Sul documento della DEA c’è un numero che costringe a fermarsi: 80 per cento. È il limite superiore dell’intervallo indicato dall’agenzia per alcuni concentrati di THC; altri estratti, secondo il NIDA, si collocano in media fra il 54 e il 69 per cento, con livelli segnalati persino oltre quell’80. Numeri asciutti, quasi innocenti sulla pagina. Ma dietro quelle cifre c’è una parte della cannabis che oggi circola negli Stati Uniti: prodotti molto più potenti, capaci di produrre effetti più intensi e meno prevedibili, soprattutto in chi non ha esperienza.
È da qui, dalla sostanza reale e non dalla sua vecchia immagine, che bisognerebbe cominciare. Non dalla domanda rituale — «fa male oppure no?» — perché formulata così serve più a rassicurare o a spaventare che a capire. Le domande serie sono altre: quanta? Quanto spesso? A quale età? Con quale concentrazione di THC? E per chi?
La cannabis è ormai entrata nella vita ordinaria di milioni di americani. Nel 2025, secondo la SAMHSA, il 21,2 per cento della popolazione dai 12 anni in su ha dichiarato di averne fatto uso nell’ultimo anno: circa 61,6 milioni di persone. Nel 2021 erano il 19 per cento. Non più una nicchia, dunque, non più un’abitudine confinata a una generazione o a una controcultura, ma un fenomeno vasto, crescente, stabilmente piantato nel paesaggio sociale.
Il 1° settembre 2026 il Washington Post, interrogando gli scienziati e passando in rassegna la letteratura disponibile, ha restituito una risposta meno comoda di uno slogan: non esiste una quantità universalmente «sicura». Esiste invece una relazione generale abbastanza chiara: meno cannabis si usa, e meno spesso la si usa, minori sono i rischi. Non è una proibizione mascherata e non è nemmeno un lasciapassare. È il linguaggio prudente della scienza quando le prove non autorizzano assoluti.
Pensiamoci. Per anni il confronto pubblico ha cercato un verdetto semplice, quasi si dovesse scegliere fra due cartelli appesi a una porta: innocua o pericolosa. Ma il rischio non funziona così. Cambia con la dose, si accumula con la frequenza, assume un peso diverso secondo l’età, cresce con la potenza del prodotto e incontra, in ogni persona, vulnerabilità differenti. Comprendere questa complessità non significa ingigantire il pericolo. Significa smettere di nasconderlo dietro una parola rassicurante: «normale».
Il cambiamento più eloquente si vede forse là dove pochi avrebbero pensato di cercarlo. Fra gli adulti di 65 anni o più, uno studio pubblicato su JAMA Internal Medicine ha rilevato che l’uso nell’ultimo mese è passato dal 4,8 per cento del 2021 al 7 per cento del 2023. Gli anziani sono fra i gruppi in più rapida crescita. E qui il discorso scende subito dal terreno delle opinioni a quello dei corpi: equilibrio, riflessi, farmaci assunti insieme, cadute. Una sostanza non entra mai in un organismo astratto; entra in una persona con una certa età, certe terapie, certe fragilità.
Non possiamo neppure fingere che il prodotto sia rimasto immobile mentre il costume cambiava. La cannabis di oggi non è semplicemente quella di alcuni decenni fa venduta in confezioni nuove. L’aumento della concentrazione di THC modifica l’intensità dell’esperienza e restringe il margine d’errore. Se la potenza sale, una quantità apparentemente modesta può non esserlo più; se il consumatore è inesperto, gli effetti diventano più difficili da prevedere. E allora che cosa significa davvero «usarne poca» se non si sa quanta sostanza attiva contenga ciò che si sta usando?
