I più grandi non fermano mai il pallone sul posto, sanno che è quasi perso. Diego e il Cigno di Utrecht hanno fatto scuola, l’attaccante della Roma ha imparato bene. E il primo gol al Lecce lo dimostra

Al tavolo da gioco lei si presenta: “Trench. Sylvia Trench”. Lui, con un filo di fumo e di ironia, fa eco: “Bond. James Bond”. È la prima battuta di Sean Connery nel primo film della serie 007, “Agente 007 – Licenza di uccidere” (1962). Sessantaquattro anni dopo, la ripetiamo ancora. Un primo tocco indimenticabile. Ma anche quello di Donyell Malen è speciale. Anzi, è il suo segreto. Se ha licenza di impallinare così tanti portieri è proprio per quel primo contatto con il pallone che non è mai soltanto uno stop, ma il primo mattone del gol. Allontana la palla dal marcatore e lo avvia sulla strada che porta in rete. Paradigmatico il secondo gol di Lecce: col primo tocco ha scavato dolcemente la palla che ha scavalcato il portiere in uscita. Non c’è stato bisogno d’altro. 

Dio del primo tocco, come di tante altre cose, era Diego Maradona. Neppure a 5 anni fermava un pallone sul posto, perché sapeva già che un pallone fermo sotto la suola di un attaccante è un pallone morto e poi ha imparato che, se lo avesse trattenuto tra i piedi, si sarebbe trovato addosso un branco di Goikoetxea, pronti a macellargli le caviglie. Perciò Diego accarezzava la palla di interno o di esterno e volava via, come un vero dio, lasciando i difensori piantati a terra, come pastori nei presepi di San Gregorio Armeno. Si voltava col primo tocco anche quello splendido Cigno di Van Basten, olandese come Malen, ultimo rampollo della stirpe orange. Gasp lo ha inventato centravanti e gli ha dato licenza di colpire. Al debutto in Serie A, si presentò con un gol: “Malen. Donyell Malen”.