È iniziato, per Donald Trump, il viale del tramonto? Se lo chiedono in molti a Washington, mentre l’estate si spegne sul momento più difficile della sua presidenza. Dazi, guerra in Iran, economia, standing interno e internazionale: sono diverse le questioni che mostrano oggi la debolezza di Trump. Forse è troppo presto per azzardare un parallelo con Norma Desmond, la vecchia attrice che in Viale del Tramonto si inventava un impossibile ritorno al cinema. Certo è che i colpi subiti sono ormai più numerosi di quelli inferti e il declino è racchiuso in un numero. Secondo un sondaggio Reuters/Ipsos, il tasso di approvazione di Trump è crollato al 33%, con un calo di 14 punti rispetto all’inizio del secondo mandato.

Le difficoltà più evidenti emergono dal conflitto in Iran, in cui Trump si è buttato con eccessiva leggerezza e da cui ora non sa come uscire. Un recente articolo del Wall Street Journal offre una ricostruzione a dir poco devastante di come l’amministrazione ha deciso e poi gestito la guerra. Nonostante la direttrice della National Intelligence Tulsi Gabbard gli avesse caldamente sconsigliato di aprire un nuovo fronte militare e contro l’avviso del vice presidente JD Vance che insisteva per proseguire nella politica delle sanzioni, Trump diede l’ok al bombardamento indiscriminato dell’Iran. A spingerlo furono i consigli di Benjamin Netanyahu, secondo cui non sarebbe stato difficile dare lo scossone finale al regime degli ayatollah, ormai seriamente indebolito. Ma a spingerlo furono soprattutto i vertici del Pentagono. Desiderosi di conquistarsi i favori di un presidente alla ricerca di nuovi trionfi dopo l’arresto di Nicolás Maduro, il segretario alla Difesa Pete Hegseth e il Capo di Stato Maggiore congiunto Dan Caine rassicurarono Trump sul fatto che l’esercito Usa avrebbe facilmente neutralizzato lanciamissili, depositi di armi e navi da guerra iraniane. Il successo dell’operazione militare era secondo il Pentagono assicurato. Il crollo del governo iraniano questione di “quattro, cinque settimane”.

Il risultato è davanti agli occhi del mondo. A sei mesi dall’inizio del conflitto, lo scontro in Medio Oriente continua senza che in vista ci sia una soluzione. Trump ha intanto: rivendicato per decine di volte la vittoria, assicurato l’annientamento di esercito e marina di Teheran, minacciato di riportare l’Iran “all’età della pietra”, lodato la resistenza degli iraniani, garantito che gli ayatollah sono diventati più moderati, fissato ultimatum e rimandato ultimatum, stipulato tregue e disfatto tregue, affermato che l’accordo è vicino, spiegato che in fondo la guerra non è gran cosa. Non è successo nulla di quanto affermato e promesso. Mentre l’Iran si mantiene fermo nelle sue richieste e anzi sfida apertamente la Casa Bianca. E con gli arsenali Usa ormai sguarniti di missili a lungo raggio e intercettori – ciò che rende impossibile proseguire un’offensiva militare su vasta scala – l’amministrazione è costretta a ripiegare sulle sanzioni, quindi sullo strumento che Barack Obama e Trump al primo mandato utilizzarono per limitare le ambizioni nucleari di Teheran. Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha annunciato l’Operation Economic Outcast, un D-Day di nuove sanzioni contro l’Iran e chiunque continui a fare affari con l’Iran. Nonostante i toni da giudizio universale di Bessent, che ha scomodato lo sbarco in Normandia per mostrare la determinazione americana, non è chiaro quanto Trump sia pronto a colpire Cina e Russia, i due più importanti partner commerciali e strategici dell’Iran. Il D-Day potrebbe dunque trasformarsi nell’ennesimo, disastroso capitolo di un conflitto diventato un pantano da cui l’America non sa come uscire.