Sui danni di lungo periodo negli adulti restano zone incomplete, e sarebbe scorretto trasformare un’associazione in una condanna universale. Ma incompletezza non vuol dire assenza di segnali. Nel 2025 uno studio condotto su oltre 1.000 adulti ha associato l’uso pesante nel corso della vita a una minore attivazione cerebrale durante esercizi di memoria di lavoro. Non dice che un consumo occasionale produca necessariamente lo stesso risultato. Dice però qualcosa che ritorna, ostinato, in quasi tutte le risposte disponibili: contano la ripetizione e l’intensità dell’esposizione.
Poi c’è la dipendenza, parola che nel discorso sulla cannabis viene spesso pronunciata a voce più bassa. Una revisione pubblicata nel 2026 su JAMA Internal Medicine ricorda che circa tre consumatori su dieci sviluppano un disturbo da uso di cannabis. Tre su dieci. Non tutti, certo; ma neppure un’eccezione così rara da poter essere rimossa con una scrollata di spalle.
La stessa revisione richiama un rischio particolare per adolescenti e giovani adulti che fanno uso regolare di prodotti ad alto contenuto di THC: l’aumento del rischio di psicosi, soprattutto quando esiste già una vulnerabilità psichiatrica. Anche qui bisogna resistere alle due tentazioni speculari: sostenere che ogni consumatore andrà incontro a una psicosi, cosa che le prove non dicono, oppure concludere che, non accadendo a tutti, il pericolo non esista. Fra l’allarme indiscriminato e la negazione c’è il terreno più faticoso della responsabilità.
Un’altra cifra mostra quanto rapidamente si sia rovesciato il paesaggio. Nel 2022 gli americani che consumavano cannabis ogni giorno o quasi erano 17,7 milioni; quelli che bevevano alcol con la stessa frequenza erano 14,7 milioni. Lo studio, pubblicato nel 2024 su Addiction, non dimostra che la cannabis sia in assoluto «peggiore» dell’alcol. Un confronto simile sarebbe troppo facile e, soprattutto, direbbe poco. Mostra invece che l’uso della cannabis è diventato frequente, organizzato, quotidiano per una parte enorme della popolazione. Non più soltanto un episodio. Un’abitudine.
Che cosa può dire allora la scienza a chi domanda una dose priva di rischio? Può dire la verità, che è meno elegante delle formule pubblicitarie: ridurre non significa annullare. Dosi più basse, intervalli più lunghi e cautela verso i prodotti ad alto THC possono diminuire il rischio, ma non cancellarlo. La prudenza diventa ancora più necessaria per adolescenti, persone in gravidanza, persone con disturbi psichiatrici o con una storia familiare di psicosi.
Non si tratta di sostituire un vecchio stigma con una nuova paura, né di riportare una realtà ormai vasta dentro il buio della semplificazione. Si tratta di guardare ciò che è cambiato: i milioni di consumatori, l’età che sale, la frequenza che aumenta, i concentrati sempre più potenti. Se a questa trasformazione rispondiamo con categorie rimaste ferme a decenni fa, continueremo a discutere della parola «cannabis» mentre davanti a noi cambiano i prodotti, i corpi e i rischi.
Tra tutti i numeri, uno continua a pesare più degli altri: 80 per cento. Una cifra nera, immobile sul foglio bianco. È forse da lì che conviene ripartire, prima di accendere, ingerire o liquidare tutto con una risposta troppo semplice.
⸻
The Washington Post, “We asked scientists: Is it okay to use a little bit of cannabis?”, 1 settembre 2026.
Han BH et al., JAMA Internal Medicine, 2025, uso di cannabis negli adulti over 65.
Gowin JL et al., JAMA Network Open, 2025, uso di cannabis e attivazione cerebrale durante compiti di memoria di lavoro.
Kansagara D et al., JAMA Internal Medicine, 2026, revisione su cannabis, dipendenza e salute mentale.
Caulkins JP, Addiction, 2024, andamento dell’uso di cannabis negli Stati Uniti dal 1979 al 2022.
SAMHSA, National Survey on Drug Use and Health, dati 2025.
NIDA e DEA, documenti istituzionali sulla concentrazione di THC nei prodotti e nei concentrati di cannabis.

