Il 2 settembre, fra le colonne di un nuovo bilancio, una cifra ha oltrepassato la soglia dei tremila: 3.007 morti. Quasi senza rumore. I casi confermati erano ormai 6.186, le persone in trattamento o isolamento 830, i guariti 1.409. Guardando quei numeri non si può fare a meno di fermarsi sul rapporto più semplice e più terribile: i decessi equivalevano al 48,6 per cento dei casi confermati, quasi uno su due. Due giorni prima, il bollettino dell’Organizzazione mondiale della sanità contava 6.100 casi e 2.950 decessi. La curva, dunque, continuava a salire.

L’allarme era cominciato all’inizio di maggio, nell’Ituri; il focolaio era stato dichiarato ufficialmente il 15 dello stesso mese. In meno di quattro mesi l’epidemia si è infilata in 60 zone sanitarie, attraverso sei province, pur lasciando nell’Ituri oltre l’80 per cento dei casi. È già la più vasta epidemia di Ebola mai registrata nella Repubblica Democratica del Congo, qualunque sia il virus responsabile, e conserva la qualifica — fredda, amministrativa, ma tutt’altro che astratta — di emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale.

Eppure proprio la parola “Ebola”, ripetuta nei titoli e nei bollettini, rischia di confonderci. Non indica un solo virus. Quello che corre oggi nell’est congolese è il Bundibugyo virus, identificato per la prima volta in Uganda nel 2007; non è il più noto Ebola virus, chiamato un tempo Zaire ebolavirus. Una distinzione da laboratorio? Niente affatto. Da essa dipende ciò che la medicina può offrire e ciò che, ancora, non può promettere.

I vaccini e gli anticorpi monoclonali sviluppati negli ultimi anni sono stati approvati contro Ebola virus, non contro Bundibugyo. Per la malattia provocata dal virus ora in circolazione non esistono né un vaccino autorizzato né una terapia specifica di efficacia dimostrata. Restano le cure che sostengono il corpo mentre il corpo combatte: liquidi, elettroliti, ossigeno, controllo dei parametri cardiaci, intervento rapido sulle complicanze. Arrivare presto in ospedale può aumentare le possibilità di sopravvivere. Ma come riconoscere subito il pericolo quando esso si presenta con febbre, stanchezza, dolori muscolari, mal di testa, mal di gola — sintomi comuni a tante altre infezioni della regione? Il virus guadagna tempo anche così, nascondendosi nell’ordinario.

Nei due precedenti focolai provocati da Bundibugyo, nel 2007 e nel 2012, l’OMS aveva calcolato una letalità rispettivamente del 30 e del 50 per cento. Questa volta il dato è arrivato al 48,6 per cento. Non è soltanto una percentuale: è la misura di quanto contino le ore perdute, le diagnosi tardive, le strade difficili, i centri sanitari raggiunti quando la malattia ha già scavato troppo a fondo.

Il contagio, almeno, ha regole note. Ebola non viaggia nell’aria come l’influenza o il Covid-19; passa attraverso il contatto diretto con sangue, secrezioni e altri fluidi corporei di una persona malata, oppure attraverso materiali e superfici contaminati. Prima dei sintomi, chi è infetto non trasmette il virus. In teoria il congegno può dunque essere fermato: isolare rapidamente i casi, rintracciare i contatti, sorvegliarli per 21 giorni, proteggere gli operatori, rendere sicure le sepolture. Un passaggio dopo l’altro. Una catena spezzata prima che ne generi un’altra.

Ma la teoria deve poi scendere sulla terra. E la terra dell’est congolese è attraversata da conflitti armati, popolazioni costrette a spostarsi, comunità minerarie mobili, laboratori insufficienti, territori ardui da raggiungere. Medici Senza Frontiere ha denunciato che alcuni pazienti arrivano nei centri quando sono già gravemente malati e che molte persone esposte non vengono mai identificate come contatti. Se poi una comunità diffida delle squadre sanitarie, l’isolamento rallenta e persino un funerale può diventare un nuovo punto di contagio.

Che valore ha allora il protocollo più rigoroso, se chi dovrebbe affidargli un malato lo teme? In questa epidemia la fiducia non è un ornamento umanitario da aggiungere alla medicina dopo le flebo, i guanti e i laboratori. È parte della cura. Senza collaborazione, le procedure restano scritte sulla carta mentre il virus percorre sentieri, miniere, case e luoghi di sepoltura.

La ricerca, intanto, tenta di raggiungerlo. In agosto sono state assegnate al Congo 70.000 dosi di Ervebo, vaccino autorizzato contro Ebola virus ma non contro Bundibugyo: 20.000 saranno impiegate in uno studio di fase 3; le altre 50.000 andranno agli operatori sanitari e al personale maggiormente esposto. Esperimenti di laboratorio e studi sugli animali lasciano intravedere una possibile protezione incrociata. Ma OMS e Africa CDC avvertono che non sappiamo ancora se questa protezione esista nell’uomo. La speranza, qui, deve camminare accanto al dubbio; non davanti.

L’Università di Oxford ha inoltre avviato il primo studio su un vaccino concepito specificamente contro Bundibugyo, cominciando da 50 adulti sani. Un’altra sperimentazione sta valutando possibili terapie nei pazienti congolesi. Sono tentativi necessari, ma non cancellano il presente: oggi chi si ammala dipende soprattutto dalla rapidità della diagnosi, dalla qualità dell’assistenza e dalla possibilità di raggiungerla.

Secondo l’OMS, il rischio globale resta basso; non vengono raccomandate restrizioni ai viaggi o al commercio. È un giudizio importante, purché la parola “basso” non renda invisibile ciò che accade dove il rischio è invece dentro le case e lungo le strade. Il virus può essere fermato. Non è invincibile. Ma bisogna arrivare prima di lui con i laboratori, con le cure, con persone capaci di conquistare la fiducia delle comunità. Prima di lui, soprattutto, con una mano che non incuta paura.

Organizzazione mondiale della sanità, Ebola Bundibugyo Virus Disease Outbreak, Weekly External Situation Report n. 16, dati al 30 agosto 2026.

Organizzazione mondiale della sanità, Disease Outbreak News: Ebola disease caused by Bundibugyo virus – Democratic Republic of the Congo, 28 agosto 2026.

Organizzazione mondiale della sanità e Africa CDC, WHO and Africa CDC welcome the allocation of Ebola vaccines to the Democratic Republic of the Congo, 20 agosto 2026.

Oxford Vaccine Group, World’s first Phase I Bundibugyo ebolavirus vaccine trial launched, University of Oxford, 13 luglio 2026.

Médecins Sans Frontières, DRC Ebola outbreak response needs urgent scale-up after two months, 15 luglio 2026.

Deutsche Presse-Agentur, Congo’s Ebola toll passes 3,000, cases rise to 6,186, 2 settembre 2026.