Donna, artista, creatrice di ombre, maestra di luce. Esmeralda Devlin, per tutti Es, inglese, classe 1971, è la scenografa più contesa del pianeta e insieme un prisma: qualunque cosa la attraversi ne esce scomposta in spettri luminosi. Ha costruito mondi per Beyoncé, U2, Kanye West e The Weeknd, ha chiuso le Olimpiadi di Londra e aperto quelle di Rio, ha vinto un Tony per la Lehman Trilogy e due Olivier, la Regina l’ha nominata Comandante dell’Impero Britannico per meriti nel design. Poi il salto nell’arte: il leone rosso che divorava poesie a Trafalgar Square, la Library of Light rotante nel cortile della Pinacoteca di Brera per Il Salone del Mobile di Milano, e adesso un’isola intera, San Giorgio Maggiore, trasformata per Homo Faber di cui è direttrice creativa, in una Island of Light nella Laguna di Venezia (dall’1 al 30/9). Trent’anni passati a fare della scena uno strumento civico, del pubblico un organismo unico, dell’empatia una tecnologia.

l’installazione realizzata per Il Salone del Mobile 2025, Library of Light, una biblioteca rotante nel cortile della Pinacoteca di Brera, Milano. Foto di Monica Spezia – courtesy Michelangelo Foundation/Homo Faber 2026 ©Es Devlin Studio
Non sono un intervistatore tradizionale, la conversazione prende sentieri meno battuti. Origini sudamericane?
“No. Le do il mio albero genealogico. Molte generazioni fa una donna armena indiana sposò uno scozzese, una storia molto coloniale, da Compagnia delle Indie Orientali. Lui abbandonò la moglie quando si ritenne che la pelle dei figli stesse diventando troppo scura, poi morì annegato in mare. Quindi c’è dell’armeno indiano, dello scozzese, e dall’altro lato del tedesco ebraico, dell’irlandese, del gallese, del francese. Un bel miscuglio, ma niente di sudamericano”.
Ha mai fatto una carta natale?
“La prima e unica volta che ho consultato un astrologo avevo 31 anni e mi era venuto, all’improvviso, il desiderio di avere un figlio. Temevo che la maternità avrebbe assorbito tutta la mia creatività. Gli chiesi: quando diventerò madre? Mi diede una risposta precisa: succederà in questo giorno, a quest’ora. E aggiunse che il 2007 sarebbe stato un anno molto creativo. Il giorno e l’ora non si rivelarono veri. Però il 2007 fu l’anno in cui nacque il mio primo figlio. Se non mi avesse dato quell’indicazione non avrei mai iniziato il percorso per rimanere incinta, che ha richiesto sei anni e molte cure. A 31 anni mi avevano detto: non avrai mai figli, scordatelo. Sa, in un no c’è una chiarezza definitiva. Non c’è esplorazione: è un muro, la fine del labirinto. Così mi sono messa a studiare, a fare ricerca. Alla fine di bambini ne ho avuti due”.
Il suo libro (An Atlas of ES Devlin: Suspension of Disbelief, Thames & Hudson) ha un sottotitolo che sembra la chiave di tutto: la sospensione dell’incredulità. Immagino che i suoi progetti procedano attraverso i no. No, è impossibile da fare. No, è troppo difficile. No, costa troppo. No, che diavolo significa?
“Di recente ho intervistato Vladimir Yavachev, nipote di Christo, l’artista che con Jeanne-Claude impacchettò il Reichstag e l’Arco di Trionfo, e che oggi dirige lo studio. Mi ha raccontato di un viaggio in macchina in cui dovette dire a Christo che un progetto a cui lavorava da anni era saltato. Nel giro di venti minuti lo vide trasformare tutta l’energia di quel disegno impossibile in qualcosa di nuovo. È quello che succede quando si incontra un limite: trovi uno strumento, una tecnica, un approccio che ti permette di ricavare una porta nel muro. Ogni muro è una porta, dice il proverbio. Ed è solo quando incontri il muro che puoi costruirci dentro una porta. Se non sai dov’è il muro, la porta non la puoi fare”.
