di Angela Frenda
Quando nel 1968 pubblicò il libro A Book of Middle Eastern Food, non stava semplicemente spiegando agli inglesi come preparare melanzane, ceci, riso o tahina. Stava aprendo una porta sulla cucina mediorientale
La prima cosa che ricordo di Claudia Roden non è una ricetta. È la sua voce.
Una voce calma, curiosa, quasi divertita dall’idea che dopo una vita passata a interrogare il cibo ci fosse ancora così tanto da scoprire. Quando l’ho incontrata, qualche anno fa, al primo Women in Food, aveva già attraversato continenti, famiglie, cucine, migrazioni, libri. Eppure non dava mai l’impressione di essere arrivata da qualche parte. Sembrava ancora in viaggio. Oggi, 1 settembre, Claudia Roden compie novant’anni.
E forse è proprio questo che mi piace pensare di lei: che a novant’anni sia ancora difficile considerarla una signora del passato. Perché Roden appartiene a quella rarissima categoria di persone che hanno cambiato il nostro modo di guardare qualcosa senza mai alzare la voce per dirci che lo stavano facendo. Nel suo caso, quel qualcosa è il cibo.
O meglio: tutto ciò che si nasconde dietro il cibo. Claudia nasce al Cairo nel 1936, in una famiglia ebrea sefardita, in un Egitto cosmopolita che oggi sembra quasi appartenere a un romanzo. Nelle case si incontravano lingue, religioni, abitudini differenti. Poi arrivarono la crisi di Suez, le partenze, la dispersione. La sua famiglia lasciò l’Egitto e Londra diventò la nuova casa.
Ma certe case non si lasciano completamente. Ce le portiamo dentro. Dentro una parola. Un odore. Una maniera di apparecchiare. Una pietanza che improvvisamente, al primo boccone, ci restituisce una stanza che credevamo perduta. Quando le famiglie ebree d’Egitto cominciarono a disperdersi, Claudia vide le donne scambiarsi le ricette. Non era ancora un progetto editoriale. Non c’era alcuna ambizione letteraria. C’era qualcosa di molto più urgente: la paura di dimenticare.
In quelle famiglie le ricette raramente erano scritte. Passavano da una donna all’altra, dalle madri alle figlie, attraverso la memoria delle mani. Così Claudia cominciò a raccoglierle. E ogni volta che penso a lei torno sempre lì. Perché credo che tutta la sua opera nasca da quel gesto: salvare una ricetta per salvare il mondo che le sta intorno.
Quando nel 1968 pubblica A Book of Middle Eastern Food, non sta semplicemente spiegando agli inglesi come cucinare melanzane, ceci, riso o tahina. Sta facendo entrare nelle loro case un universo culturale che allora conoscevano pochissimo. Oggi ci sembra normale parlare di cucina mediorientale. Entrare in un ristorante e ordinare hummus, babaganoush, falafel. Sfogliare un libro di Ottolenghi. Usare za’atar e tahina. Ma qualcuno quella strada ha dovuto aprirla. Claudia Roden è stata una di quelle persone. E l’ha aperta senza trasformare mai il cibo in una moda.
Questo è forse ciò che più mi affascina del suo lavoro. Le ricette sono importanti, certo. Sono precise, sperimentate, affidabili. Ma non sono mai la fine della storia. Sono il suo inizio. Dietro un piatto Claudia vuole sapere chi lo prepara. Da dove viene. Chi glielo ha insegnato. In quale occasione si mangia. Se appartiene a una festa, a un lutto, a un matrimonio, a una religione. Vuole sapere soprattutto che cosa è successo a quella ricetta quando chi la cucinava ha dovuto lasciare il proprio Paese.
Per questo qualcuno l’ha definita antropologa. Lei ha sempre preferito considerarsi semplicemente una food writer. Ma basta leggere The Book of Jewish Food per capire che la definizione le stava stretta. Claudia ha inseguito le cucine ebraiche attraverso Paesi, città e diaspore scoprendo che uno stesso popolo poteva raccontarsi attraverso decine di tavole diverse. E che forse l’identità non è qualcosa che rimane immobile. Viaggia. Si trasforma. Assorbe ciò che incontra.
Proprio come una ricetta. Quando parlai con lei mi colpì soprattutto una cosa: la totale assenza di retorica. Avrebbe avuto tutto il diritto di guardarsi indietro. Di raccontare una carriera straordinaria. Di parlare dell’influenza esercitata su generazioni di cuochi e scrittori. Invece parlava delle persone. Di quelle incontrate nei mercati, nei negozi, sui treni. Delle donne che l’avevano fatta entrare nelle loro cucine. Di qualcuno che le aveva raccontato un piatto e, raccontandoglielo, inevitabilmente aveva finito per raccontarle la propria vita.
È una cosa che conosco bene anch’io. Chiedere a qualcuno che cosa mangiava da bambino è uno dei modi più rapidi per arrivare alla sua parte più intima. All’improvviso non state più parlando di una minestra. State parlando di una madre. Di una domenica. Di un tavolo. Di una casa nella quale magari quella persona non entra più da cinquant’anni.
Ed è forse questo che Claudia Roden ha capito prima di molti altri: il cibo possiede una memoria che spesso è più tenace della nostra. Ho sempre amato gli scrittori che usano la cucina per parlare d’altro. M.F.K. Fisher lo faceva per parlare di desiderio, solitudine, piacere. Elizabeth David per raccontare luoghi e libertà. Claudia Roden ha aggiunto qualcosa di diverso: ha raccontato l’appartenenza. E soprattutto lo sradicamento. Perché se hai dovuto lasciare un luogo, cucinarne il cibo può diventare un modo per tornarci senza tornare.
Questa idea mi commuove sempre. Forse perché tutti, anche senza essere esuli, conosciamo qualche forma di perdita. Le case cambiano, le persone muoiono, le famiglie si disperdono, le tavole intorno alle quali eravamo abituati a sederci improvvisamente non esistono più. Eppure capita di cucinare qualcosa. Assaggiamo. Ed eccoli di nuovo tutti lì. Negli ultimi anni Claudia ha raccontato che una delle cose che desiderava maggiormente era continuare ad avere persone a cena.
A novant’anni mi sembra un programma magnifico. Non conservare la vita sotto vetro. Continuare ad apparecchiarla. Mettere qualcuno a tavola, cucinare, versare un bicchiere, chiedere: «Come si faceva a casa tua?». E aspettare.
Perché quasi sicuramente, prima o poi, arriverà una storia. Novant’anni passati a ricordarci che una ricetta non serve soltanto a preparare qualcosa da mangiare. A volte serve a impedire che qualcosa scompaia. Buon compleanno, Claudia Roden.
1 settembre 2026 ( modifica il 1 settembre 2026 | 19:05)
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