di
Francesco Bertolino
Il costo della raffinazione è raddoppiato per la benzina e salito del 161% per il gasolio a causa del blocco di Hormuz e degli attacchi alle raffinerie russe. I maxi-profitti delle major
Dal 2009 a oggi 30 raffinerie di petrolio hanno chiuso in Europa, il 30% del totale. Probabilmente, i proprietari si stanno mangiando le mani: quest’anno avrebbero fatto utili senza precedenti. La trasformazione del greggio in prodotti «utilizzabili» per muovere auto, camion e aerei è infatti l’attività che più ha risentito del blocco dello stretto di Hormuz. E che più ha inciso sull’aumento dei carburanti alla pompa, come dimostra un’analisi ottenuta dal Corriere sulle varie componenti di prezzo di benzina e diesel in Italia.
L’impatto della raffinazione
A gennaio la benzina costava sulle strade del Paese in media 1,65 euro; ad agosto ha toccato in media i 2 euro, con un incremento del 21%. Peggio è andata al diesel, passato da 1,70 a 2,11 euro, in crescita del 24% dall’inizio dell’anno. A pesare non è solo né tanto il rialzo del petrolio (+33%), la cui incidenza sul prezzo dei carburanti è passata da 33 a 44 centesimi. Ma soprattutto il costo della raffinazione che è salito da 18 centesimi a 36% centesimi (+100%) per la benzina e addirittura da 23 a 60 centesimi per il diesel (+161%).

Chi choc nel Golfo e in Russia
Come si spiega questo rincaro? Il mercato dei prodotti derivati si sta dimostrando meno elastico di quello della loro materia prima. E quindi meno in grado di assorbire gli choc. Se prima della guerra la produzione di greggio superava la domanda, l’offerta e i consumi di benzina, diesel e jet fuel erano già in una situazione di (precario) equilibrio. Prima il blocco di Hormuz lo ha fatto vacillare; poi gli attacchi ucraini alle raffinerie russe — e la successiva decisione di Mosca di bandire le esportazioni di diesel — lo hanno fatto crollare.
Il crollo delle esportazioni
A causa del venir meno delle forniture dal Golfo e dalla Russia, calcola Goldman Sachs, l’export di prodotti raffinati è diminuito di 6 milioni di barili al giorno, un quarto del totale. Scatenando una corsa agli approvvigionamenti che ha fatto lievitare i guadagni delle raffinerie. I loro margini sono passati dai 10-20 dollari al barile del 2025 a picchi nel 2026 di 6o dollari al barile per il diesel e 90 dollari al barile per il jet fuel.
Il boom dei profitti
La divisione raffinazione di Chevron ha così incrementato i profitti del 500% nel secondo trimestre, quella di Exxon è passata da una perdita di 1,7 miliardi a un utile di 5,5 miliardi. Il boom dei margini di trasformazione del petrolio ha dato una spinta anche ai conti di Shell, Bp e TotalEnergies, mentre Eni ha registrato un contributo più magro. È poi probabile che la «fame» di diesel, benzina e cherosene stia garantendo margini generosi anche ad aziende non quotate come Gunvor e Vitol (che due anni fa ha comprato dalla famiglia Moratti Saras e la raffineria sarda di Sarroch).
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Le richieste di Donald Trump
Oltre ad alimentare il dibattito sugli extraprofitti, un simile redditività potrebbe convincere le aziende di settore ad aprire nuove raffinerie negli Stati Uniti e in Europa. Donald Trump, per esempio, chiede da tempo ai colossi petroliferi americani non solo di ridurre i prezzi alla pompa ma anche di aumentare la loro capacità di raffinazione. E martedì 1 settembre ha convocato i vertici delle major petrolifere alla Casa Bianca per un inatteso vertice dai contenuti ancora vaghi.
I rischi a lungo termine
Al di là delle considerazioni di autonomia strategica, però, il ritorno nel lungo termine di un investimento da centinaia di milioni su un nuovo impianto di raffinazione resta incerto. Secondo alcune stime, infatti, a partire dal 2030 la domanda di benzina e diesel in Europa è destinata a contrarsi di pari passo con l’elettrificazione dei trasporti e con la crescita di carburanti alternativi. È vero che, secondo Goldman Sachs, i margini di raffinazione sono in ogni caso destinati a rimanere elevati anche nel 2027 a causa della necessità dei governi di rimpinguare le riserve strategiche di carburanti, spremute dal blocco di Hormuz. Ma, dopo anni di magra, non sarà facile convincere le major petrolifere a tornare in forze su un mercato capace di oscillazioni da montagne russe.
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1 settembre 2026 ( modifica il 1 settembre 2026 | 08:36)
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