di
Vera Martinella
Quindici anni fa la sopravvivenza era solo di pochi mesi. La storia è cambiata con l’arrivo dell’immunoterapia e dei nuovi vaccini a mRna
Era il 2011, quando con grande entusiasmo degli esperti durante il congresso annuale della Società americana di oncologia (Asco) vennero annunciati i primi dati sull’immunoterapia nei pazienti con melanoma cutaneo. Questo tumore fece allora da apripista a questa nuova strategia che mira a stimolare il sistema immunitario dei pazienti contro le cellule neoplastiche e che oggi dà risultati importanti in molte neoplasie per le quali c’erano poche speranze.
Prima dell’arrivo dell’immunoterapia nel 2011, la speranza di vita dei malati con un melanoma metastatico era di circa 6-12 mesi perché la chemio o le altre strategie contro questa neoplasia non funzionano. Oggi, invece, esistono diversi farmaci immunoterapici efficaci e in molti casi è possibile cronicizzare la malattia con molti pazienti metastatici ancora vivi parecchi anni (anche più di 10) dopo la diagnosi.
Durante l’ultimo congresso Asco 2026, tenutosi recentemente a Chicago, sono arrivate ulteriori nuove buone notizie per quanto riguarda la sopravvivenza delle persone con questo tumore.
Lo studio NIBIT-M2: doppia immunoterapia
Come dimostrano i risultati finali dello studio NIBIT-M2, promosso da Fondazione NIBIT, a 10 anni dall’inizio della terapia per metastasi cerebrali asintomatiche il 32% dei pazienti trattati con la doppia immunoterapia ipilimumab e nivolumab è ancora in vita.
«E’ un risultato di particolare rilievo per una condizione storicamente associata a una prognosi del tutto sfavorevole e si tratta del follow-up più lungo disponibile al mondo in pazienti con melanoma e metastasi cerebrali asintomatiche, da sempre associate a una prognosi particolarmente sfavorevole e a una gestione clinica molto complessa – dice Anna Maria Di Giacomo, presentatrice dello studio e responsabile del programma di sperimentazioni cliniche di Fase I/II del Centro di Immuno-Oncologia dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria Senese –. Per molti anni questi pazienti non hanno avuto opzioni terapeutiche efficaci e una sopravvivenza di pochi mesi».
Proprio per rispondere a questa esigenza clinica, Fondazione NIBIT ha promosso lo studio NIBIT-M2, nato per valutare se l’immunoterapia potesse essere efficace anche nei pazienti con metastasi cerebrali asintomatiche.
Un paziente su tre vivo a 10 anni
NIBIT-M2 è uno studio di fase tre (l’ultima prima dell’approvazione di una nuova cura), multicentrico e randomizzato, che ha coinvolto pazienti con melanoma metastatico e metastasi cerebrali attive, non trattate e asintomatiche, arruolati in nove centri italiani. I partecipanti non avevano ricevuto precedenti terapie sistemiche per la malattia avanzata.
Lo studio ha confrontato tre strategie: la chemioterapia con fotemustina, la combinazione di ipilimumab e fotemustina, e la doppia immunoterapia con ipilimumab e nivolumab. L’obiettivo principale era valutare la sopravvivenza globale: dopo un follow-up mediano di 125 mesi, i risultati confermano il beneficio duraturo della doppia immunoterapia.
Nel gruppo trattato con ipilimumab e nivolumab, la sopravvivenza globale a 10 anni è risultata pari al 32% (quella specifica per melanoma ha raggiunto il 36%) e pre il controllo della malattia a livello cerebrale si mantiene nel tempo: la sopravvivenza libera da progressione intracranica a 10 anni è infatti pari al 29%.
«Questi dati dimostrano che una quota significativa di pazienti con melanoma e metastasi cerebrali può ottenere un beneficio molto prolungato nel tempo dalla doppia immunoterapia – sottolinea Michele Maio, ordinario di Oncologia Medica presso l’Università di Siena e direttore del Centro di Immuno-Oncologia senese -. Inoltre tra i pazienti vivi a 10 anni, il 70% non riceve più alcuna terapia antitumorale. Un fatto che ci fa sperare nella guarigione».
