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Redazione Economia
Dagli Stati Uniti al Giappone, passando per Regno Unito e Francia, i rendimenti obbligazionari ai massimi da anni. L’Italia regge, ma l’aumento dei tassi e la concorrenza dei bond delle Big Tech riducono i margini di manovra
Per anni il mercato obbligazionario è stato il grande anestetizzato della finanza globale. Le banche centrali compravano titoli, i tassi erano vicini allo zero e i governi potevano finanziarsi a costi impensabili fino a pochi anni prima. Quella stagione è finita. E oggi il ritorno della tensione sui bond rappresenta probabilmente il principale rischio economico per i Paesi avanzati. Nelle ultime settimane i rendimenti dei titoli di Stato sono tornati a salire in quasi tutte le principali economie. I Treasury americani decennali hanno sfiorato il 4,8%, livelli che non si vedevano dall’inizio del 2025. Il titolo a 2 anni ora garantisce un rendimento in rialzo al 4,369%. Quello a 5 anni il 4,53%. Il titolo a 30 anni offre rendimento in lieve rialzo al 5,257%. In Gran Bretagna i rendimenti governativi sono ai massimi dal 2008. In Giappone hanno raggiunto livelli che riportano indietro addirittura agli anni Novanta. Anche nell’Eurozona la pressione è tornata evidente, alimentata dalla ri-accelerazione dell’inflazione legata al rincaro dell’energia dopo le tensioni in Medio Oriente.
Rendimenti maggiori
Il meccanismo è semplice. Quando gli investitori si aspettano un’inflazione più elevata, chiedono rendimenti maggiori per acquistare obbligazioni. Se ritengono che le banche centrali saranno costrette a mantenere i tassi elevati più a lungo, oppure addirittura ad aumentarli, il valore dei bond già in circolazione scende e i rendimenti salgono. L’effetto è particolarmente evidente nei Paesi che presentano deficit elevati e un debito in crescita. Per questo motivo, tra le economie del G7, gli osservati speciali sono soprattutto Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Giappone. Si tratta di governi che nei prossimi anni dovranno collocare sul mercato enormi quantità di nuovo debito per finanziare spesa pubblica, welfare, difesa e transizione energetica.
Il deficit Usa fuori controllo
Negli Stati Uniti il problema è ormai strutturale. Il deficit federale viaggia stabilmente sopra livelli che fino a pochi anni fa sarebbero stati considerati compatibili soltanto con una recessione o una guerra. Il risultato è che Washington deve emettere quantità crescenti di Treasury proprio mentre la Federal Reserve ha ridotto il proprio ruolo di acquirente. La conseguenza è una maggiore pressione sui rendimenti. Anche il Regno Unito continua a pagare la perdita di credibilità fiscale accumulata negli ultimi anni. La Francia, tradizionalmente considerata uno dei pilastri finanziari dell’Eurozona, deve fare i conti con un deficit elevato e con una situazione politica frammentata che rende più difficile il consolidamento dei conti pubblici. In Giappone, infine, il progressivo abbandono delle politiche monetarie ultra-espansive della Bank of Japan sta riportando il costo del denaro verso livelli che il mercato non vedeva da decenni.
L’Italia è meno esposta
L’Italia, almeno per ora, appare relativamente meno esposta. Il governo ha mantenuto una traiettoria di riduzione del deficit più credibile rispetto ad altri grandi Paesi occidentali e questo ha consentito di contenere le tensioni sul debito pubblico. Lo spread con il Bund tedesco resta lontano dai livelli di allarme che hanno caratterizzato altre fasi della storia recente. Ma sarebbe un errore considerarsi immuni. Il rendimento del Btp decennale è già risalito sopra il 4%, ai massimi degli ultimi tre anni. Ogni aumento del costo del debito si traduce progressivamente in maggiori interessi da pagare per lo Stato, riducendo lo spazio disponibile per tagli fiscali, investimenti o nuove misure di spesa. In altre parole, anche se l’Italia oggi non è il problema, rischia comunque di subirne le conseguenze.
Debiti pubblici e privati
La novità più interessante riguarda però un fenomeno finora poco osservato: la crescente competizione tra debito pubblico e debito privato per attrarre il risparmio globale. Un recente studio della Banca centrale europea ha acceso i riflettori sul ruolo delle grandi società tecnologiche protagoniste della corsa all’intelligenza artificiale. Colossi come Microsoft, Amazon, Alphabet, Meta e altre aziende impegnate nella costruzione di data center, infrastrutture cloud e capacità computazionale stanno raccogliendo sul mercato quantità sempre maggiori di capitali attraverso emissioni obbligazionarie.
La concorrenza di Big Tech
Si tratta di operazioni gigantesche, spesso realizzate anche in euro oltre che in dollari. Per gli investitori istituzionali questi titoli rappresentano un’alternativa sempre più appetibile ai bond sovrani: offrono rendimenti superiori, appartengono a gruppi con bilanci molto solidi e consentono di esporsi al settore oggi considerato più promettente dell’economia mondiale.
Il rischio evidenziato dalla Bce è che una parte crescente della domanda di obbligazioni venga assorbita da queste emissioni corporate. Se i grandi fondi pensione, le assicurazioni e i gestori patrimoniali destinano più risorse ai bond delle Big Tech, resta meno spazio per acquistare titoli di Stato europei. E quando la domanda diminuisce, i governi devono offrire rendimenti più elevati per collocare il proprio debito.
Maxi operazioni in linea con i bond sovrani
È una forma di concorrenza finanziaria che fino a pochi anni fa non esisteva. Le imprese tecnologiche dell’intelligenza artificiale stanno raccogliendo capitali su una scala paragonabile a quella di alcuni Stati sovrani. In un mondo caratterizzato da risparmio meno abbondante, inflazione più elevata e tassi strutturalmente superiori rispetto al decennio precedente, questo fenomeno potrebbe diventare un fattore permanente di pressione sui mercati obbligazionari. La conseguenza è che il mercato dei bond è tornato a svolgere il ruolo di giudice dei governi. Dopo anni di denaro quasi gratuito, gli investitori chiedono disciplina fiscale, credibilità politica e prospettive di crescita. Chi non riesce a garantirle paga immediatamente un prezzo più alto per finanziarsi. L’Italia oggi beneficia di una situazione relativamente migliore rispetto ad altri grandi Paesi avanzati. Ma il messaggio che arriva dai mercati è chiaro: il tempo dei tassi bassi è finito e il debito torna ad avere un costo. Per governi, imprese e contribuenti è una realtà con cui sarà necessario convivere ancora a lungo.
1 settembre 2026 ( modifica il 1 settembre 2026 | 17:22)
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