Le condizioni dell’ex priore si erano aggravate negli ultimi giorni, per uno scompenso renale che lo aveva portato in coma metabolico
È morto Enzo Bianchi, 83 anni, fondatore della Comunità monastica di Bose e della Fraternità della Madia, vicino a Ivrea. Le sue condizioni si erano aggravate negli ultimi giorni, per uno scompenso renale che lo aveva portato in coma metabolico. Il decesso è avvenuto oggi, martedì 1 settembre, all’ospedale Molinette di Torino. Questo è il suo ricordo, firmato da Alberto Melloni.
Uno dei detti dei padri del deserto racconta di un giovane che interrogò un anziano monaco su cosa facessero in monastero tutto il giorno: questi rispose semplicemente: «Cadiamo e ci rialziamo, cadiamo e ci rialziamo ancora». Non c’è modo migliore per descrivere la vita di Enzo (Enzo Bianchi per i librai, fratel Enzo per le folle, padre Bianchi per chi ignorava la sua diffidenza per la vita dei «religiosi»).
Una vita che si è nutrita e ha nutrito, ha inciso ed è stata incisa.
Da quando il giovane segretario del movimento giovanile DC di Asti decise di abbandonare una vita da Azione Cattolica per cercarne una secondo il Vangelo, vivendo con gli straccioni in Francia insieme all’abbé Pierre; poi in un legame profondo con frère Roger Schutz nella comunità monastica di Taizé; poi nei gruppi ecumenici della Torino degli anni Sessanta; e infine decidendo di rimanere sulla Serra di Ivrea, nel borghetto abbandonato di Bose, per vivere la vita monastica alla quale era stato orientato da bambino da Coco, la postina del paese che s’era presa a cuore il piccolo orfano monferrino tanto pio e gli aveva regalato una Bibbia e le Regole di san Basilio, e che, insieme alla messa quotidiana, aveva riempito la sua infanzia e la sua giovinezza.
Là, nel nulla umido e verde di Bose, iniziava un’esperienza che all’inizio non aveva altro nome e nella quale si formò lentamente una singolare esperienza di monachesimo ecumenico: abitata da protestanti (come Taizé), ma iniziata da un cattolico (come Chevetogne), priva di una configurazione religiosa canonica (come Monteveglio), ma abitata da fratelli e sorelle (per essere precisi, da un fratello e una sorella all’inizio) in una vita severa e comune, ritmata da una preghiera monastica classica e dall’ospitalità. «Suonate, entrate, qualcuno vi accoglierà», diceva la scritta sul piccolo ingresso degli inizi, dove alcune stanze gelide ricevevano ospiti che andavano a imparare la lectio divina, la ruminazione lenta e attenta della Bibbia. Grazie a Piero Gribaudi quella esperienza, dove arrivarono giovani di diversa confessione e che vide professioni perpetue celebrate nella notte della Trasfigurazione, il 6 agosto, prese forma in libri: libri di Enzo, di Daniel Attinger, di Alberto Mello; e i ciclostilati di introduzione ai libri biblici, con copertina gialla, erano il trofeo che i molti visitatori di quella che ormai si definiva Comunità di Bose portavano con sé.
Rose e fiori? No, anzi. La prima delle professe se ne andò, e fin qui è fisiologia monastica. Ma ancor prima il vescovo di Biella fulminò l’interdetto su Bose: il divieto di tradizione medievale che impediva di celebrare lecitamente i sacramenti, frutto di diffidenze e calunnie alle quali mise rimedio il cardinale di Torino Michele Pellegrino, che stese il suo mantello per salvare Bose e darle il futuro che la vide diventare, dagli anni Ottanta, un epicentro ecumenico e spirituale straordinario, dove si potevano incontrare figure della politica (da Nino Andreatta a Gianni Novelli), della ricerca (da Pino Alberigo a Paolo Benedetti), dell’impresa (da Giancarlo Lombardi a Carlin Petrini), dell’arte e della cultura (da Bruno Martinazzi ad Arvo Pärt), in quel complesso ormai diventato una metochia dai tratti spirituali tanto tradizionali quanto insoliti nel cattolicesimo italiano: non c’era uno sprezzo per la natura, ma anzi una eulogìa della tavola che rendeva la mensa di Bose, dopo i minestroni degli inizi, competitiva con i ristoranti stellati; non c’era quel gusto del dolorismo che confondeva il Padre di Gesù con un paganissimo dio spione che succhia la sofferenza umana per placarsi.
