di
Martina Zambon

Il provvedimento è passato con 32 voti favorevoli, 5 astenuti e 14 contrari. Definite «procedure e tempi per l’assistenza sanitaria regionale al suicidio medicalmente assistito». Stefani: «Dignità della vita da tutelare sempre»

Il Veneto ha detto sì alla legge che disciplina, uniforma e, di fatto, riconosce la necessità di fissare regole certe e univoche per il fine vita. A metà pomeriggio, ieri, dopo una estenuante maratona iniziata martedì mattina, è stata approvata a larga maggioranza la versione profondamente emendata della proposta di legge di iniziativa popolare «Liberi subito» arrivata, ormai tre anni fa, a palazzo Ferro Fini forte di ben novemila firme. È finita con 32 sì, 14 no e 5 astensioni che, di fatto, valgono come voti contrari. Il totale è 51 perché in Aula non mancava nessuno dei consiglieri eletti. Una coralità che testimonia, insieme ai tormenti (reali) di alcuni consiglieri che si son dovuti piegare alla linea dei rispettivi partiti, la storicità di un voto diverso dagli altri.

Approccio pragmatico

Per tutti lo dice chiaramente la leghista Eleonora Mosco: «Vince la linea del presidente della Regione Alberto Stefani». Ed è innegabile che la mediazione a suon di emendamenti (39 in totale, 28 di minoranza e 11 di giunta) portata avanti in prima persona dal governatore abbia regalato un voto «pesante»: importante per la società civile, certo, ma anche testa d’ariete sotto il profilo politico. Il Veneto è la quarta regione a dotarsi di una legge sul fine vita dopo Emilia Romagna, Toscana e Sardegna ma è la prima di centrodestra. Si potrebbe osservare che si tratta di una scelta in continuità con l’appoggio al fine vita portato avanti dal predecessore (ora presidente del consiglio regionale) Luca Zaia: il Veneto di centrodestra ma retto da un leghista «progressista» sui diritti civili. Se da un lato c’è Zaia «il progressista» che sul fine vita, come ricorda lui stesso, si è schierato «quando non andava di moda, è una battaglia di civiltà», dall’altra c’è, però, il «giurista» Stefani che, di fronte a una sentenza della Corte Costituzionale (ma anche dopo aver fatto visita a Cristina Gheller) ha scelto di non svicolare rinviando il tutto all’attesa legge nazionale. Così l’approccio pragmatico-giuridico del governatore si è ibridato con la tenacia dell’opposizione fino al sì definitivo di ieri. Il «carico da 90» messo da Stefani con la sua posizione di prima linea ha convinto non pochi leghisti indecisi.




















































Le votazioni

A dare la misura dell’azzardo (calcolato) del governatore, sono il voto contrario del capogruppo Lega Riccardo Barbisan e l’astensione del commissario della Lega Andrea Tomaello. Simbolicamente sembra uno strappo col suo stesso partito ma il taglio prettamente giuridico funge da scudo. Il capogruppo della lista Stefani, Matteo Pressi, pontiere di prima fila in questi mesi, rivendica «una legge profondamente diversa frutto di una scelta responsabile dopo un confronto serio». Talmente serio da evitare la frattura totale con FdI che, pur votando contro la legge, ha sostenuto alcuni emendamenti di giunta a fronte dell’inserimento (ben più sfumato rispetto alle richieste meloniane) delle associazioni Pro vita. «Abbiamo difeso la vita e la libertà di coscienza. No alla politica dei buoni e dei cattivi» sintetizza il capogruppo Claudio Borgia. Convinto il no di Davide Lovat e Riccardo Szumski (Resistere Veneto) e del vannacciano Stefano Valdegamberi. Fra gli astenuti Rosanna Conte (Lega) ed Eric Pasqualon (Udc). A spaccarsi è piuttosto FI con Alberto Bozza e Mirko Patron astenuti e il sì, squillante, del giovane Jacopo Maltauro: «Sono cattolico ma qui rappresento tutti i veneti e la mia generazione chiede risposte diverse».

L’abbraccio liberatorio

La tensione che si scioglie in lacrime sancisce, invece, la vittoria dei promotori, da Elena Ostanel, Avs, a Giovanni Manildo, Pd, che abbraccia l’avvocato Matteo D’Angelo e Diego Silvestri della Coscioni. Sorride, misurata ma visibilmente soddisfatta, Filomena Gallo. Da qui si riparte per battagliare sulla legge nazionale con munizioni aggiuntive: anche una Regione di centrodestra mette nero su bianco il coinvolgimento del sistema sanitario nazionale (a rischio nella bozza di legge nazionale).

I due presidenti

I protagonisti della giornata, però, restano incontestabilmente Zaia e Stefani, «i due presidenti», due pianeti che mantengono la distanza delle rispettive orbite. Nessuno dei due esulta, il tema e i caratteri non si prestano. «Credo che la discussione interna a questo consiglio regionale sia stata proficua e abbia dimostrato che un’aula consiliare sa assumersi delle responsabilità, – dice Stefani – gli emendamenti tengono conto davvero della sensibilità anche delle forze politiche di centrodestra. Nulla è più importante della dignità della vita umana, che va tutelata sempre e con tutti i mezzi necessari. Per questo, in accordo con tutte le forze di maggioranza, ho lavorato alla stesura e successiva approvazione di una serie di emendamenti che modificano sostanzialmente il testo». In senso migliorativo, per il centrodestra. Eppure a dissodare il terreno, per così dire, è stato davvero, a suo tempo, Zaia con la sua ormai «classica» «i temi etici siano una no-fly zone per la politica» rispolverata per l’occasione. In consiglio, dice, «c’è stata una profonda discussione di oltre dieci ore. Al Parlamento il Veneto manda un messaggio sulla necessità di una legge nazionale, lo chiede l’80% dei cittadini». Il consiglio riprenderà con l’Autonomia. A vegliare sui lavori l’imprescindibile segretario generale Roberto Valente che ieri è stato l’unico guadagnarsi l’applauso, pure questo bipartisan, per aver risposto, con vigore, ai reiterati dubbi procedurali di Valdegamberi.


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2 settembre 2026 ( modifica il 2 settembre 2026 | 20:52)