di
Andrea Galli
Del killer, reo confesso, la Polizia non intende rendere noto nulla. Si tratta di un riservista di 43 anni, già ricoverato per disagi mentali. La giovane, di origini abruzzesi, si era trasferita in Svizzera con il desiderio di trovare un lavoro stabile
DAL NOSTRO INVIATO
AARAU – Un perdurante, divorante disagio mentale. Che aveva causato plurimi ricoveri. Una malattia curata in parte. O quantomeno i servizi sociali se lo son perso. E alla fine, la Svizzera in forte imbarazzo e crisi d’immagine dopo l’ennesimo episodio di presunti insospettabili cittadini che distribuiscono morte, l’ha rivisto in azione appunto come killer, come cecchino.
Lui, il 43enne. L’assassino di Maria Spinelli, che s’è presto costituito, un reo confesso anziché una preda stanata da un’indagine esemplare come pare la polizia millanti. Mirava e faceva fuoco, sì, a ripetizione, nella notte tra sabato e domenica scorsi all’ippodromo di Aarau, ma privo d’un piano (e anche privo di precisione) altrimenti sarebbe arrivato a evento in corso e non quando esso era terminato da mezz’ora, alle 2.10.
Tra le 2.30 e le 2.40 Maria era ancora ferma in attesa d’un amico dee-jay il quale s’era attardato a salutare dei conoscenti. Dovevano far tappa in un locale. Il killer sparava con due armi compreso forse il fucile rimastogli in eredità dopo il servizio di leva e il lungo periodo, anche oltre i 40 anni d’età, della maggioranza degli svizzeri inquadrati in una sorta di riserva con periodici addestramenti. Mancavano obiettivi dichiarati perché lo erano tutti quanti i giovani, 3.500, che partecipavano a quel super evento, un rave party sulla spianata dell’ippodromo, nella zona sportiva della cittadina da 23 mila abitanti e cento nazionalità diverse iscritte all’anagrafe.
C’è sempre massima ammirazione, in Svizzera, e Aarau non è per da meno, nel vedere, nella fattispecie camminando fra vie di caffè e librerie, biciclette e passeggini, quanti incroci del mondo nei volti, negli abbigliamenti, nelle lingue, in armonia e rispetto. Maria aveva ricominciato davvero a vivere, dopo un passato straziante, mischiandosi alla comunità dei migranti come lei, abruzzese di Atri. Nell’indicibile tormento della perdita, la mamma, la signora Gulmira, si dispera in aggiunta proprio per questo inaspettato ripartire. Ascoltiamola (gli agenti l’hanno accompagnata all’istituto di medicina legale per il riconoscimento, col supplemento assai penoso di tortuose, prolungate strategie militari per evitare noi pochissimi, in numero di tre, e discreti giornalisti): «Figlia mia, proprio quella tua immensa felicità stonava dentro. Sentivo che qualcosa non andava… Non riuscivo a credere che dopo tante sofferenze la mia piccola Maria avesse trovato la sua oasi di pace…Un presentimento? Mi consuma un rimpianto immenso: non averti espresso tutta la mia contentezza... Accetta le scuse di una madre che non è riuscita a proteggerti».
La squadra di inquirenti è stata coordinata dal magistrato Christoph Rüedi, beneficiato dall’immediata resa dell’assassino: gli accertamenti degli agenti erano iniziati nel pieno caos, a lungo i detective avevano sostenuto addirittura l’ipotesi del terrorismo pur senza rivendicazione alcuna e con i presunti attentatori che sarebbero scappati anziché continuare a seminare terrore, e con errori sulla scena del crimine… Mercoledì l’appuntamento inutile dalla polizia medesima, conferenza per illustrare gli elementi informativi mancanti. Ma tanto i portaborse del comandante, nell’accompagnarci di nuovo alla porta ostacolando la libertà di stampa, hanno anticipato che del killer non verrà reso noto pressoché nulla.
Chiaro. Silenziare la stampa, archiviare i fatti, buio.
Reduci noi italiani dalla catastrofe di Crans-Montana (l’incendio di Capodanno nel bar fuorilegge), sosterremo il più possibile Gulmira, assistita dalla legale Antonella Crudeli, che giura di non muoversi fino alla restituzione della salma, per il rimpatrio. Vedremo le mosse della console a Basilea. Fiducia. Ad Aarau v’è anche il papà di Maria (i genitori sono separati), che ha chiesto al Governo d’agevolare un volo di Stato per il sopra menzionato rimpatrio. L’ippodromo è chiuso al pubblico, sul retro gli addetti ai cavalli ci lanciano insulti. Non è dato sapere quale o quali proiettili siano stati letali per Maria. Forse uno alla schiena, intanto che scappava. Mancano conferme. Come su uno dei giovani che si sono chinati per accertarsi se respirasse, e raggiunto sui glutei, non in una zona del corpo nevralgica alla pari dei rimanenti 4 feriti.
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1 settembre 2026
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