Come tutti quelli che avevano subito persecuzione nella Chiesa, anche Enzo portava in questo progressivo inverarsi di un sogno monastico ed ecumenico nutrito dal Concilio un bisogno singolare: il bisogno di essere riconosciuto dalla Chiesa. Non certo il conformismo codino che troppi vescovi chiamano «obbedienza». Anzi, c’era in Enzo una libertà che lo portava a solidarizzare e a polemizzare con il Ratzinger teologo, ben prima che tutti si schierassero pro o contro il suo breve e drammatico pontificato. Al tempo stesso era palese il bisogno, che traspariva da una predicazione estesissima e da un’attività editoriale forsennata, di vedere accolta la sua lettura della Bibbia, della sete di unità, del radicalismo cristiano, in un tempo in cui la Scrittura si eclissava dal discorso pubblico della Chiesa, l’ecumenismo vedeva le sue fessurazioni diventare fratture e il radicalismo cristiano diventare la retorica di un «cristianesimo terapeutico», usato per curare inquietudini adolescenziali di pretini smarriti e cattolici che in politica avevano imparato da Ruini che «accodarsi» era l’unica virtù cristiana permessa.
Una tensione che avrebbe risolto dando le dimissioni da priore di Bose il 25 gennaio 2017: un gesto che aveva teorizzato da sempre e che lasciava una comunità in prodigiosa fioritura, con molte fraternità satelliti (Ostuni, Cellole, Assisi) e una reputazione tale da suscitare l’invidia di molti, specialmente quella ecclesiastica. Che tentò di insinuare sospetti in un papa, Francesco, che era stato lettore di Enzo e che lo chiamava «mio maestro».
Gli andarono a dire che c’erano voci di qualche immoralità a Bose; e il papa, divertito, rispose: «Se è vero, sarebbe la prima volta nella vita religiosa…». Poi gli dissero che c’erano conflitti e lamentele sulla senile insofferenza dell’ex priore; e anche qui ne rise: «Se è vero, sarebbe la prima volta…». Poi, come il diavolo nella corte di Dio che apre il libro di Giobbe, gli dissero la parola magica: «Soldi». Senza dirgli che quello di cui parlavano era un’eredità che proprio Andreatta gli aveva suggerito di investire in obbligazioni Fiat, prima della cura Marchionne.
Un visitatore apostolico andò a Bose e fu il disastro: un decreto approvato in forma specifica dal papa cacciava Enzo e alcuni altri, aprendo una crisi alla fine della quale Bose è sopravvissuta, ma priva del proprio fondatore e abbandonata da molti monaci e monache; Cellole è diventata una fraternità autonoma; ed Enzo ha fondato una nuova comunità, benedetto da papa Francesco che si è liberato del disastro dandone la colpa ad altri «incarogniti», nella casa della Madia, a dieci chilometri dagli altri.
Nel pieno della crisi Francesco gli aveva scritto una lettera toccante dove gli diceva di comprendere bene lo sgomento dell’abbandono, del tradimento, della desolazione; ma lo supplicava di «non scendere dalla croce» che lui stesso gli aveva costruito. Una pretesa coerente con la spiritualità ignaziana, per cui solo l’umiliazione, e ogni umiliazione, produce umiltà; ma non comprensibile da quella di Enzo, che nel vitalismo della hebraica veritas e nella teologia ortodossa della risurrezione come compimento della divinizzazione dell’umano aveva i propri caposaldi.
Alla fine sono stati esauditi tutti e due: Enzo non si è ribellato al decreto papale e se n’è andato, lasciando alla comunità che lo ha voluto fuori il peso di un parricidio liberante; e Francesco ha riconosciuto nell’invincibile cocciutaggine cristiana di un monaco che ha accettato l’esilio dalla propria casa ma non dalla propria vita e, ancora una volta, un’ultima volta, si è rialzato per affermare, con il proprio affetto per Francesco, la sua appartenenza a una Chiesa lacerata e la sua fedeltà a un ecumenismo in frantumi.
Ora che se n’è andato, tutti, monaci e vescovi, fedeli e atei, saranno meno feriti ma meno nutriti. E nell’orizzonte grigio di un cristianesimo insipido il vuoto che lascia Enzo mostrerà la sua dimensione solo oggi, solo domani.