Di recente lavora molto con i libri. La sua Library of Light, la biblioteca rotante nel cortile della Pinacoteca di Brera durante il Salone del Mobile dell’anno scorso, mi è sembrata un enigma pieno di tracce verso altri mondi. La lettura come cura.
“James Baldwin lo dice con grande chiarezza: pensavo che il mio dolore fosse unico, poi ho letto e ho capito che tutto quello che avevo provato era stato sperimentato da altri. L’atto della lettura è insieme intensamente interiore ed espansivamente esteriore. Sedersi nel cortile di Brera su una scultura rotante con 4.000 libri e sentirne leggere dei frammenti ad alta voce, insieme, come pubblico, gioca esattamente tra queste due dimensioni”.
Ecco perché insiste tanto sulla compassione.
“Il teatro, che è il cuore della mia pratica, è nato come strumento civico, non per divertimento. I greci lo inventarono come strumento di democrazia: se volevi che un pubblico appena arrivato al potere facesse le scelte giuste sulla guerra, dovevi offrirgli una prova generale di cosa avrebbe provato se un figlio fosse morto in battaglia. Gli mostri il pianto di Achille e sarà meno probabile che chieda la guerra alle elezioni successive. Pratico da trent’anni quell’uso dell’empatia come strumento civico”.

un render di An Alphabet of Objects, dalla nuova edizione di Homo Faber, di cui Es Devlin è direttrice artistica. Foto di Monica Spezia – courtesy Michelangelo Foundation/Homo Faber 2026 ©Es Devlin Studio
Il suo progetto per Homo Faber è legato al luogo: un’isola nella laguna di Venezia, la luce e l’acqua come protagonisti. Non può essere “solo” questo, però. Ci deve essere qualcosa di profondamente suo all’interno.
“La prima volta che l’ho vista avevo 15 anni, in Interrail con mia sorella. Litigammo a Roma e decidemmo di finire il viaggio da sole. Niente cellulari, era il 1987. Avevo finito i soldi: calcolavo i tempi per dormire in treno e svegliarmi in una città nuova. Mi svegliai a Venezia il 29 agosto, una giornata bollente. Ero sporca, esausta e incantata. Dei ragazzi della Laguna mi dissero: vieni con noi. Da idiota salii sulla barca. Pensavano chiaramente che fossi lì per ragioni per cui non ero lì. Avevo 15 anni, era una situazione pericolosa. Per fortuna ne uscii. Ed eccomi ora, nel mezzo della mia vita, con l’opportunità di fare un lavoro su un’isola, San Giorgio Maggiore. Con me ci saranno le mani di 500 artigiani: se sommiamo le ore in cui quelle mani hanno toccato i materiali del pianeta, con gli antenati che gliel’hanno insegnato, arriviamo a millenni. Una grande convergenza di tempo, materia, luce, acqua e riflessi. Un dono”.
Le è chiara l’importanza di reinventare il ciclo degli studi di base, rispetto ad un’educazione progettata in modo industriale nel secolo scorso, e che non funziona più?
“Il mio sogno sarebbe che accanto alla specializzazione tornasse a essere ammirata la generalizzazione. A scuola dovrebbero insegnare l’idraulica, come riparare un rubinetto. E allo stesso tempo la filosofia dell’acqua, la geologia dell’acqua, la poesia dell’acqua, la storia sociale dell’acqua, la parola acqua in tutte le lingue. Vorrei fili associativi cuciti tra tutte le aree del sapere. La specializzazione è nobile, ma non a scapito di una comprensione olistica. Nessuno pensa alla tua formazione come essere olistico. L’educazione spirituale è abbandonata. Ecco su cosa mi piacerebbe avere un impatto”.
Ultima domanda. Quanti anni hanno i suoi figli? Io li ho di 14 e 15 e, mi creda, sono degli enigmi.
“I miei hanno l’età che avevo io quando arrivai a Venezia: 16 e 19. Sono molto indipendenti. Lui è alla quinta settimana da solo a Los Angeles, lei è in Perù dopo tre mesi di viaggio. Ho sempre creduto nell’idea di Kahlil Gibran: i figli non vengono da te, ma attraverso di te. Li osservo con ammirazione, meraviglia e gratitudine, ma non ho mai sentito che venissero da me. Vengono tramite me, da molti luoghi”.