Un «esperimento naturale» su oltre 70mila persone
Il nuovo lavoro, coordinato da Maxime Taquet dell’Università di Oxford, ha cercato di aggirare proprio questo problema sfruttando una sorta di esperimento naturale avvenuto negli Stati Uniti. Nel 2017 il precedente vaccino vivo attenuato contro l’herpes zoster, Zostavax, è stato rapidamente sostituito dal vaccino ricombinante Shingrix. I ricercatori hanno quindi potuto confrontare persone che avevano tutte scelto di vaccinarsi ma che per una questione essenzialmente temporale avevano ricevuto prevalentemente l’uno o l’altro vaccino.
Sono stati analizzati i dati delle cartelle cliniche elettroniche di una grande rete sanitaria statunitense. Il confronto principale ha riguardato 36.460 persone vaccinate tra aprile e settembre 2017 e altrettante vaccinate nello stesso periodo del 2018. Tutti avevano almeno 60 anni. Nel primo gruppo il 98,6% aveva ricevuto il vaccino vivo, nel secondo il 93,5% quello ricombinante. I due gruppi sono stati inoltre abbinati sulla base di 83 caratteristiche fra cui età, sesso, condizioni di salute, precedenti infezioni da herpes e farmaci cardiovascolari, in modo da renderli il più possibile confrontabili. L’esito principale osservato era la comparsa, nei sette anni successivi, di almeno una fra tre condizioni: cardiopatia ischemica, ictus ischemico e insufficienza cardiaca.
Il rischio cardiovascolare risulta più basso
I risultati indicano che le persone appartenenti al gruppo che aveva ricevuto prevalentemente il vaccino ricombinante presentavano, nell’arco dei sette anni, un carico complessivo di eventi cardiovascolari inferiore del 9%. In termini più semplici, hanno trascorso più tempo senza ricevere una diagnosi cardiovascolare rispetto al gruppo vaccinato con il vecchio vaccino.
Analizzando separatamente le diverse patologie, la riduzione del carico di malattia è risultata del 10% per la cardiopatia ischemica e del 12% per l’insufficienza cardiaca. È stata inoltre osservata una riduzione del 7% per la fibrillazione atriale. Per l’ictus ischemico il risultato non è stato significativo considerando insieme uomini e donne, mentre fra gli uomini è emersa una riduzione del 12%. Non sono invece state osservate associazioni significative per altre condizioni fra cui miocardite, arteriopatia periferica, ictus emorragico e attacco ischemico transitorio.
Il beneficio sembra inoltre concentrarsi soprattutto nella prima parte del periodo di osservazione. Nei primi tre anni e mezzo un approfondimento del Guardian, riportando i dati dello studio, segnala una riduzione di circa il 12% degli eventi cardiovascolari. Successivamente la differenza tra i gruppi tende ad attenuarsi.
Può sembrare un vantaggio relativamente contenuto ma applicato a una popolazione enorme potrebbe assumere dimensioni importanti. Gli stessi ricercatori calcolano che, se l’associazione venisse confermata da studi clinici, una differenza assoluta dello 0,8% nell’incidenza cumulativa di cardiopatia ischemica e insufficienza cardiaca tra gli over 60 potrebbe ad esempio significare centinaia di migliaia di casi evitati nei soli Stati Uniti.