo di continuare senza entrare pesantemente negli SPOILER, quindi considerate questa la LINEA DELLO SPOILER, tracciata con venti metri di filo spinato e Bangley appostato sopra un capanno con un fucile di precisione, anzi ve lo lascio proprio qui sotto con tutto il suo abbagliante sorriso.
Se volete varcare la linea dello spoiler, fatelo a vostro rischio e pericolo
Succede innanzitutto una cosa curiosa: il mondo di The Dog Stars è devastato, certo, ma non è The Road. Non siamo arrivati al livello «mangio uno scarafaggio trovato dentro una scarpa e ringrazio il Signore per il banchetto». Ci sono carburante, medicine, aerei funzionanti, generatori, dentifricio, gente che riesce addirittura a mantenere una certa igiene personale. Poi però compaiono improvvisamente delle bande di uomini rasati, tatuati, urlanti, conciati come se fossero usciti da un casting per i War Boys dopo che qualcuno aveva scritto sul foglio «meno George Miller, più maranza in giro per Desenzano», e attaccano la base di Bangley gridando sostanzialmente «Ammiratemi». Subito dopo succede praticamente la stessa cosa al ranch di Pops, il vostro australianissimo Guy Pearce, dove nel frattempo Hig ha incontrato Cima, la vostra [inserire aggettivo superlativo appropriato] Margaret Qualley, e scoperto che forse il futuro dell’umanità comprende ancora innamorarsi di qualcuno senza dover prima verificare se abbia nascosto carne umana nel freezer. Qui gli invasori arrivano a cavallo, urlano, assaltano la proprietà e vengono ripresi attraverso un immaginario che richiama in modo piuttosto evidente quello del vecchio western con gli “indiani” che attaccano l’insediamento dei coloni.
È da qui che le cose iniziano a diventare matte mattissime. Fino a quel momento Hig e Bangley erano stati usati come due modi opposti di guardare il mondo: apertura contro isolamento, fiducia contro paranoia, comunità contro fortezza. Poi, quasi senza accorgersene, The Dog Stars comincia a rappresentare gli estranei proprio come li vede Bangley: orde ferali, corpi minacciosi, gente priva di linguaggio o di una vera identità, puro pericolo che arriva da fuori e invade il tuo spazio. Cinematograficamente, vi dirò, il cambio di marcia potrebbe pure funzionare. Sono due momenti di rara cafonaggine, ma dopo un’ora molto comoda fanno l’effetto di due Red Bull bevute una dietro l’altra. L’assalto visto attraverso il visore notturno, in particolare, è Ridley Scott che si ricorda di essere Ridley Scott e organizza corpi, spazio, buio e violenza con quella scioltezza da vecchio del cantiere che guarda tutti usare il laser e poi tira su un muro perfettamente dritto con lo spago.
«ABRUZZO: TERRA DA AMARE»
A quel punto, comunque, il discorso potrebbe ancora reggere. Potrebbe essere il momento in cui il film smette di essere schematico e ammette che forse Bangley non ha completamente torto, che essere umani non significa essere coglioni e che la solidarietà non richiede necessariamente di aprire la porta di casa a chiunque arrivi urlando con una mazza. Sarebbe una complicazione interessante, adulta, persino coerente con quello Scott che nei film migliori ama mettere i personaggi davanti a sistemi morali troppo semplici per sopravvivere al contatto con la realtà. Il problema è che The Dog Stars non si ferma lì e va dritto verso Grand Junction, dove da anni Hig intercetta la voce radiofonica di Darlene, Allison Janney, e dove il film decide che non aveva ancora usato abbastanza cartucce dal caricatore delle post-apocalissi viste in altri film.
Grand Junction sembra uscita dalla fusione a freddo tra Fallout e soprattutto BioShock: comunità apparentemente perfetta, sorrisi larghi mezzo metro, estetica congelata negli anni Cinquanta, cordialità così innaturale che dopo venti secondi stai già pensando al cannibalismo. E infatti. Il problema non è neanche che sia prevedibile, perché The Dog Stars è un western e abbiamo appena stabilito che i western funzionano proprio perché puoi vedere arrivare certe cose da cento chilometri e goderti comunque il modo in cui arrivano. È che questa svolta completa il cortocircuito iniziato poco prima: Hig è partito perché rifiutava l’idea che il mondo esterno fosse soltanto merda e, tappa dopo tappa, incontra precisamente la merda che Bangley gli aveva promesso. Il survivalista armato fino ai denti viene attaccato a casa propria, Pops viene assediato nel suo isolamento boschivo e la comunità finalmente trovata oltre l’orizzonte è composta da cannibali matti in culo. L’unico gruppo davvero affidabile resta quello dei Mennoniti, che vive separato, coltiva la terra e suona la chitarrina nei prati. Non è quindi tanto che “Bangley aveva ragione” in senso assoluto, quanto che il film accumula talmente tante prove a favore della sua paranoia da rendere sempre più difficile capire su quale terreno morale voglia stare.
