L’argentino, grande specialista della terra, ha approfittato del malessere di Djokovic per dare una svolta alla carriera


Lorenzo Topello

Collaboratore

31 agosto – 17:52 – MILANO

Appunti da segnare al volo sul taccuino dopo aver battuto il proprio idolo d’infanzia all’Arthur Ashe. Primo: nelle date del cuore oltre al 9 luglio aggiungere il 31 agosto. Secondo: controllare la lista d’attesa di chi è pronto a salire sulla Navoneta, un carro che “non sarà mai come la Scaloneta, ma vorrebbe prendere un po’ spunto dalla nazionale. Dicono che ho carisma come Scaloni”. Terzo: correre a vedere cosa ha combinato l’Argentinos Juniors. Per chi non ha risolto l’identikit, trattasi di Mariano Navone, il giustiziere di Novak Djokovic al primo turno dello Us Open. Uno che fino a pochi anni fa giocava per sopravvivere. Anzi, sopravviveva per giocare. 

navoneta—  

Dipaniamo la matassa di indizi. Mariano Navone è argentino in tutto, nella passione per la terra rossa (quella che nel 2024 lo manda in finale all’Atp 500 di Rio dopo essere partito addirittura dalle qualificazioni) e nel soprannome che ne scaturisce immediatamente dopo, perché dalle parti di Buenos Aires un gaucho che fa sfracelli in casa dei nemici di sempre fa sempre rumore. E allora nasce la Navoneta, assonanza palese con il nomignolo della nazionale albiceleste. Navone però non esagera: “Sì, è una piccola fanbase. Ma mica è paragonabile al gruppo di Scaloni. Io sono meno famoso”. Lo seguono dal giorno uno invece a Nueve de Julio, il paesino di nascita che porta il nome della data di indipendenza argentina. 

sopravvivenza—  

Viva il 9 luglio ma anche il 31 agosto, il giorno in cui Navone compie la sua impresa più grande mandando a casa Nole. L’idolo di sempre: “Sono cresciuto guardando lui, Rafa e Roger. Ma in particolare per Djokovic mi alzavo all’alba per vederlo giocare gli Slam dall’altra parte del mondo. Mi facevo odiare da mia madre, ma per me lui era ed è il Goat di questo sport. È un momento fondamentale per me, per il mio gioco e per la mia preparazione mentale”. Un segnale di conferma del lavoro iniziato tanti anni fa fra mille difficoltà, se è vero che ai tempi del lockdown Mariano Navone è una giovane promessa con pochi proseliti. Anzi, giusto un follower: il giornalista Marcos Agosti che impazzisce per cercargli uno sponsor e alla fine fa centro. I tempi cupi, quelli del tennis per sopravvivere (“un mio amico mi disse che doveva rinunciare a giocare con me in un torneo perché nel portafoglio gli erano rimasti dieci euro”) finiscono quando la Dunlop fornisce sei racchette, una borsa, uno zaino, tre confezioni da 30 grip e un po’ di inchiostro per le corde. 

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cose belle—  

Lo Us Open racconta un’altra faccia di Navone, quella della crescita anche su cemento. Perché finora l’argentino aveva entusiasmato solo su terra rossa: tre finali perse (una di quest’anno, a Ginevra) e soprattutto un titolo sulla superficie di Bucarest, ad aprile. Il mattoncino da cui ha costruito un 2026 per ora da sogno. E pensare che fino a tre anni fa non andava granché neanche a livello tecnico: nel 2023 critica l’impugnatura del dritto perché non va da nessuna parte e ricomincia da zero. Intuendo subito i progressi: vince cinque Challenger in giro per il mondo, scopre che in sei mesi si possono scalare quasi 120 posizioni. Gli chiedono a fine anno: “Cosa diresti al Mariano che in piena pandemia non aveva neanche uno sponsor?”. Risposta asciutta: “Di aspettare. Le cose belle arrivano”. Non ha mica tutti i torti: l’altra sera ha vinto pure l’Argentinos Juniors…