di
Rinaldo Frignani

La coppia era già stata tre-quattro volte in un centro sperimentale a Monterrey spendendo centinaia di migliaia di euro. L’amica: «Venerdì li ho chiamati sul telefonino e non mi hanno risposto. Dovevano venire a Madrid con noi»

L’ultima speranza di Luca e Valentina era in Messico. In un centro specializzato per la cura di paralisi cerebrali in età infantile. Quello del dottor José Roberto Trujillo a capo della clinica NeuroCytonix, a Monterrey, che ha sviluppato una cura sperimentale con un dispositivo chiamato Cytotron: onde a radiofrequenza e risonanza magnetica rotazionale per stimolare i tessuti. Ma nonostante il gravoso impegno economico — si parla di centinaia di migliaia di euro — i risultati ottenuti nel caso della piccola Bianca avrebbero tardato ad arrivare o forse non erano più sufficienti i fondi per il viaggio e il soggiorno di quasi un mese per altri trattamenti.

Ipotesi che si accavallano ora dopo ora per spiegare l’escalation di disperazione che ha chiuso ogni via d’uscita a Luca Abbasciano e Valentina Pambianco, morti suicidi con la figlioletta di appena cinque anni, disabile dalla nascita, nella loro abitazione in via dell’Antracite, nel quartiere romano di Pietralata. 



















































Qualcosa nella loro complicata esistenza, segnata anche dalle difficoltà della mamma di accettare le condizioni della figlia, secondo le testimonianze di chi la conosceva, potrebbe aver contribuito negli ultimi giorni a far precipitare le cose. Qualcosa che è ora al centro delle indagini dei carabinieri del Reparto operativo e della compagnia Montesacro che anche ieri, con il coordinamento della Procura, hanno esaminato le tante lettere, almeno una ventina, lasciate dalla coppia — firmate dai coniugi — nelle quali fanno intendere la volontà di compiere il gesto estremo, con la pistola Glock denunciata dal papà di Bianca solo per la detenzione in casa, riconducibile — secondo chi indaga — sempre di più al disagio connesso alle problematiche di salute della bambina. 

«Ci siamo conosciuti facendo lo stesso percorso con le nostre figlie, abbiamo trascorso giorni oltreoceano, poi la nostra amicizia è continuata in Italia», conferma Feliciana Manna, mamma napoletana che con il marito Roberto racconta in Rete il percorso di cura della figlia. Ci sentivamo spesso con messaggi, videochiamate e telefonate. Mi venivate a prendere alla stazione ogni volta che venivo a Roma, anche solo per vederci e stare insieme cinque minuti». 

«Ci siamo sentite venerdì, eravamo in partenza per il rientro con una sosta a Madrid, un viaggio che stavamo organizzando insieme e che non siamo riusciti a fare. Ti ho scritto per dirti che eravamo arrivati nella città che tanto ti piaceva ma che non sopportavi per il troppo caldo: a quel messaggio non ho avuto risposta. Oggi mi sono chiesta come mai, non era da voi non rispondere in tempi brevi — dice ancora Feliciana —. Ti ho riscritta ma comunque il messaggio non ti è arrivato. Apro i social e leggo la storia di una famiglia dove c’è stata una fine indescrivibile. Non voglio crederci, ma purtroppo la triste realtà è questa: siete volati in cielo insieme». Luca e Valentina avrebbero portato la figlia in Messico almeno in tre occasioni. Per un vicino di casa forse quattro. L’ultimo tentativo di uscire dal tunnel prima di farla finita.


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1 settembre 2026