“Non ti capita mai di chiederti del suono e delle immagini?”, cantava David Bowie con il suo distacco travolgente in Sound and vision del 1977. Una domanda vasta e criptica, che sto rubando in maniera forse inappropriata da quel disco epocale che era Low per rigirarla a voi: vi chiedete mai delle canzoni e delle fotografie? Suoni e visioni intesi in dimensioni più circoscritte, onnipresenti nella vita di ognuno di noi, consumati a volte in maniera ossessiva ma poco riflessiva.

La fotografia e la musica hanno da sempre mostrato un’affinità particolare, un rapporto essenziale nella cultura dello spettacolo del novecento. Non pensiamo solo alla rappresentazione di un musicista e della sua opera per fini commerciali (come un vinile o un concerto), ma anche a un legame più libero, in cui le due discipline sono state fonte di ispirazione reciproca, rendendo esplicita una relazione percettiva, che affronta i meccanismi interni di una e dell’altra disciplina e le fa dialogare. E anche senza essere artisti sperimentali, la musica e la fotografia tornano inevitabilmente nelle nostre vite quotidiane perché sono due attività a cui tutti ci accostiamo, bene o male che sia, ognuno secondo la sua storia personale.

Nella storia di Raffaele Vertaldi, photo editor e curatore (attualmente è il direttore artistico del festival pugliese Fase), non possono che essere legate; la musica gli ha sempre suggerito delle immagini e viceversa, prima ancora che la fotografia diventasse una parte predominante della sua vita professionale.

Quando ha avuto la possibilità di lanciare una rubrica sul sito del Grin (Gruppo redattori iconografici nazionali), ha messo in pratica un’idea che coltivava da tempo: parlare di fotografia senza mostrare delle immagini. Vertaldi sceglieva una canzone con un riferimento più o meno esplicito alla fotografia e da lì partiva per intessere una trama di collegamenti e riflessioni sulla storia e sulla pratica di questa disciplina.

La rubrica, scritta tra il 2021 e il 2022, è successivamente diventata un libro, arricchito da altre canzoni, pubblicato quest’anno e intitolato Songbook, trentadue piccoli pezzi su musica e fotografia (seipersei).

La sequenza di canzoni rappresenta un equilibrio tra le passioni musicali dell’autore e l’esigenza di offrire una panoramica tematica varia. Songbook propone certo una possibile playlist se incontra i vostri gusti, ma nell’introduzione Vertaldi ci tiene a precisare che è innanzitutto un escamotage per farci entrare nella sua testa “nel modo in cui ragiono e soprattutto in cui guardo alla fotografia, ascolto la musica e pratico la scrittura; arti che sono per me pressoché indissociabili e che si influenzano e si battono tra loro ogni giorno, informando costantemente il mio lavoro e in sostanza la mia vita”.

Si va dai Kinks e i Beatles agli Arcade Fire, Amanda Lear, Paul Simon, David Bowie (non con Sound and vision), Enzo Jannacci e i Blondie. Ogni canzone dischiude un percorso che non cerca sicuramente di essere esaustivo e non risulta mai pretenzioso.

Aggiungendo anche la scrittura a questo esercizio e gioco intellettuale, l’intenzione di Vertaldi è di stimolarci con una serie di speculazioni leggere: “L’invito è sicuramente a essere presenti, ad approfondire la realtà sotto la superficie, a trovare le connessioni che rendono interessante l’esistenza” racconta l’autore. “In qualche modo anche ad affrontare la vita in modo più spirituale e meno materialista, ma senza la supponenza di chi crede di saperne più degli — o di avere il diritto di insegnare qualcosa agli — altri”.

Vertaldi, dalla formazione eterogenea come molti photo editor, crede che ogni forma di creatività non basti mai a se stessa e questo scambio è una necessità per formulare dei discorsi originali. Nel flusso estenuante di immagini a cui siamo sottoposti, Songbook prova a essere un piccolo gesto per recuperare l’attenzione, stimolare la fantasia e costruire nuovi percorsi.

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