CASALMAGGIORE – La pallavolo come «croce e delizia»: una passione sconfinata e una serie di sfide da risolvere. Proprio come quando, da giocatore, amava studiare la tattica per trovare la via della vittoria, insieme ai suoi compagni di squadra e poi di vita. Mentre oggi, da allenatore e dirigente, i «problemi» sono le parole giuste da trovare per crescere nuove generazioni di futuri adulti, prima ancora che pallavolisti, e per ricostruire un ‘patto sociale’ tra società sportive e territorio. Alfredo ‘Edo’ Marasi si appresta a cominciare la sua cinquantesima stagione nella Esse Elle Casalmaggiore, la Pallavolo Casalasca. Con una categoria conquistata dalla società casalasca la scorsa stagione da difendere, la solita fame di vittorie e uno sguardo anche fuori dal campo di taraflex: «Siamo una società sportiva che va verso i sessant’anni di storia — sottolinea Marasi — che per sopravvivere ha necessità di nuove leve e sostegno dal territorio. Dobbiamo ricostruire un nuovo ‘patto’ tra istituzioni, società sportive e imprese per poter continuare a dare un futuro allo sport».
Come si è avvicinato alla pallavolo?
«Ero già iperattivo. Quando ho iniziato a giocare, ero nei giovani della Casalese e facevo atletica con l’Interflumina. In quel periodo frequentavo tre personaggi che sono stati fondamentali per il Casalasco e per la mia crescita: Carlo Stassano, Carlo Gardani e Carlo Lodi Rizzini. Provando vari sport, ho capito che la pallavolo mi dava più possibilità di sfogare le mie energie e mi permetteva anche di essere protagonista. Mi piaceva anche il discorso tattico».
In carriera ha raggiunto traguardi importanti, arrivando anche in Serie B.
«Sono partito nel ’77 con le giovanili della Pallavolo Casalasca, allora allenate da Lodi Rizzini. In un anno o due sono passato in prima squadra, sotto la guida di Demetrio Franchini che, insieme a Maurizio Lukianenko e Giuseppe Aschieri, ha costruito la base della pallavolo casalasca. Sicuramente ricordo la promozione in B2, quando abbiamo vinto in trasferta la partita decisiva, con Dario Tartari come allenatore e con un gruppo di ragazzi con cui ancora oggi mi sento e mi vedo».
E tra le esperienze più recenti da dirigente?
«Due anni fa abbiamo ottenuto la promozione dalla D alla C. Era una cosa che cercavamo da almeno quattro o cinque anni con il coach Pier Mario Nibbio. Dicevamo sempre: ‘Dai, ci proviamo’. È arrivata con la soddisfazione di avere una base casalasca, con ragazzi del territorio. È stato un ritorno al successo come una volta, quando dovevi fare con quello che avevi in casa perché non avevi la possibilità di lavorare con tanta gente da fuori».
Che cosa ha imparato maggiormente da quegli anni?
«Per me la pallavolo non è mai stata solo palestra. È stata soprattutto la possibilità di creare legami che, in tantissimi casi, sono durati tutta la vita. Quello che abbiamo sempre voluto nella nostra società è questo: qualcosa di familiare che andasse oltre il fatto sportivo».
Insomma, cerca di trasmettere la sua esperienza alla squadra.
«Mi fa paura essere considerato un esempio. È una responsabilità enorme. Però, nel momento in cui sei in palestra e sei il loro educatore, devi fartene carico. Perché a un certo punto si confidano, ti raccontano cose che vanno al di là dello sport. Chi parla in quel caso: una persona a cui devi dare delle risposte o un ‘semplice’ allenatore?».
È d’accordo con l’idea di un settore giovanile meno concentrato sul risultato e più sull’aspetto umano?
«Per la nostra realtà deve essere un gioco. La palestra poi ti impone anche delle regole e ti insegna la disciplina, cosa che oggi manca un po’».
Parlando della società, come sta oggi la Pallavolo Casalasca?
«È un momento difficile, soprattutto perché non esiste più il volontariato di una volta. Un tempo c’era molta più partecipazione. Purtroppo è il trend di tante società».
C’è quindi un rapporto con il territorio che sembra essersi perso?
«Se stiamo in piedi è grazie al territorio. La famiglia Sereni, per esempio, è sponsor dal 1980. Tantissimi ragazzi che hanno giocato nella Pallavolo Casalasca hanno poi lavorato da Sereni. È un valore che andrebbe recuperato e valorizzato, perché lo sport deve avere anche la funzione di legare le persone al territorio. Lavoriamo per far crescere i ragazzi, per tenerli lontani da certe situazioni e per aiutarli a non avvicinarsi a determinate compagnie. Oggi parlare di droga o alcol è diventato quasi normale. Abbiamo quindi bisogno, dall’altra parte, di qualcuno che sostenga il nostro lavoro e ci dica: ‘State lavorando bene’».
Sarebbe sufficiente un maggiore coinvolgimento delle aziende?
«Basterebbe poco per aiutare tutto lo sport. Invece sono sempre meno le aziende sensibili alle realtà sportive. Un tempo si creava quindi anche una forma di rispetto e di conoscenza reciproca. Mi piacerebbe che tornasse una maggiore coesione sociale».
Venendo all’aspetto sportivo, che stagione vi aspetta?
«La prossima stagione l’obiettivo è riconfermare la Serie C che abbiamo appena raggiunto. Continueremo anche a lavorare sul settore giovanile, che ogni anno ha bisogno di essere rimpolpato, di nuovi elementi e di nuove leve».
Un altro punto delicato è quello delle palestre.
«È una nota dolente. Tutti gli anni c’è da sgomitare per avere gli orari e tutti gli anni qualcuno rimane scontento. Anche la prima squadra, in alcuni periodi dell’anno, deve cercare una palestra fuori. E quando vai fuori, paghi di più».
Il nuovo palazzetto potrebbe aiutare?
«Lo speriamo tanto. Non sappiamo ancora quali saranno i costi e non sappiamo fino a che punto saremo in grado di affrontarli. Ci troviamo a dover chiedere aiuto a tante realtà del territorio, anche accontentandoci delle briciole, pur di far sopravvivere il settore giovanile e le nostre squadre».
Forse il problema è più ampio e riguarda la capacità di una comunità di passare il testimone.
«Ognuno guarda il proprio orticello. Servirebbe invece un progetto che coinvolga le società sportive, ma anche le realtà associative, culturali, ricreative e musicali. Il gioco di squadra è una delle cose più inclusive e forse dovremmo imparare a fare squadra anche fuori dalla palestra».