C’è poi il capitolo dazi. Il primo ministro canadese Mark Carney si è rifiutato di piegarsi agli ultimatum commerciali di Trump e ha ribaltato il tavolo dei negoziati, annunciando tariffe del 15%, 25% e 50% su circa 700 prodotti statunitensi, oltre a un piano di sostegno finanziario per imprese e lavoratori colpiti dalla disputa con l’amministrazione Trump. Non è ancora chiaro se e come la strategia avrà successo. Probabilmente il primo ministro canadese scommette sul fatto che gli Stati Uniti importano dal Canada beni vitali come legname, elettricità, alluminio, per i quali non esistono alternative nazionali poco costose e facilmente reperibili. Sicuramente Carney, che a gennaio a Davos aveva affermato che “il vecchio ordine mondiale non tornerà”, adotta una tattica simile a quella che, su un piano diverso, segue l’Iran. Tiene testa alle minacce di Trump. Non si piega ai suoi ultimatum. Così facendo, punta non solo a rivelarne il possibile bluff, ma indica al mondo una strada per resistere ai diktat.

In realtà, sono sempre di più quelli che mostrano una certa resistenza agli ordini della Casa Bianca. Benjamin Netanyahu ha respinto il piano Usa per Gaza. Gli europei si sono rifiutati di entrare in guerra con l’Iran. Gli alleati arabi hanno costretto Trump ad abbandonare il progetto di imporre un pedaggio nello Stretto di Hormuz. All’interno, intanto, dieci candidati appoggiati da Trump alle primarie di midterm sono stati snobbati dagli elettori repubblicani. Sono poi 36 le università che si sono unite nel sostegno alla causa che Harvard ha intentato all’amministrazione per il taglio dei finanziamenti federali. Diversi studi legali, che Trump ha preso di mira per aver difeso i suoi presunti nemici, hanno alla fine scelto la strada dello scontro giudiziario aperto. E mentre la guerra in Iran ha fatto schizzare in alto i prezzi di petrolio e gas, i mercati si mostrano sempre più dubbiosi sulle scelte del Tesoro. Nonostante i ripetuti appelli di Trump, il presidente della Fed Kevin Warsh potrebbe annunciare nei prossimi giorni un rialzo dei tassi di interesse. Anche nel mondo dei media comincia a prender piede l’idea che l’unica strada praticabile è quella della resistenza. I vertici di ABC, che a dicembre 2024 avevano pagato 16 milioni di dollari per risolvere una causa per diffamazione intentata da Trump, hanno capito che piegarsi non è un’opzione e a loro volta portano ora in tribunale l’amministrazione per aver minacciato il ritiro della licenza. Sempre su ABC Rosie O’Donnell, nel corso del suo late show, ha passato una settimana ridicolizzando pesantemente Trump, definito “Mango Mussolini” e “Petty Roosevelt”.

Non bisogna ovviamente cadere nell’errore di sottostimare il potere di Trump. La Corte Suprema ha sinora fissato pochissimi paletti all’autorità del presidente, lasciandogli mano libera praticamente su tutto, dalla possibilità di licenziare migliaia di dipendenti federali alla distruzione della Casa Bianca per costruire l’adorata ballroom. I repubblicani, nonostante le ormai frequenti proteste e la preoccupazione per la gestione dell’economia alla vigilia del midterm, si sono alla fine sempre allineati. Il voto dei senatori del G.O.P. a favore della nomina ad attorney general dell’avvocato personale di Trump, Todd Blanche, ne è la conferma. E la sfida oggi aperta da Carney e Netanyahu potrebbe trasformarsi in rapida capitolazione. Detto questo, i segni di crisi ci sono e sono in fondo simbolicamente riassunti in un presidente che, sempre meno capace di gestire la realtà, finisce per inventarsela. Su Truth Social, Trump ha definito Hormuz “territorio Usa” e trasformato il Lake Ontario in Lake America. Un po’ come Norma Desmond, che nell’ultima scena di Viale del Tramonto scendeva una scala immaginando di tornare ai trionfi del set, oggi Trump ridisegna le mappe, immaginando un’America che forse non c’è.