di
Roberta Scorranese

Il chirurgo: «Curai Gino Paoli, Renato Zero è un grande amico. Sul Covid ancora punti oscuri»

È un agosto caldissimo a Milano, la città è vuota ma in uno studio in centro, pieno di documenti, fotocopie e ricordi, c’è un medico che non conosce vacanza. «Non sopporto che qualcuno stia male», dice mentre prepara un faldone di fotografie. Ermanno Leo, classe 1949, uno dei chirurghi oncologici più famosi e riconosciuti in Italia, è al suo posto. «Mettiamo il caso che un paziente abbia bisogno in piena estate…».

Speriamo di no, professore.
«Ma per me il dialogo fitto con le persone che mi danno fiducia è essenziale. Mi chiamano a tutte le ore, mi chiedono anche semplici consigli».



















































Lei è nato a Canosa di Puglia, com’è arrivato all’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano dove ha creato e diretto la Struttura complessa di chirurgia del colon-retto?
«Dopo la specializzazione in Chirurgia Oncologica, ma va detto che all’epoca non mi occupavo solo di colon-retto ma anche di chirurgia toracica, addominale e altro. Grazie al sistema delle cosiddette rotazioni, ho imparato molto».

Prima però ha studiato e fatto ricerca a Napoli.
«Sì, dove ho imparato che la chirurgia oncologica è molto diversa dalle altre. Poi Milano, sotto la guida di Pietro Bucalossi, pioniere del settore».

Però lei è stato il pioniere di una tecnica innovativa che ha cambiato la vita a migliaia e migliaia di persone.
«Sì, perché con la mia équipe ho messo a punto una tecnica conservativa della funzione rettale che prevede la ricostruzione dell’ampolla rettale nella gran parte dei pazienti destinati potenzialmente a portare a vita il contenitore esterno per la raccolta delle feci. In sintesi, grazie a questa tecnica si evita il sacchetto».

Certamente un traguardo importante.
«Chi veniva operato di cancro al colon prima era costretto a portare a vita questa appendice. Non era giusto, secondo me. La delicatezza della chirurgia è importante».

Qualche mese fa l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico ha diffuso una nota: il tumore colorettale è in aumento, soprattutto tra i più giovani.
«Sì, lo so. Certamente penso che una buona anamnesi sia importante ma diffido di chi attribuisce le cause soltanto allo stile di vita o all’alimentazione: basti pensare che le prime tracce di tumore sono state ritrovate nelle ossa delle mummie egizie, migliaia di anni fa. Non penso che loro fumassero o che mangiassero cibo ultraprocessato».

Professore, ci sono dei tumori di cui si parla spesso e altri invece meno al centro della cronaca. Perché secondo lei?
«Forse perché interessano meno?»

In che senso?
«Inutile negare che intorno al cancro ci siano interessi economici, molto forti. Qualche volta leggo e sento parlare di ricerche considerate determinanti quando spesso non lo sono. I medici dovrebbero parlare chiaro, e purtroppo non sempre accade: ci sono tumori poco aggressivi, tanto aggressivi e letali. Mi creda, non è facile dire a una persona che si siede davanti alla tua scrivania che ha un tumore, forse è una delle cose più difficili da fare. Però qualche volta la schiettezza è tutto».

Quanti interventi ha eseguito nel corso della sua carriera?
«Quasi trentacinquemila di patologia oncologica generale».

Nel 2004 l’allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi volle insignirla della Medaglia d’Oro al Merito della Sanità Pubblica.
«Un riconoscimento che arrivava soprattutto perché con le nostre ricerche avevamo migliorato la qualità di vita dei pazienti, abbassando notevolmente i casi di recidiva. Bisogna pensare che il cancro è una malattia della quale sappiamo ancora poco, nonostante tanti annunci».

Anni fa ci fu la prima sperimentazione clinica di un vaccino terapeutico per i tumori del colon retto, eseguita all’Istituto dei Tumori di Milano dall’équipe da lei guidata. Come andò?
«I primi risultati furono incoraggianti. In pratica, ci accorgemmo che il sistema immunitario dei pazienti e i suoi globuli bianchi possono riconoscere e distruggere una proteina chiamata survivina che permette alle cellule tumorali di sopravvivere e proliferare».

Però poi il vaccino non è stato messo a punto.
«No, il gruppo farmaceutico che ci avrebbe dovuto sostenere si dileguò».

Perché, secondo lei?
«Forse perché non eravamo abbastanza interessanti sul piano dei ricavi? Non lo so».

Crede che oggi la scienza si illuda troppo di navigare nelle certezze?
«Sì, lo credo. Per esempio, ancora non ci hanno detto esattamente com’è nato il Covid-19. Per carità, le ricerche sono state fatte, sappiamo del primo focolaio in Cina. Ma le origini vere, nei dettagli, sono ancora incerte. Non si tratta di essere scettici, si tratta di essere onesti e di riconoscere che tante cose non le sappiamo. Quello che sappiamo di certo è che durante la pandemia tante persone malate di cancro non si sono potute curare».

Nel 2022, durante la corsa al Quirinale, a sorpresa i media diffusero la notizia che lei ottenne due preferenze.
«Ma anche nel 2013, anzi allora ne ottenni tre».

Ma come mai?
«E che ne so? Ci saranno dei politici dotati di un grande senso dell’umorismo. Di certo, posso dire che ne conosco tanti perché ho curato centinaia di migliaia di persone».

La politica non le interessa?
«Per carità. Io sono ancora in attività, per esempio collaboro con la Casa di Cura La Madonnina. Non smetto di fare ricerca, sono in contatto con medici di tutto il mondo. È l’unica cosa che mi interessa. Lo sa che una volta un pool di chirurghi giapponesi venne in visita a Milano per studiare le innovazioni che io e la mia squadra avevamo messo a punto?».

Suona il telefono. È Renato Zero, grande amico del professore. Scambio di battute, l’artista ci tiene a sottolineare che «Ermanno Leo è una delle persone più straordinarie che io abbia mai conosciuto».

Professore, tra i suoi pazienti ci sono stati e ci sono anche tanti artisti?
«Sì, ma anche tanti amici. Persone che vengono da me semplicemente per un parere. Una volta venne il povero Gino Paoli. Lo avevano curato male in un punto delicato del suo corpo. Lo misi a posto io».

Berlusconi lo ha mai incontrato?
«Sì perché tra le tante cose che posso annoverare ci sono anche due o tre Telegatti che ho vinto».

Scusi, ma lei che cosa c’entra con i Telegatti, premi per la televisione e lo spettacolo?
«Perché faccio parte anche di un’associazione benefica, l’Areco, Associazione per la Ricerca Europea in chirurgia oncologica, a cui andarono i ricavi della vendita dei biglietti della serata dedicata alla televisione, parliamo di diversi anni fa».

L’Ambrogino d’Oro conquistato nel 2021 è un’altra cosa.
«Be’, è il premio più importante a Milano. Non male per uno che tanti anni fa fece le valigie e partì da Canosa di Puglia».

Lei ha un figlio. Non fa il medico ma il pilota di auto da corsa. Che padre è Ermanno Leo?
«Non apprensivo ma molto felice di averlo accanto quando è possibile. Lui ha una vita sua e io ho i miei pazienti, ma si può dire che l’ho cresciuto bene, mi sta restituendo tanto. È la felicità. Insieme all’occuparmi ancora di pazienti che continuano a venire da me».

1 settembre 2026