di
Marco Madonia
Daniela d’Amone ha scelto di non trasferirsi da Bologna a Torino, l’accordo sulla buonuscita e il licenziamento: «La proprietà è stata consigliata male dai consulenti e ne ha pagato il prezzo. Finalmente è finita»
«Finalmente è finita, penso sia lo stato d’animo di tutti. Si è chiuso un cerchio nel migliore dei modi». Daniela d’Amone poco dopo le 17 è uscita dalla sede di Woolrich, il suo ultimo giorno di lavoro.
Ha deciso di non trasferirsi a Torino e ha trovato un’intesa sulla buonuscita con la nuova proprietà. «Credo siano stati mal consigliati. Tu non puoi pensare di fare un’operazione del genere in Emilia-Romagna. Qui non si può fare. Poi la Uil ha avuto un atteggiamento irresponsabile, continuava a dire: “guardate che vi cacciano tutti”. Non è andata così».
Perché?
«BasicNet paga una buonuscita a tutti, anche a quelli a cui non era dovuta. Stiamo parlando di cifre importanti, da 30 fino a 100mila euro. Il peggio l’hanno avuto loro. Saranno stati consigliati male dai consulenti, pensare di mandare a casa la gente così è da pazzi»
Lei di cosa si occupava?
«Ero office manager e executive assistant. In dieci anni ho lavorato con tutti e quattro gli amministratori delegati che si sono succeduti. Il nuovo ad, Davide Piccolo, si è dimostrata una brava persona. La verità è che era da ipocriti fare finta di non sapere che Woolrich sarebbe stata venduta».
Perché ha deciso di non andare a Torino?
«Ho un figlio di 15 anni, un’età nella quale mica si può sradicare. Poi devo dire che ero stanca, gli ultimi due anni sono stati molto pesanti».
Iscritta al sindacato?
«Di sindacato non ne ho mai voluto sapere. Mi sono iscritta alla Cgil perché ho avuto piena fiducia nel funzionario, Matteo Fabbri, che si è dimostrato molto capace. Io poi non sono nemmeno di sinistra».
E come mai si è iscritta alla Cgil?
«Io non voterò mai a sinistra, ma ho a cuore il bene comune. In questo caso la Cgil si è comportata in modo impeccabile».
Non sembra così demoralizzata per l’ultimo giorno di lavoro.
«E cosa devo fare? Nel 2026 lavorare in un’ azienda privata e pensare di restarci tutta la vita è una cosa da ingenui».
E adesso cosa farà?
«Ho trovato un altro lavoro, come la maggiore parte dei miei colleghi».
Sempre nel settore?
«No, assolutamente. Basta con la moda, sono stanca».
Cosa si porta dietro?
«Un dispiacere immenso, Woolrich è un pezzo importante della mia vita, ho passato il mio 50esimo compleanno a lavorare nell’archivio, a vedere la storia e la passione di un marchio leggendario».
Però.
«Penso che ci siano cose che vengono prima. Non è vero che l’azienda è una famiglia o che ci vogliamo tutti bene. Alcuni colleghi sono contenta di non vederli più. Ho sempre pensato che l’azienda non è una cosa mia, mi deve riconoscere dei diritti che corrispondono ai miei doveri. Poi in questo caso parliamo di un’azienda che è stata salvata, mica hanno portato i libri in tribunale».
Anche con i licenziamenti.
«Si ma con le buonuscite proporzionali all’anzianità e consentendo a chi era in azienda da meno di avere comunque un sostegno».
Saranno stati mesi duri.
«All’inizio tanta ansia. Gli ultimi due anni sono stati un’agonia perché si sapeva che sarebbe stata venduta. Non sapevano a chi o quando ma la cessione era certa. Basta essere lucidi, per me è stata dura perché amo Woolrich, ma nella vita bisogna dire basta e capire quando farla finita».
A Bologna non resterà più nulla dell’azienda
«Woolrich è un marchio bolognese, c’è stata la lotta per tenerla qui ma era chiaro già dall’inizio che sarebbe andata male. Ci siamo battuti fino a quando era possibile poi bisogna avere l’onesta intellettuale di riconoscere che loro avevano tutto il diritto di concentrare le attività nel loro quartiere generale».
Vai a tutte le notizie di Bologna
Iscriviti alla newsletter del Corriere di Bologna
1 settembre 2026
© RIPRODUZIONE RISERVATA