Dagli Ottanta l’artista Liliana Moro, costruisce opere capaci di mettere in crisi la distanza tra realtà quotidiana e rappresentazione.
In «Metamorfosi» (23 settembre – 23 dicembre) la sua prima personale alla Galleria Raffaella Cortese di Milano, questa idea diventa il principio organizzativo dell’intero progetto. Dal 24 settembre al 23 dicembre, i tre spazi di via Stradella vengono trasformati attraverso una serie di interventi nei quali la luce, gli oggetti e l’architettura concorrono a modificare la percezione dell’ambiente.
Il titolo potrebbe far pensare a una trasformazione spettacolare, alla comparsa di una forma nuova a partire da una precedente ma Moro sceglie invece una strada più ambigua. La metamorfosi, qui, avviene nello sguardo: è il momento in cui qualcosa che riconosciamo comincia a sfuggire alla sua definizione abituale. L’artista non costruisce mondi alternativi ma interviene su quello che abbiamo già davanti, introducendo una deviazione minima sufficiente perché ciò che normalmente è familiare diventi instabile.
Uno dei primi elementi a essere coinvolti è la luce. Quella naturale che attraversa gli ambienti della galleria viene modificata, alterando il modo in cui gli spazi vengono percepiti dall’interno e dall’esterno. La facciata stessa assume così un ruolo nella mostra. Chi passa davanti alla galleria vede un ambiente la cui identità è stata leggermente spostata. La separazione tra ciò che appartiene alla strada e ciò che appartiene alla mostra diventa infatti meno netta.
Tale procedimento è caratteristico della ricerca dell’autrice milanese, che raramente considera l’opera come un oggetto autonomo. Le sue sculture e installazioni acquistano significato attraverso il rapporto con lo spazio e con il corpo di chi le osserva. Nel corso della sua carriera ha utilizzato materiali comuni, immagini, suoni e oggetti riconoscibili, sottraendoli alla loro funzione originaria e lasciandoli in una zona intermedia: abbastanza familiari da essere riconosciuti, abbastanza strani da non poter essere più considerati semplicemente per ciò che sono. Questa ambivalenza attraversa anche «Yellow Truffle», una delle opere del 2026 presenti nel progetto. La scultura combina Polyplat, plastica specchiante, plastica adesiva gialla, una fusione in stagno e una base in ferro. Il corpo dell’opera misura 20×30×20 centimetri; la struttura metallica arriva invece a 125×24×33 centimetri. Se il titolo introduce un riferimento immediatamente riconoscibile, quasi sensoriale, il tartufo, oggetto naturale e prezioso, legato al sottosuolo, alla ricerca, al desiderio, la materia dell’opera racconta però tutt’altra storia, plastica, superficie riflettente e metallo appartengono a un universo artificiale. È nella distanza tra il nome e la cosa, tra ciò che immaginiamo e ciò che vediamo, che l’opera produce la propria energia. Il giallo acceso può suggerire qualcosa di giocoso, persino pop, mentre la superficie specchiante restituisce frammenti dello spazio circostante e rende il visitatore parte dell’immagine. Il percorso esplicita così la sua natura di mostra sulle condizioni del vedere. Moro sembra chiedere continuamente quanto sia stabile la nostra percezione e quanto dipenda invece dal contesto. Cambiando una luce, una posizione, una scala o un materiale, cambia anche il significato che attribuiamo alle cose.