di
Chiara Maffioletti

L’attore ha ricevuto ieri il Leone d’Oro alla Carriera: «Ho pensato due cose: sono molto onorato e sapete qualcosa che io non so? Avete parlato con i miei medici?»

Con George Clooney, Venezia ha trovato il suo re. Un re simpatico, però, che già dal tappeto rosso, in quella che è stata la sua giornata, ha abbandonato corona e scettro per incontrare la folla che lo acclamava, stringendo più mani possibili, e riproponendo anche l’ormai celebre gag di lui che prende la macchina fotografica e inverte le parti, scattando verso il muro di fotografi che urla il suo nome. Questo perché, in fondo, per Clooney è sempre tutta una questione di prospettive, come ha ribadito anche alla consegna del Leone d’Oro alla carriera o, come ha detto Laura Dern nella laudatio, della «mezza carriera, perché hai ancora tanti film, tanta arte da regalarci». Il dato è che anche grazie a Clooney, la cerimonia d’apertura della Mostra condotta da Greta Scarano e Nicolas Maupas è stata emozionante e divertente allo stesso tempo. Un po’ per l’irrefrenabile voglia del divo di scherzare (inquadrato in primo piano, ha commentato con espressioni buffe tutti i passaggi più solenni su di lui), un po’ per quel non prendersi mai del tutto sul serio. «Quando ti dicono che stai per ricevere un premio alla carriera, ci sono due cose che ti vengono in mente. La prima è: che onore incredibile. La seconda: “Ma sanno qualcosa che io non so? Hanno parlato con i miei medici?”», ha esordito Clooney nel suo discorso che ha ricapitolato 45 anni di carriera nata — parole sue — per caso: «Per la maggior parte del tempo, cercavo semplicemente di pagare l’affitto ed evitare di tornare in Kentucky a lavorare il tabacco».

Del resto, «quando inizi a riflettere sugli anni trascorsi, ti rendi conto che non hai avuto tanto una carriera, quanto una serie di fortunate coincidenze». In particolare, è successo che «qualcuno mi ha dato il mio primo lavoro. Qualcun altro il secondo. Un regista ha visto qualcosa in me che non ero ancora riuscito a vedere» e via dicendo, fino a quando «con il tempo, inizi a renderti conto che nessuno arriva da nessuna parte da solo». E qui, il discorso si è fatto più politico, tanto che — pur avendo Clooney, a margine dei suoi incontri di ieri, nuovamente smentito di avere mire presidenziali —, viene da pensare che sarebbe un ruolo che interpreterebbe benissimo. «Nessuno ride in una lingua diversa — ha proseguito —. Nessuno piange in una lingua diversa. I genitori si preoccupano allo stesso modo. I bambini sognano allo stesso modo. L’amore è sorprendentemente simile in ogni lingua. E questo rende difficile credere che siamo davvero così diversi come ci viene continuamente detto».



















































E ancora: «Stiamo vivendo un momento in cui le persone al potere ci dicono di avere paura gli uni degli altri. Ma noi sappiamo che non è così, vero? La storia ci insegna qualcosa. Le prime persone che gli autoritari cercano di mettere a tacere non sono i politici. Sono i giornalisti che fanno domande». Applausi. «Le storie sono sempre pericolose per chi alimenta la paura. Quindi sì, i film non fermano le guerre. Non fanno scendere l’inflazione. Non aggiustano le elezioni. Ma ci ricordano che uno sconosciuto non è mai davvero uno sconosciuto, e che potrebbe essere proprio l’eroe della storia di qualcun altro».

Un discorso che è poi l’elaborazione di concetti già espressi dall’attore, meno velatamente, durante la conferenza stampa di ieri mattina. Clooney, infatti, parlando dell’amministrazione Trump, aveva detto: «Abbiamo attraversato molti momenti difficili e questo è uno di quelli. C’è un termine fantastico, kakistocracy, che indica un Paese governato dalle persone meno qualificate. Ora ci troviamo in una cachistocrazia, ma ce la faremo… a novembre si vota e poi ci sono le elezioni nel 2028 e se tutto va bene torneremo ad una situazione di normalità». Quindi, l’affondo: «Il segretario della Difesa twitta con ironia immagini di donne militari del Canada. Dove è finito il senso della decenza? È una vergogna, ma ne usciremo migliori».

Ieri, dopotutto, era una giornata di festa e di riflessioni: «Ho 65 anni, tutto è un po’ malinconico… anche quando ti lavi i denti ti guardi e pensi: erano molto più belli una volta». Il vero cambiamento, però, è legato alle sue priorità: sua moglie e i suoi due figli, «che sono poi le uniche persone al mondo convinte che io sia stato un buon Batman». Per loro Clooney ha scelto di smettere di fare il regista: «Non lavoro più come regista perché ora che i miei bambini sono cresciuti non voglio più assentarmi per molto tempo: una regia richiede almeno un anno lontano da casa, se fai l’attore al massimo tre mesi». Il progetto, quindi, è continuare a recitare, meglio se con amici come Brad Pitt e Matt Damon: «Li adoro, tanto che torniamo a girare assieme ogni volta che ne abbiamo la possibilità». E proprio Pitt è stato tra chi ha fatto arrivare ieri a Clooney un messaggio d’affetto. In cui, per la precisione, lo ha paragonato al Gouda, «un formaggio che invecchiando migliora». Come lui la pensava anche la sala, che si è alzata in una standing ovation alla fine del discorso del divo. Poi è scappato via, un po’ come Batman. Del resto, aveva anticipato i suoi propositi per il resto della serata: «Festeggerò in un solo modo: bevendo».

2 settembre 2026