Introducing: candidatura al premio Miglior Matto ai Sylvester 2027
Attribuire questa lettura direttamente a Ridley Scott sarebbe esagerato e ingeneroso. Durante la promozione il regista ha definito The Dog Stars un film speranzoso e ha spiegato di non volerlo costruire attorno a un’agenda politica precisa. Le sue dichiarazioni pubbliche, oltretutto, non delineano certo un improvviso convertito al bunkeraggio armato e al “noi contro tutti”. Niente Scott con un cappellino rosso davanti allo specchio, quindi, ma bisogna prendere atto di qualcosa di interessante: il film sembra produrre un significato molto più chiuso e isolazionista di quello che, sulla carta, vorrebbe sostenere. Il cuore teorico dovrebbe essere la tensione tra sopravvivere e restare umani. Hig vede possibilità di connessione dove Bangley vede minacce, e il suo viaggio dovrebbe servire a verificare se fuori dal recinto esista ancora qualcosa che meriti di essere salvato. Solo che il mondo costruito intorno a lui trasforma continuamente la fiducia in ingenuità e la prudenza in buon senso. È come girare due ore di film sull’importanza di superare la paura dell’acqua e chiudere con il protagonista divorato da uno squalo cinque secondi dopo essere entrato in mare: puoi anche mettere sui titoli di coda «abbiate coraggio», ma io intanto domani compro i braccioli e una fiocina pure per andare in piscina.
Per questo The Dog Stars è un film difficile da liquidare. Non è semplicemente reazionario, perché l’impianto e le intenzioni dichiarate puntano altrove; non è nemmeno soltanto confuso, perché per lunghi tratti sa esattamente quali idee vuole mettere in campo. È piuttosto un film che cambia pelle nella seconda metà e, insieme al ritmo, cambia anche il peso delle proprie immagini. Passa dalla malinconia al pulp, da The Road a Fallout, dalla poesia del paesaggio ad Allison Janney che sembra la presentatrice di un quiz televisivo prodotto dall’Enclave, e nel farlo rende molto meno stabile il discorso che aveva costruito fino a quel momento. Resta comunque Ridley Scott, e questo basta a impedire che tutto collassi. Ci sono due o tre sequenze in cui ricorda a chiunque perché ha passato mezzo secolo a insegnare come si mette in scena uno spazio, come si fa entrare la violenza dentro un paesaggio e come si gestisce un western anche quando il cavallo è diventato un Cessna. Potrei anche arrivare a sostenere una posizione molto controversa: Elordi funziona – peccato, niente battute sul fatto che sia un attore (con un) cane – proprio perché Hig ha qualcosa di fragile e irrisolto sotto quella faccia da statua greca cresciuta a proteine; Brolin invece si diverte tantissimo e ogni volta che prende in mano un’arma sembra finalmente essere arrivato il Natale, mentre il segmento di Grand Junction è talmente fuori asse da possedere almeno il pregio di restare impresso.
«Ma tu ci pensi, che culo? Siamo rimasti in dodici al mondo e solo gente fregna»
Forse, alla fine, è davvero il western a salvare tutto. Perché restano gli uomini, le armi, il territorio, la frontiera e quella domanda antichissima su quanto siamo disposti a perdere di noi stessi per difendere ciò che consideriamo casa. I western migliori prendono quella domanda e la complicano fino a renderla dolorosa; The Dog Stars la apre in modo promettente, poi si diverte talmente tanto a riempire la frontiera di pazzi, predoni e cannibali da rendere la risposta parecchio meno chiara di quanto dovrebbe. Non riesco a dire che sia un brutto film, perché abbiamo stabilito che di western brutti non ne esistono. Ma se il prossimo sconosciuto che bussa alla mia porta finisce impallinato prima ancora di presentarsi, sappiamo almeno chi denunciare per il danno culturale.
P.s: non chiedetemi che fine fa il cane, non mi va di parlarne.
Poster-quote:
“Make Abruzzo Colorado Again”
Lou Ferragni, i400calci.com
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