Accorrete, accorrete! Tra pochi giorni nelle sale di Palazzo Medici-Riccardi si potrà ammirare un rinoceronte. Ma non si allarmino gli animalisti. Si tratta di una stampa realizzata dal Dürer qualche secolo fa. Se ne produssero a migliaia. Una di queste sarà esposta in occasione della mostra Oltre il rinascimento. Tra Dürer e Parmigianino, un centinaio e più di stupende incisioni facenti parte della collezioni di Georg Baselitz, il grande artista di cui è ancora in corso la mostra al Museo Novecento.

La stampa

La storia di questa grafica è affascinante tanto quanto quella dell’animale che era sbarcato in Portogallo ai primi del Cinquecento. Non se ne vedeva uno dall’epoca dell’antica Roma, quando tigri e leoni, giraffe, e coccodrilli, scimmie e rinoceronti erano usati per feste luculliane e combattimenti negli stadi. Nella parte alta della stampa si legge: «Il primo maggio 1513 d.C. (sic), il potente re del Portogallo, Manuele di Lisbona, portò dall’India questo essere vivente chiamato rinoceronte. Questa ne costituisce un’accurata rappresentazione. Ha il colore della tartaruga maculata ed è quasi interamente ricoperto da squame spessissime. Ha le dimensioni di un elefante, ma ha gambe più corte ed è quasi invulnerabile».

Dürer non aveva potuto ammirare il pachiderma dal vivo ma ricavò quella straordinaria immagine combinando assieme i testi di Plinio il Vecchio, e di Marziale, le fantasie di esploratori e mercanti, i più attendibili reportage partiti da Lisbona. L’animale diventò nelle mani di Dürer una specie di carro armato, un gormito, tarchiato, con zoccoli enormi, «scaglie e piastre imbricate», e due corni, uno in fronte e l’altro sul dorso. In questo caso l’artista commise un errore, scambiando il rinoceronte indiano provvisto di un corno con quello africano, che ne ha due. Tuttavia, corretta o meno che fosse, quell’immagine girò per il continente suscitando l’entusiasmo di re, principi, artisti e letterati come Paolo Giovio e del medico fiorentino Giovanni Giacomo Penni. Ebbene questa bellissima storia incrocia anche Firenze e niente di meno che Palazzo Medici. Ma procediamo con calma.

L’Odissea del rinoceronte

Le cronache ci raccontano che il rinoceronte era stato catturato in India, che aveva navigato per 120 giorni e che, durante il tragitto, era stato battezzato Ulisse. Sappiamo poi che Muzafar II, sovrano nell’India occidentale, ne aveva fatto dono al viceré del Portogallo a Goa, Alfonso Albuquerque. il quale a sua volta lo aveva regalato al re di Portogallo, Manuele I che di lì a poco fece organizzare uno sconto tra Ulisse e uno degli elefanti del suo serraglio, Lo spettacolo ebbe luogo il 3 giugno 1515 davanti una grande folla in delirio e si concluse con la fuga dell’elefante. Trascorsi pochi mesi, il sovrano portoghese decise di regalare quella meraviglia a papa Leone X, Giovanni de’ Medici, per ottenere da sua santità il riconoscimento dei diritti portoghesi su alcuni possedimenti. Prima della partenza il rinoceronte fu immortalato nei rilievi della Torre di Belém, sulle rive del Tago.

Nel gennaio 1516 la nave approdò a Marsiglia e Francesco I, invidiosetto e curioso, si scapicollò a vedere quella star arrivata dall’India. Ma la sorte non giocava a favore del rinoceronte. Una volta ripreso il mare la nave affondò davanti a Porto Venere e Ulisse, che era stato incatenato nella stiva, morì annegando. La sua carcassa, ritrovata a Villafranche-sur-mèr, venne poi imbalsamata e portata a Roma, continuando a suscitare curiosità tra gli artisti, come Raffaello e Giovanni da Udine che ne immortalarono le spettacolari forme in Palazzo Apostolico.

L’arrivo a Firenze

Poi di Ulisse si persero le tracce. Secondo i rumor di allora, il bestione venne trasportato a Firenze, per essere esposto nelle collezione naturalistiche dei Medici. Fatto sta che in città il rinoceronte lasciò il segno. Alessandro de’ Medici, ad esempio, come si vede in Palazzo Vecchio scelse per impresa l’immagine coniata da Dürer, infatti ha due corni, associandola al motto «Io non torno indietro senza vincere». Un’altra significativa testimonianza del successo di quella memorabile incisione si conserva nel giardino di villa Castello. Qui nella Grotta degli animali ideata da Niccolò Tribolo, nel 1545 circa, c’è scolpito in granito sempre lui, Ulisse, il rinoceronte sbarcato a Lisbona ma come lo aveva immaginato Dürer, ovvero con due corni.

Chi lo desidera potrà andare a cercare altre due rinoceronti, uno al Teatro del Maggio, opera contemporanea di Davide Rivalta e l’altro, tassidermizzato , al Museo di Storia Naturale “La Specola”. C’è però una brutta notizia da raccontare a grandi e piccini; queste sublimi creature sono ormai a rischio di estinzione.