Le zampe sono fasciate di bianco, il corpo scuro, la sagoma abbastanza familiare da ingannare chi la guarda senza una lente e senza esperienza. Potrebbe sembrare una zanzara tigre. Non lo è. Nel 2011, durante la sorveglianza condotta in provincia di Belluno proprio contro la tigre, comparve invece Aedes koreicus: la zanzara coreana, arrivata dall’Asia orientale con una qualità che, nelle terre peri-alpine, conta più di tante altre. Sopporta il freddo.

Tre anni prima era stata individuata in Belgio, la prima volta fuori dal suo areale originario. Poi Belluno, il Nord Italia, altri Paesi europei. Non una visita occasionale, dunque, ma un insediamento. La mappa dell’ECDC, aggiornata all’aprile 2026, mostra quattro nuove unità amministrative europee nelle quali la specie risulta stabilita rispetto al giugno precedente; due sono italiane. Guardando quella diffusione viene da pensare che la geografia delle zanzare, quella che credevamo confinata alle pianure calde, alle estati lunghe, alle città afose, stia silenziosamente salendo di quota.

Ma come fa un insetto così piccolo a superare l’inverno? Non perché sia indifferente al gelo. Il suo congegno è più semplice e più efficace: le femmine depongono uova resistenti all’essiccamento, capaci di entrare in pausa durante i mesi freddi e di schiudersi quando tornano condizioni favorevoli. Così Aedes koreicus può affacciarsi prima in primavera e restare attiva più a lungo in autunno della zanzara tigre. Prima e dopo. È in questo allungamento quasi impercettibile della stagione che si misura una parte del suo vantaggio.

E non le occorre una palude. Le basta l’acqua dimenticata in un sottovaso, in un secchio, in una grondaia, in un contenitore abbandonato. Pochi centimetri d’acqua e un cortile diventa adatto; un giardino si trasforma in un luogo di riproduzione; un’area periurbana, apparentemente ostile, le offre riparo. Una nuova scoping review pubblicata su Acta Tropica ha ricostruito questa avanzata selezionando 91 studi scientifici e integrandoli con il lavoro di 41 esperti di sei Paesi, riuniti a Trento nel febbraio 2026.

A questo punto la domanda arriva inevitabile, e arriva carica della paura che accompagna ormai ogni nuova zanzara: può trasmettere malattie?

In laboratorio, in determinate condizioni, la risposta è sì. Gli esperimenti mostrano che virus come dengue, chikungunya, Zika e Sindbis possono raggiungere la saliva dell’insetto. Uno studio recente su una popolazione italiana, mantenuta a 26 gradi, ha trovato il virus della dengue nella saliva soltanto dopo 28 giorni; nelle fasi più avanzate, l’efficienza complessiva di trasmissione era del 20 per cento. Per chikungunya e Zika la capacità osservata è generalmente bassa e dipende dalla temperatura; per Sindbis, invece, le informazioni derivano da campioni limitati.

Ma fermiamoci qui, prima che la possibilità diventi profezia e l’esperimento diventi titolo allarmistico. Dimostrare che una zanzara può trasmettere un virus dentro un laboratorio non significa dimostrare che lo stia diffondendo fuori, fra case, strade e persone. Perché ciò accada devono incontrarsi molte condizioni: una popolazione abbastanza abbondante, temperature adatte, una sopravvivenza sufficientemente lunga, contatti frequenti con gli esseri umani e, prima di tutto, la presenza del patogeno sul territorio. Se manca un anello, la catena non si chiude.

Oggi non vi sono prove che Aedes koreicus sia diventata un vettore importante di malattie umane in Europa. Nessun focolaio le è stato attribuito. Questo non autorizza a ignorarla; autorizza, semmai, a chiamare le cose con il loro nome e a non aggiungere paura dove i dati chiedono attenzione.

Il problema più immediato è ecologico e operativo. La zanzara coreana punge anche durante il giorno, può diventare localmente molesta e assomiglia tanto alle altre zanzare striate che persino le uova raccolte nelle trappole sono difficili da distinguere. Per questo gli esperti chiedono di spingere la sorveglianza verso le montagne, alle quote più alte e dentro quei mesi che eravamo abituati a considerare poco favorevoli alle zanzare. Le segnalazioni dei cittadini aiutano, ma una fotografia non sempre basta: una fascia bianca, vista male, può raccontare la specie sbagliata.

Che fare, allora? Le misure sono modeste, domestiche, quasi banali — e proprio per questo facili da trascurare: svuotare regolarmente l’acqua stagnante, coprire i contenitori, pulire grondaie e caditoie. Non servono presagi. Serve costanza.

La definizione più corretta, per ora, è specie invasiva e molesta, non “nuova emergenza sanitaria”. Sorvegliarla, certo, senza aspettare che il problema salga ancora lungo le valli; ma senza trasformare ogni puntura in un annuncio d’epidemia. Fra il sottovalutare e l’avere paura c’è uno spazio stretto, concreto: una grondaia pulita, un secchio rovesciato, pochi centimetri d’acqua che non lasciamo lì.

Marini G. et al., “Just another white-striped mosquito? A scoping review and group discussion synthesis on Aedes koreicus in Europe”, Acta Tropica, 30 agosto 2026, articolo 108302. DOI: 10.1016/j.actatropica.2026.108302.

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