Daniele Andreini, professore ordinario di cardiologia dell’Università degli Studi di Milano, ha analizzato il problema accusato dallo scozzese del Napoli: “Le aritmie atriali, soprattutto nei giovani, non conducono all’arresto cardiaco”
Per avere un’idea precisa dell’inconveniente che terrà fuori dal campo Scott McTominay servono due ingredienti: il comunicato ufficiale del club, che parla di “lieve aritmia benigna” e di “ablazione”, e l’analisi di un esperto quale il professor Daniele Andreini, professore ordinario di cardiologia dell’Università degli Studi di Milano e responsabile dell’unità operativa di cardiologia universitaria dell’ospedale Galeazzi-Sant’Ambrogio di Milano.
Da dove si comincia, Professore?
“Dal fatto che siamo in un campo di benignità. Le aritmie atriali, soprattutto nei giovani, non conducono all’arresto cardiaco, quelle sono le aritmie ventricolari (come Eriksen e Bove). Le aritmie atriali non si manifestano in modo così catastrofico e quelle parossistiche, nello specifico, insorgono improvvisamente e sono molto veloci: la frequenza cardiaca aumenta improvvisamente dai 60-70 battiti al minuto (anche 40 in uno sportivo), a 200-220. È una sensazione fastidiosa di un battito cardiaco accelerato e/o irregolare: può succedere durante un esercizio fisico, ma anche assolutamente a riposo. Il battito poi di solito torna da solo nella normalità: quando non avviene bisogna ricorrere ai farmaci o addirittura alla cardioversione, cioè alla scossa elettrica per ripristinare un ritmo cardiaco regolare. Non è la fibrillazione atriale, più frequente nella popolazione generale e nell’anziano, ma rarissima negli atleti professionisti e nei giovani”.
“No, però in un atleta non è del tutto trascurabile. Si parla di ablazione, quindi della necessità di regolarizzare il battito. È assolutamente mini-invasiva e molto sicura e consente di eradicare l’aritmia. Normalmente questi soggetti hanno un cuore sano: è solo il circuito, l’apparato elettrico del cuore che ha delle piccole imperfezioni, normalmente congenite”.
Come funziona l’ablazione?
“Con un catetere, una sonda, dall’inguine all’interno del cuore di destra si va a indurre l’aritmia con lo studio elettrofisiologico, quindi tramite dei farmaci, degli stimoli, e una volta che è mappata e identificata molto bene la si eradica. All’Olimpiade c’era stato il caso di Tommaso Giacomel nel biathlon, a cui abbiamo ablato una tachicardia parossistica sopraventricolare. Mentre era primo, si è accasciato a terra perché ha avuto questa aritmia. Sembrerebbe un caso analogo, però non so se la manifestazione sia stata simile. Lo stress fisico-emotivo spesso slatentizza questo tipo di situazioni: se l’hanno scoperto adesso e non durante la visa di idoneità, probabilmente McTominay ha avuto qualche sintomo e sono riusciti a fargli un elettrocardiogramma mentre aveva l’episodio: non è facile, perché spesso sono situazioni che si risolvono nel giro di pochi minuti e non si fa in tempo”.
Non la sorprende che sia stata notata solo dopo anni di carriera, quindi?
“In queste forme di solito non si vede nulla con il classico elettrocardiogramma, quindi sì, è assolutamente normalissimo. Ci sono anche dei fattori predisponenti: lo stress psicofisico intenso, uno stato infettivo, la febbre, lo squilibrio elettrolitico, una crisi di ipertiroidismo… Normalmente quando uno ha un sintomo di questo tipo si fa l’holter, una prova da sforzo oppure si può mettere il loop recorder, un piccolo dispositivo sotto cute che registra in continuo”.
Dopo l’ablazione che tempi di recupero si possono stimare?
“A seconda del tipo di tachicardia sopraventricolare si prevede un ritorno all’agonismo da 2 a 4 settimane verificando eco-cardio, holter e test da sforzo. Le prime settimane dopo l’intervento sono quelle più delicate, anche per le recidive. Però io credo si possa ipotizzare un ritorno in campo entro il mese. Normalmente noi facciamo una settimana “zero”, di vita normale, senza allenamento. La seconda settimana ci si ricomincia ad allenarsi sul massimale, poi la terza facciamo iniziare a spingere un po’ di più e poi liberiamo. L’atleta sta veramente fermo una decina di giorni, tra cui due ore di degenza”.
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