Roma, 2 settembre 2026 – Confessioni, problemi personali, questioni di lavoro. Ma anche informazioni finanziarie, mediche o legali. Milioni di persone utilizzano ormai i chatbot come interlocutori ai quali raccontare aspetti molto privati della propria vita. Il problema è che quelle conversazioni potrebbero un giorno trasformarsi in prove. A lanciare l’allarme è Malwarebytes, riprendendo un’inchiesta del Washington Post: negli ultimi due anni i giornalisti avrebbero individuato 12 procedimenti giudiziari nei quali sono comparsi registri delle conversazioni con chatbot. Il punto è soprattutto giuridico. Parlare con ChatGPT o altri sistemi non equivale a confidarsi con il proprio avvocato. Le conversazioni con i chatbot non godono infatti automaticamente di un privilegio di riservatezza analogo a quello che può proteggere determinate comunicazioni professionali.
Le richieste di dati aumentano
OpenAI avrebbe divulgato, in risposta a richieste legali, il contenuto relativo a più di 80 account nella seconda metà del 2025: oltre quattro volte il numero registrato nello stesso periodo del 2024. Tra i casi citati c’è quello di uno studente universitario che aveva chiesto a ChatGPT se qualcuno avrebbe potuto scoprire che aveva danneggiato 17 automobili in un parcheggio del campus. Successivamente consegnò volontariamente il proprio telefono alla polizia. In un’altra vicenda, la cronologia ChatGPT di un adolescente impegnato in una causa contro alcune Big Tech per la presunta dipendenza dai social è entrata nella fase di acquisizione delle prove.

L’app di ChatGpt sullo schermo di uno smartphone (Epa)
Cancellare la conversazione potrebbe non bastare
C’è poi un particolare ancora più delicato. Premere il pulsante “elimina” non garantisce necessariamente che una conversazione sia irrecuperabile in qualsiasi circostanza. Nella causa sul copyright intentata dal New York Times contro OpenAI, un giudice ha ordinato alla società di conservare determinati registri delle chat, comprese conversazioni che gli utenti avevano chiesto di cancellare. OpenAI si è opposta al provvedimento sostenendo che avrebbe compromesso le protezioni della privacy predisposte per gli utenti.
Il messaggio che emerge è chiaro: un chatbot non è un diario segreto. Una conversazione apparentemente privata lascia una traccia digitale e, in determinate circostanze legali, quella traccia potrebbe essere richiesta e acquisita. Insomma, la morale è che, prima di affidare a una macchina un segreto che non racconteremmo quasi a nessuno, vale la pena ricordare una regola molto più vecchia del web che conoscevano già molto bene i latini: ‘verba volant, scripta manent’.