Lo studio KEYNOTE-942: combinare vaccino e immunoterapia
Per quelle persone che non traggono i risultati sperati con l’immunoterapia nascono le sperimentazioni condotte utilizzando anche i vaccini mRna, creati con l’obiettivo di stimolare la produzione di anticorpi e cellule immunitarie in grado di riconoscere particolari proteine poste sulla superficie delle sole cellule cancerose per distruggerle.
A tal proposito ad Asco 2026 sono stati presentati, dai ricercatori della NYU Langone Health, i risultati a 5 anni dello studio di fase 2b KEYNOTE-942 che confermano la solidità e la tenuta nel tempo del vaccino personalizzato a mRNA contro il melanoma. I dati, pubblicati in contemporanea sul Journal of Clinical Oncology, certificano un traguardo importante: la combinazione del vaccino anti-cancro personalizzato (intismeran) e dell’immunoterapia standard (pembrolizumab) riduce del 49% il rischio di recidiva o morte rispetto alla sola immunoterapia nei pazienti con melanoma ad alto rischio.
In Italia, così come in altre parti del mondo, è in corso lo studio di fase tre:
«Questi risultati confermano che la strada intrapresa con il vaccino a mRNA è quella giusta e che l’efficacia della combinazione con l’immunoterapia si mantiene costante nel tempo – commenta Paolo Ascierto, direttore dell’Unità di Oncologia melanoma dell’Istituto Tumori Pascale di Napoli, primo centro italiano ad avviare la sperimentazione -. Ridurre del 49% il rischio di recidiva e del 59% quello di metastasi a distanza a cinque anni apre prospettive cliniche importantissime per il futuro dei pazienti ad alto rischio».
Come funziona il vaccino mRna basato sul singolo paziente
Lo studio ha coinvolto 157 pazienti con melanoma operati, divisi in due gruppi per valutare l’efficacia della terapia adiuvante (post-chirurgica): a cinque anni dall’intervento, il 68,8% dei pazienti trattati con l’accoppiata vaccino più immunoterapia è completamente libero da tumore, contro il 49,1% di chi ha ricevuto solo l’immunoterapia.
«Inoltre, la combinazione ha ridotto del 59% il rischio che il melanoma si diffonda in altri organi del corpo. Ma il dato forse più impressionante è che il 92,2% dei pazienti del gruppo vaccino è vivo a cinque anni, rispetto al 71,3% del gruppo di controllo» sottolinea Ascierto, ordinario di Oncologia all’Università Federico II di Napoli e presidente della Fondazione Melanoma Onlus.
Sia chiaro, però: nonostante gli esperti lo chiamino vaccino, non si tratta di una strategia preventiva che immunizza contro la patologia (come accade per i vaccini disponibili contro molte malattie). «E’ una terapia creata “su misura” per ogni singolo paziente – spiega Ascierto –. Attraverso l’analisi del tumore rimosso chirurgicamente, sono stati identificati fino a 34 neoantigeni, ovvero le “firme” proteiche specifiche ed esclusive di quel determinato melanoma. Sulla base di queste informazioni, è stato sintetizzato un filamento di mRNA che, una volta iniettato, istruisce i linfociti T, cioè i soldati del sistema immunitario, a riconoscere e distruggere qualsiasi cellula tumorale residua che tenti di nascondersi o riprodursi». L’immunoterapia con pembrolizumab toglie il «freno» al sistema immunitario che il tumore usa per difendersi; il vaccino intismeran, invece, fornisce ai linfociti T l’identikit esatto del bersaglio da colpire.
Sperimentazioni su altri tipi di tumori
La sicurezza del trattamento è ormai comprovata, con effetti collaterali gestibili e sovrapponibili a quelli di una normale reazione influenzale.
«La vera notizia è che questo approccio fa da apripista – conclude l’esperto -: la tecnologia dell’mRNA applicata ai tumori ad alto tasso di mutazione, come il melanoma, sta già venendo testata con successo anche per il tumore al polmone e altre neoplasie difficili da trattare. Siamo di fronte a un potenziale cambio di paradigma: se i dati della fase tre confermeranno questi trend, la medicina di precisione diventerà uno standard terapeutico consolidato per queste patologie».
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31 agosto 2026
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