I dammusi tradizionali, il maxi hotel di Gheddafi abbandonato e le case – come quella (bellissima) di Oscar Tusquets in stile postmoderno visibilissima dal mare. Architetture da vedere a Pantelleria, ce ne sono – anche se non siamo a New York. Perché, mentre nelle città contemporanee, alziamo gli occhi per osservare il cemento che solletica il cielo, nel cuore della Perla Nera lo sguardo resta basso. Del resto, l’isola si sviluppa in orizzontale, negando la verticalità affaticata dal vento. Questo elevarsi tiepido, fino alla vita o poco più su, ha realizzato stanze a cielo aperto che sono luoghi di pura poesia: i giardini panteschi.

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Francesco Maria Gabriele Vozza

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Francesco Maria Gabriele Vozza

Il giardino pantesco è a tutti gli effetti un recinto costruito in pietra a secco. Generalmente, la sua forma è circolare (in pochi vantano qualche angolo retto) e custodisce la vita di un agrume. Un solo agrume. Questa architettura primogenia della cultura dei Paesi caldo-aridi rappresenta un sistema agricolo autosufficiente, ingegnoso, intelligente. E decisamente longevo. Secondo quanto riportato dalla cronaca ufficiale relativa al giardino pantesco del FAI, che la celeberrima cantina Donnafugata di Pantelleria ha donato al Fondo Ambiente Italiano, la prima testimonianza di un jardinu si è resa nota nel 3mila a.C. – quando, all’epoca così come oggi, la camera sotto i raggi del sole somigliava a un ventre materno (con un poco di immaginazione), che garantisce il benessere della vita fra riparo e risorse. “Le tradizioni, cioè la situazione culturale dalla quale si parte per fare qualunque cosa, ci sono e non si distruggono – in questo senso sono come la pancia della madre dove la gente nasce”, ha scritto Ettore Sottsass in Molto difficile da dire.

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L’agrume, nel suo luogo ideale, abita quindi una casa senza prospettive né gerarchie, uno spazio benevolo capace di assicurare acqua a sufficienza e tutela dal vento. Questa stanza è emotivamente legata al paesaggio al quale appartiene: il Mediterraneo. Interpretato (da sempre) come un grande contenitore dove movimenti e transumanze sono avvenute nel corso dei secoli, la geografia è il primo espediente affinché questa architettura scura, eppure confortante, trovi luogo e faccia il suo corso. Di fatto, il giardino pantesco è un rifugio per un solo essere vivente, dove anche il concetto di solitudine potrebbe avere molteplici letture.

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Francesco Maria Gabriele Vozza

L’apparato murario promette sopravvivenza alla pianta. Mentre fuori si manifestano le conseguenze degli sbalzi termici, nella penombra dello spazio protetto l’agrume conta sull’energia di un microclima favorevole e un suolo fertile. La chioma dell’albero, sfiorata dalla luce e dal calore del sole, talvolta riesce ad affacciarsi oltre l’architettura eterna, tradendo il senso più profondo della parola confine. Intanto la pietra nutre l’agrume (anche durante la stagione più calda), impedendo l’evaporazione dell’umidità e avvantaggiando la condensa notturna. C’è un non so che di sacrale in tutto questo, un’idea dove la vita – cosa sacra, appunto – si sviluppa in relazione a uno spazio vuoto, che altro non fa che realizzare le condizioni migliori per andare avanti, attraversare il tempo.

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Francesco Maria Gabriele Vozza

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Francesco Maria Gabriele Vozza

Di giardini panteschi, sull’isola, ce ne sono tantissimi – molto bello quello di Mueggen, all’Isola nell’Isola di Salvatore Murana. La maggior parte sono ovviamente privati, alcuni davvero in ottimo stato, ben tenuti. Quello del FAI, completamente ristrutturato, conta 11 metri di diametro all’esterno e 8,4 metri di diametro all’interno. L’abitante è un arancio Portogallo, fonte di frutti zuccherini dai semi antichi. La grammatica della casa senza tetto ricorda che lo spazio è possibilità. Il giardino, in particolare, è il luogo incredibilmente mutevole e fluido per eccellenza, perché le piante rappresentano in qualche modo l’evoluzione. Qui, il cambiamento – persino a seconda delle ore del giorno e delle stagioni – è lentissimo. E, quanta luce ci vuole, lo sa solo il Mediterraneo.

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Alessia Musillo è Head of Content di Elledecor.it e Marie Claire Maison Italia digital. Laureata all’Università Statale di Milano con una tesi custodita presso la Fondazione Treccani di Milano, ha studiato anche Modern Languages presso la University of Strathclyde a Glasgow (UK) e Semiotics presso la University of Tartu (Estonia). Dopo aver collaborato con diverse testate giornalistiche, oggi trasforma l’attualità in racconti scrivendo di città, design e cultura pop per il sito web di Elle Decor Italia. Potete seguirla su Instagram (@alessia__musillo) o leggendo Elledecor.it. I suoi articoli sono viaggi sulle tracce dell’abitare contemporaneo. Il suo mezzo? La parola.